MANIN LUDOVICO IV (1726-1802)

MANIN LUDOVICO IV (1726-1802)

ultimo doge

Immagine del soggetto

Ludovico Manin in un ritratto di Bernardino Castelli.

Nacque a Venezia nel 1726, figlio primogenito di Ludovico III, detto Alvise, e di Maria di Pietro Basadonna, unica erede di vasti possedimenti in tutto il territorio veneto. Dalla metà del Seicento i Manin iniziarono a spostare i loro interessi dal Friuli a Venezia. Nel 1651 con la riapertura del Libro d’oro a seguito della guerra di Candia Ludovico I con l’esborso di 100.000 ducati aveva acquistato il titolo di patrizio veneto e nel suo testamento aveva raccomandato alla discendenza di fare “gran parentado” nella Dominante. Nel 1700 i Manin vi si stabilirono definitivamente, in un palazzo dei Dolfin di San Salvador che acquistarono nel 1787 e che trasformarono in una prestigiosa dimora, diventando sempre più «una famiglia veneziana che opera anche in Friuli» (Frank, 18-23). Nella prima metà del Settecento la sistemazione del complesso di Passariano e la riforma del duomo di Udine avevano completato in Friuli un’operazione autocelebrativa di una dinastia che però ormai guardava a Venezia. Pur appartenendo a una famiglia ‘nuova’, Ludovico IV riuscì a inserirsi nel più alto patriziato della città marciana. Studiò dapprima sotto la direzione della madre, donna di elevata cultura, poi al collegio dei Gesuiti di Bologna dove sostenne una tesi sul diritto naturale. Nel 1743 andò a Roma, dove continuò a studiare privatamente con il sacerdote Gibellini; nel 1746 fu ospite con il fratello Pietro del console veneziano a Napoli, dove fu presentato al re Carlo di Borbone. Nel 1748 sposò Elisabetta Grimani del ramo dei Servi, matrimonio celebrato anche dalle decorazioni del palazzo di San Salvador, eseguite da Giambattista Tiepolo. Pure i matrimoni dei familiari rispettarono la volontà di Ludovico I di fare “gran parentado” a Venezia: il fratello Giovanni sposò Samaritana Dolfin in prime nozze, celebrate con grande sfarzo a Passariano e in seconde Caterina Pesaro; la sorella Arpalice si unì a Giovanni Ruzzini; Cecilia sposò Andrea Renier, figlio del futuro doge Paolo Renier; Lucrezia fu moglie di Antonio Priuli. ... leggi  M. nel 1751 iniziò un’importante carriera pubblica. Entrato nel Maggior consiglio, fu eletto capitano di Vicenza, di Verona, podestà di Brescia e nel 1763 fu nominato procuratore di San Marco. Fu poi titolare di molte cariche amministrative della Repubblica, guadagnandosi la fama di amministratore esperto e capace. Nel 1789 alla morte del doge Paolo Renier salì alla carica ducale dopo che i grandi elettori, non essendo riusciti a trovare un accordo, decisero di affidarsi a un rappresentante della nobiltà ‘nuova’ convergendo i voti su M., favorito anche dalla sua enorme ricchezza, pur tra commenti ironici e malevoli da parte del più antico patriziato lagunare. Egli non ambiva alla carica, ma la accettò con senso di responsabilità. Nel 1797 dovette affrontare l’avanzata di Bonaparte fino all’abdicazione del Maggior consiglio del 12 maggio, preoccupandosi della salvezza della città e della continuità istituzionale fino al passaggio alla Municipalità provvisoria, rifiutando di fare parte a qualunque titolo di un altro governo. Si chiuse poi nel suo palazzo, prima a San Salvador, poi – essendo questo in restauro – a palazzo Grimani dei Servi, dedicandosi alla scrittura delle sue memorie in difesa del suo dogado. Morì nel 1802. Giudizi negativi sull’operato di M. iniziano subito dopo Campoformio e informano – tranne rari casi – la storiografia ottocentesca. Viene accusato di debolezza, di incapacità di dominare  gli eventi. Soltanto a Novecento inoltrato la sua figura viene riabilitata. Per primo Bozzola afferma  che M. non abbandona la macchina dello Stato, ma la guida in senso democratico. Si aggiunge il giudizio di Cessi, che mette sotto accusa non il doge, ma un governo ormai malato, mentre riconosce a M. dignità, fermezza e volontà di salvare l’immagine di Venezia. La ricerca e la pubblicazione di nuovi documenti porta a una revisione totale della sua figura, vista come animata da spirito di servizio e senso dello Stato, uomo di legge convinto che «le sue responsabilità comportassero l’esigenza ch’egli conducesse lo Stato verso un passaggio di consegne veloce e ordinato» (Raines, 1997, 207).

 

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Bibliografia

L. MANIN, Io, ultimo doge di Venezia, introduzione di G. Scarabello, Venezia, Canal, 1997. A. BOZZOLA, L’ultimo doge e la caduta della Serenissima, «Nuova rivista storica», 12 (1934), 3-32; R. CESSI, Manin, Ludovico, in Enciclopedia italiana, 22/1, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1934, 129-130; M. MASSIRONI - G. DISTEFANO, L’ultimo dei dogi, Venezia, Helvetia, 1986; M. FRANK, Virtù e fortuna. Il mecenatismo e le committenze artistiche della famiglia Manin tra Friuli e Venezia nel XVII e XVIII secolo, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, 1996; Al servizio dell’”amatissima patria”: le Memorie di Ludovico Manin e la gestione del potere nel Settecento veneziano, a cura di D. RAINES, Venezia, Marsilio, 1997; D. RAINES, Manin, Lodovico Giovanni, in DBI, 69 (2001); F. VENUTO, La villa di Passariano dimora e destino dei nobili Manin, Passariano di Codroipo, Associazione fra le Pro Loco del FVG, 2001, 309-323; G. PILLININI, Il friulano Lodovico Manin, ultimo doge della Serenissima: una riabilitazione, «Atti dell’Accademia udinese di Scienze lettere e Arti», 103 (2010), 49-58.

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