LASCIAC ANTONIO

LASCIAC ANTONIO (1856 - 1946)

architetto

Immagine del soggetto

L'architetto Antonio Lasciac nel 1910.

«Il più grande architetto goriziano della seconda metà dell’Ottocento» nacque il 21 settembre 1856 nel quartiere di San Rocco. Compì gli studi superiori a Gorizia e si diplomò al Politecnico di Vienna (1882). Non riuscendo ad affermarsi in campo professionale nella città natale, forse anche per le simpatie verso l’irredentismo italiano, emigrò nel 1883 ad Alessandria d’Egitto, dove fervevano i lavori di ricostruzione del centro urbano dopo i bombardamenti inglesi del 1882. Nel 1888 rientrò in Italia, a Napoli, e dal 1891 risiedette a Roma, dove aderì all’Associazione artistica fra i cultori di architettura. Nel 1895 ritornò in Egitto, stabilendosi al Cairo. Nel 1907 fu nominato architetto capo dei palazzi kediviali ottenendo l’appellativo di “bey” [signore]. Allo scoppio della prima guerra mondiale dovette rinunciare alla carica e venne confinato dagli inglesi a Malta, in quanto suddito asburgico. Liberato grazie all’intervento italiano, ritornò a Roma, ma nel 1920 era nuovamente in Egitto, che da allora avrebbe abbandonato solo saltuariamente. Nel 1929 fu nominato accademico di merito dell’Accademia di San Luca di Roma. Dopo l’ultimo soggiorno goriziano, L. ritornò al Cairo, dove morì il 26 dicembre 1946. La parabola artistica di L. è scandita dalle sue peregrinazioni tra le due sponde del Mediterraneo. Il soggiorno alessandrino (1883-1888) lo vide impegnato in commissioni per la ricca borghesia commerciale e cosmopolita, per la quale ripropose lo stile neocinquecentista in voga nell’Europa del secondo Ottocento (case d’appartamenti in rue Chérif Pacha, 1883-1888; Galleria Menasce, 1883-1887; stazione ferroviaria di Ramleh, 1883), anche se si preannunciavano gli esiti più scenografici e barocchi che avrebbero informato la produzione successiva (palazzo Primi, 1886-1887; palazzina Aghion, 1887). Il contatto diretto con l’architettura islamica sarebbe emerso nei progetti realizzati durante il soggiorno in Italia (progetto per il tempio israelitico di Roma, 1890; progetto per la chiesa evangelica metodista di Roma, 1891), tanto che L. è considerato come uno dei principali artefici europei impegnati nel dar vita a un’architettura moderna di stile arabo. ... leggi La sua attività va infatti compresa nell’Egitto dell’epoca, dove si era rifugiata l’emigrazione politica e intellettuale europea, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella trasmissione di «un’idea occidentale di nazione» e della «nozione di patrimonio». Trasferitosi nel 1895 al Cairo, L. fu maggiormente impegnato nel perseguire istanze di modernizzazione e nuove forme d’espressione. Opere del periodo maturo, che si sarebbe concluso attorno al 1907, sono la Dâ’ira e il villino della Dâ’ira di Galâl pascià dove «la manipolazione, lo smembramento e il rimontaggio in aggregazioni inconsuete di motivi del repertorio storicista» non sono disgiunti da soluzioni tecniche d’avanguardia, come i solai in cemento armato. La residenza estiva della madre del Kedivé d’Egitto a Bebek (1900-1901), sul Bosforo, rappresenta un episodio eclatante, ma isolato nella biografia artistica di L., anche se inaugura la lunga stagione dell’art nouveau a Istanbul, collocandosi alla stessa altezza cronologica della casa Botter (1900-1901) di Raimondo D’Aronco. Non mancano, in questo periodo, le sontuose residenze cairote in stile neocinquecentesco commissionate dall’aristocrazia locale. Vanno menzionati pure due edifici commerciali (La Grande Fabrique Stein, 1904; Walker & Meimarachi, 1906) ricalcati sugli esempi viennesi della Wagnerschule. La nomina alla carica di architetto capo dei palazzi kediviali coincise con l’esaurimento della spinta modernista. Esiti di maggiore novità si ebbero in edifici nei quali rilesse l’architettura mamelucca (interni della Banca Misr, 1922-1927; ospedale pediatrico Abu al-Rich, 1930). L. mantenne sempre vivo il legame con la città natale, alla quale inviò i progetti, non realizzati, per le chiese del Sacro Cuore (1893) e di S. Rocco (1894), e ugualmente sarebbero rimaste sulla carta, con suo grande dispiacere, le proposte di assetto urbano della città (1905, 1917). Di persona finanziò invece la Fontana dell’obelisco (1909), eretta davanti alla chiesa di S. Rocco, e la sua residenza sul colle del Rafut (1912-1914; ricostruita 1928-1929), oggi in Slovenia, vero e proprio monumento dell’architettura islamica. L’attaccamento sentimentale alla città natale si espresse anche nell’uso del friulano che ricorre nelle lettere scambiate con l’amico Dionisio Ussai o nei componimenti, anche musicali, dedicati alla Madonna del Monte Santo e alla città.

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Bibliografia

COSSAR, Storia dell’arte, 28, 183, 364-366, 396; L. CICERI, Due Goriziani illustri: Dionisio Ussai e Antonio Lasciac, Gorizia, Udine, SFF, 1969; DAMIANI, Arte del Novecento I, 164-166; A. MADRIZ TOMASI, Antonio Lasciac Bey e le sue poesie in friulano, «Borc San Roc», 8 (1996); D. BARILLARI, La villa “egiziana” di Antonio Lasciac sul Rafut: revival islamico nella Mitteleuropa, ibid., 10 (1998), 43-57; D. KUZMIN, Il quaderno fotografico delle opere di Antonio Lasciac presso l’Accademia di San Luca a Roma, «Studi Goriziani», 89-90 (1999), 113-127; L. CODELLIA - F. CASTELLAN, Antonio Lasciac, in Novecento a Gorizia, 120-121; L. CODELLIA - F. GRAZIATI - P. VOLPI GHIRARDINI, La «Nizza austriaca», la città redenta e la ricostruzione, ibid., 13-17, cat. 2, 5-6; M. CHIOZZA, Antonio Lasciac. Tra echi secessionisti e suggestioni orientali, Monfalcone, EdL, 2005; Da Gorizia all’Impero ottomano: Antonio Lasciac architetto. Fotografie dalle collezioni Alinari. Catalogo della mostra, a cura di E. GODOLI, Firenze, Fratelli Alinari, 2006; V. FERESIN - L. MADRIZ MACUZZI, La fontana monumentale del “Bey” 1909-2009, Gorizia, Centro per la conservazione e la valorizzazione delle tradizioni popolari di Borgo S. Rocco, 2009.

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