MORASSI LEONARDO

MORASSI LEONARDO (1809 - 1863)

ecclesiastico, botanico, educatore

Immagine del soggetto

Leonardo Morassi, ritratto ad olio del 1860 (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque in Carnia, nel cuore della Valcalda, a Salârs di Monajo (Ravascletto), il 9 luglio 1809. Figlio di Nicolò, discendente del ramo “di Val” dei Morassi di Ravascletto, e Maria Casanova, ebbe una vita operosa che lo avrebbe portato ad essere ricordato da una parte come collaboratore per la Carnia di Giulio Andrea Pirona, dall’altra come sacerdote-pedagogo che accoglie i nuovi dettami per un progresso agrario e sociale del Friuli contadino, e in particolare della montagna carnica. A fine Ottocento il suo nome si lega però, grazie a Vincenzo Joppi, ad alcuni scritti in friulano originali per lingua, contenuti, interesse demologico. Di famiglia relativamente benestante, secondo di quattro figli, rimase orfano di padre all’età di nove anni e, mentre il primogenito, Nicolò, seguì presto le vie dell’emigrazione, egli si adattò a cooperare alla vita domestica. Verso i quindici o sedici anni, indirizzato probabilmente dai parroci del paese, iniziò la preparazione al sacerdozio, ma solo intorno ai ventidue anni affrontò l’iter seminariale. Ordinato alla fine del 1836, ricevette il primo incarico l’anno successivo, con destinazione la Val Pesarina, dove a Prato Carnico fu cooperatore del parroco don Malagnini e maestro della scuola comunale dal 1837 al 1843. Impartì anche lezioni private e si distinse per l’impegno concreto a favore delle frazioni, mostrando indipendenza nei rapporti e nell’operato. Dal 1842, staccandosi dalla canonica, abitò per un periodo nella casa di “Cort di sot”, ma l’anno successivo venne assegnato ad Amaro come cooperatore di don Simonetti, assistente economo e vicario sostituto officiante, e lì riprese l’attività di maestro comunale. ... leggi Alla morte di don Malagnini, i capifamiglia di Prato Carnico reclamarono M. come titolare e fissarono la data dell’ingresso solenne, quando rimase vacante il beneficio di Amaro. Richiesto a gran voce anche in questa sede, M. scelse la seconda destinazione, non senza il rammarico dei parrocchiani di Prato. Sono state forse la posizione e la particolarità del comune, posto all’ingresso della Carnia, alla confluenza tra il fiume Fella e il Tagliamento, aperto al Friuli collinare e centrale, non disperso in frazioni e compatto per popolazione e territorio, ma disagiato per reddito al pari di altre comunità montane, ad attrarre M. E gli anni ad Amaro sarebbero stati particolarmente proficui sia dal punto di vista degli studi botanici, che per l’innovativa esperienza pedagogica e sociale. Come sacerdote manifestò immediatamente il suo spirito attivo, a largo raggio. La stessa situazione economica di Amaro, come risulta da scritti posteriori, lo indusse a riflessioni che ne esortavano l’iniziativa. Si dedicò alla cura d’anime, impegno che gli impose di rinunciare all’insegnamento elementare, rimanendo però direttore della scuola elementare maschile minore e mediatore tra la deputazione comunale e i maestri, sacerdoti o secolari. Riordinò gli archivi parrocchiali e la situazione documentaria del beneficio. Redasse, prima in lingua latina poi in versione italiana, una storia documentata della parrocchia. Da questo, come da altri scritti e prediche, emerge anche un naturale rilievo dato alla lingua friulana, che compare come intercalare, in detti, proverbi popolari, termini specifici, negli scritti e nelle prediche. Ad Amaro M. poté coltivare la passione per la botanica. L’interesse, consono alle aperture dell’Ottocento, è documentato da un quaderno manoscritto intitolato Miscellanee memorie. Raccolte in leggere diverse opere di bottanica, e di agricoltura (1846-1854), dove vengono indicate, con osservazioni e note, le piante coltivate nel giardino botanico o in vivaio. L’importanza dell’abate M. per gli studi botanici friulani venne definita dall’incontro con Giulio Andrea Pirona, che di lui si giovò per la composizione del primo catalogo floristico regionale: il Florae forojuliensis syllabus del 1855. Le piante che M. trovò per primo nella regione e quelle scoperte dopo la pubblicazione del Syllabus sarebbero state comunicate da Pirona ai professori De Viviani e Saccardo, che le avrebbero inserite nel catalogo delle piante vascolari del Veneto. Lo studio botanico si affiancò all’attenzione per la coltivazione e l’agricoltura in generale. Le osservazioni spaziano dagli alberi da frutto, alle tecniche d’innesto, all’apicoltura, alla veterinaria e zoologia, a un migliore sfruttamento dei prati e pascoli per l’allevamento, con una prospettiva pionieristica (seppure non isolata) sulla possibilità di un uso adeguato delle risorse naturali della montagna come fonte di reddito per ridurre o fermare l’emigrazione. All’approfondimento teorico si unì costantemente l’applicazione pratica e l’abate stesso lavorava i campi e poderi del beneficio, sperimentando e moltiplicando le colture, preoccupandosi di coinvolgere e sensibilizzare gli abitanti al fine di giovare al paese. In questo percorso, a metà Ottocento, era sostenuto dalle idee sullo sviluppo agrario e il progresso sociale che circolavano negli ambienti intellettuali udinesi (in particolare in seno alla giovane Associazione agraria friulana), e dalle direttive che giungevano dalle gerarchie ecclesiastiche, le quali trasmettevano al clero delle campagne, attraverso esplicite circolari, i princìpi di tale percorso. Dal 1847 M. fu socio corrispondente dell’Associazione agraria e membro del comitato di studio per la sezione montana, insieme con Giovanni Battista Lupieri e Giovambattista Bassi. Nel 1853, per il suo impegno scientifico e pratico, venne nominato socio dell’Accademia di Udine. Nello stesso anno, dopo un breve soggiorno nella nativa Ravascletto, durante il quale ebbe modo di osservare e partecipare all’innovativo esperimento didattico della Società-scuola artistico domenicale aperta a Monajo da don Martino De Crignis, positivamente colpito dal generale profitto della scuola che raccoglieva già più di settanta tra muratori, fabbri, falegnami, tessitori, sarti, calzolai, chiese l’autorizzazione per fondare un’analoga istituzione ad Amaro. M. era in sintonia con lo spirito che don De Crignis infondeva all’iniziativa, cioè di favorire innanzitutto l’istruzione di mestiere, contribuendo a formare maestranze che sapessero distinguersi nel contesto competitivo del lavoro migrante, senza trascurare di coinvolgere altre fasce della popolazione e di fornire principi morali e igienici per un concreto miglioramento delle comunità locali. L’abate applicò il disegno della scuola domenicale ad Amaro adattandolo alla vocazione agricola del comune. Nel 1854 venne così aperta qui la Scuola artistica-agraria domenicale, con insegnamento pomeridiano aperto a tutti. Ripresi l’intelligente organizzazione, gli statuti e gli scopi morali e civili della scuola della Valcalda, ad Amaro poterono così essere messi a frutto i risultati degli studi agricoli e botanici e delle riflessioni sulla necessità del paese di uscire dal suo stato di abbandono e miseria. Secolo di mutamenti e ridefinizione del panorama socio-economico, l’Ottocento vide mutare anche le comunità di villaggio montane, sgretolarsi le regole comunitarie, infrangersi le vie tradizionali dell’emigrazione terziaria (quei commerci con l’oltralpe che da secoli integravano la fragile economia agricola), mentre cresceva la popolazione e si trasformava, con i comuni, l’uso del territorio. La preoccupazione di una cattiva gestione delle risorse e, con l’avanzare dell’emigrazione stagionale estiva, di un generale abbandono, fu colta dai sacerdoti-maestri, che si incaricarono di muovere gli abitanti, puntando sull’istruzione, a un nuovo, duraturo, progresso. Gli insegnamenti di M. presso la scuola domenicale erano tesi perciò a far conoscere metodi di coltivazione adatti al luogo e più redditizi, a sradicare abitudini e inculcare norme igienico-sanitarie per la cura delle persone e degli animali, ma soprattutto a una nuova disposizione verso sé, il prossimo, la società. Ad Amaro l’abate rimase fino a tutto il 1858. Nonostante l’impegno quindicinale presso la comunità, venne colpito da calunnie e costretto ad allontanarsi, pur non rinunciando al beneficio. Si ritirò nel paese di origine e trascorse gli ultimi anni di vita tra Monajo e Zovello. A Zovello, dove rifece un piccolo orto botanico e riprese le ricerche floristiche e la raccolta del materiale per l’erbario, assunse l’incarico di mansionario, cameraro della locale Confraternita, e di maestro della scuola elementare. Dal 1859 al 1861 fu inoltre collaboratore assiduo e sollecito della Scuola artistica domenicale di Ravascletto (sul «Bullettino dell’Associazione agraria friulana» comparirono alcuni saggi delle lezioni agrarie). A compendio dell’insegnamento di agricoltura teorico-pratica compose Il Contadinello dirozzato. Ossia Cenni di agricoltura montana teorico-pratica ad uso della scuola di Zovello in Carnia, operetta manoscritta in forma di catechismo agrario indirizzata ai fanciulli e giovani contadini del paese montano, come modello di «istruzione elementare per la gioventù nell’agricoltura», datata 1861. Colpito da un tumore maligno, nell’estate del 1861 fu costretto a una lunga convalescenza. A fatica l’anno successivo riprese e portò a termine le lezioni agrarie. Ritirandosi a Salârs, nella casa paterna, morì il 21 gennaio 1863. Datano forse a questi anni gli scritti friulani, ora consultabili solo nella trascrizione che ci ha fornito lo Joppi. Si tratta de La parabola del figliol prodigo e delle Costumanze e tradizioni della Valcalda in Carnia, descritte nell’idioma del paese natio da Pre Leonardo Morassi. L’Ascenso (in Testi inediti friulani, 1873) e de Il Figliuol Prodigo. Peravule in dialet di Amar vile da pit de Çhargne, apparso in «Pagine friulane» (IV, 14 gennaio 1891). Le due parabole appartengono al filone dei testi paradigmatici utilizzati nelle inchieste dialettali ottocentesche, e sono entrambe citate da C. Salvioni. Il secondo testo però si discosta nettamente dal modello, palesando una minuzia e un gusto compositivo che lo pone, insieme alle Costumanze e tradizioni della Valcalda, nell’orizzonte della sintesi documentaria e dell’inventario linguistico. Di M. si conservano presso la Biblioteca civica di Udine i fascicoli manoscritti che ne testimoniano l’attività scientifica e pedagogica, il Contadinello dirozzato e una copia del Florae forojuliensis syllabus, appositamente intercalata da pagine bianche poi riempite dalle note e osservazioni personali. Presso il Museo friulano di storia naturale di Udine è invece custodito l’erbario, che fa di lui, degno allievo e collaboratore del Pirona, uno dei protagonisti dello sviluppo delle scienze botanico-naturalistiche in regione.

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Bibliografia

Mss BCUd, Principale, 1507, 1508.

Cronaca dei Comuni, «L’alchimista friulano», 4/9 (1853), 72; 4/15 (1853), 119-120; lezioni e comunicazioni agrarie, «Bull. Ass. Ag. Fr.», 4/6 (1859), 41-45; 4/13 (1859), 97-102; 5/17 (1860), 89-91; 6/11 (1861), 82-83; 7/47 (1862), 370-371; Costumanze e tradizioni della Valcalda in Cargna, descritte nell’idioma del paese natio da Pre Leonardo Morassi di Monaio. L’Ascenso; La parabola del Figliuol Prodigo, esposta da Per Leonardo Morassi nell’idioma di Monaio e Solars, nella Valcalda in Cargna, in Testi inediti friulani dei secoli XIV al XIX, a cura di V. JOPPI, «Archivio glottologico friulano», 4 (1878), 316-319; Il Figliuol Prodigo. Peravule in dialet di Amar vile da pit de Chargne, dell’abate don Leonardo Morassi, «Pagine friulane», 4/4 (1891), 61.

C. SALVIONI, Versioni friulane della Parabola del Figliuol Prodigo tratte dalle carte Biondelli, «MSF», 9 (1913), 80-95; M.C. CESCUTTI, Dio dis: juditi tu… Passione botanica e impegno pedagogico nella Carnia del 1800 (Leonardo Morassi), Cercivento, Coordinamento circoli culturali della Carnia, 1997; R. PELLEGRINI, La cultura popolare nella letteratura friulana, in La cultura popolare in Friuli. Atti del convegno di studio, Udine, Accademia di scienze, lettere e arti, 1989.

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