PANCIERA VALENTINO

PANCIERA VALENTINO (1829 - 1902)

scultore, intagliatore

Immagine del soggetto

Madonna del Rosario con il Bimbo e due angeli, scultura lignea di Valentino Panciera, 1898 (Tricesimo, chiesa parrocchiale).

Nato ad Astragàl di Zoldo (Belluno) il 29 luglio 1829, era figlio dell’intagliatore Giovanni Battista (discendente di un altro Valentino, intagliatore) e di Caterina Cordella. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, egli ebbe i primi rudimenti dell’arte dal padre che nel paese teneva aperta una bottega artigianale. Negli anni 1836-1837 seguì il genitore, incaricato di svolgere alcune commissioni a Belluno e, dimorando nel capoluogo, entrò in contatto con il pittore Antonio Tessari nel cui studio rimase affascinato dai numerosi gessi e dai dipinti. Nel 1842 Giovanni Battista, constatando la manifesta disposizione del giovane verso l’arte, per un breve periodo lo inviò alla scuola cittadina di disegno di Antonio Federici. Successivamente, fino al 1849, P. rimase nella Val di Zoldo coadiuvando il padre in ogni lavoro che si presentava e affinando progressivamente la tecnica dell’intaglio; tale data, comunque, segnò un radicale cambiamento della sua vita. Venne infatti chiamato insieme con il padre ad Agordo dall’architetto Giuseppe Segusini che, attivo nell’impresa di rifacimento dell’arcidiaconale, li incaricò di eseguire alcuni arredi. In questa occasione il celebre pittore Giovanni De Min, intento negli affreschi dell’abside, notò la non comune abilità del giovane (aveva disegnato i tre Profeti per il candelabro pasquale), dote peraltro apprezzata anche dal mecenate locale Luigi de Manzoni il quale fu prodigo di nuove commissioni per i due Besarel. Soprattutto Segusini sollecitò il genitore a mandare il giovane P. a Venezia per compiere i regolari studi presso l’Accademia di belle arti. ... leggi Superata l’ammissione, dal 1853 al 1855 frequentò con profitto i corsi di Michelangelo Grigoletti, di Pompeo Molmenti e di Luigi Ferrari; gli insegnamenti di quest’ultimo costituirono per lo studente una forte attrattiva, soprattutto nell’aspetto del linguaggio pacatamente naturalistico e nell’equilibrio compositivo ricco di raffinati riferimenti rinascimentali. Nel 1855, essendo insufficienti gli aiuti economici della famiglia per farlo proseguire negli studi, accettò di scolpire le statue dei Ss. Pietro e Paolo per la chiesa agordina di Tiser. Forzatamente interrotto il percorso accademico, tra il 1855 ed il 1856, grazie all’interessamento di Segusini e la fiducia del canonico Giovanni Battista Cercenà, ottenne l’incarico di tornare a cimentarsi con la statuaria di grandi dimensioni, scolpendo in legno di cirmolo le quattro figure degli Evangelisti per la cattedrale di Belluno. Il risultato venne giudicato lusinghiero e gradualmente al giovane si dischiusero le porte della notorietà. Dal 1856 prese avvio un crescendo di commissioni sia da parte di enti ecclesiastici sia di laici che nelle sue opere (statue, bassorilievi, ecc.) ammiravano il nobile equilibrio, la straordinaria morbidezza di modellato e il variegato substrato culturale, dove si riconosce una garbata rielaborazione di fonti rinascimentali e barocche in cui domina il vivido ricordo dell’arte di Andrea Brustolon. Nel 1858 sposò la conterranea Marina Fontanella che gli avrebbe dato numerosi figli. Tra i sopravvissuti, solo Caterina (1867-1947) avrebbe dimostrato predisposizione per il disegno e la scultura, dote poi affinata negli studi accademici e nel costante impegno operativo, attraverso il quale giunse ad esiti di mirevole sensibilità interpretativa. Nel 1860 P. ebbe la qualificante commissione di un monumentale tabernacolo per la chiesa di S. Rocco a Belluno. Sebbene ormai il lavoro in provincia non gli mancasse, egli era comunque interessato a farsi conoscere nei più aggiornati cenacoli artistici nazionali e, anche per questo, tra il 1860 e il 1861, risiedette a Firenze con il fratello Francesco (suo valido ausilio). Calatosi nello stimolante ambiente divideva la giornata tra un lavoro indefesso e lo studio presso l’Accademia, mentre la sera si dedicava alla frequentazione del caffè Michelangelo, il noto ritrovo degli artisti. Giovanni Duprè, autorevole scultore e indiscusso esperto, apprezzò le creazioni di P. che, nell’Esposizione fiorentina del 1861, ottenne una medaglia. Dotato di una straordinaria capacità lavorativa, sorretto dallo spiccato talento e cosciente delle necessità di non doversi spostare tra la Val di Zoldo (dove aveva eseguito qualche pregevole opera) e Venezia, nel 1870 – dopo aver ultimato quattro grandi statue marmoree per la basilica di S. Maria delle Grazie ad Este – si trasferì definitivamente nella città lagunare. Coadiuvato nella sua bottega sia dal fratello sia da allievi, quasi sempre provenienti dalla provincia di Belluno, riuscì ad esplicitare le sue abilità attraverso una rigogliosa e raffinata produzione di statue di genere sacro e profano (in marmo e in legno), di suppellettili e di mobili di alto livello. La considerazione in cui venne tenuto lo scultore crebbe notevolmente nei tempi anche tramite le esposizioni nazionali ed internazionali alle quali partecipò ottenendo qualificanti premi e lusinghieri giudizi. Basti infatti pensare a quelle di Roma (1873), Londra (1874), Filadelfia (1876), Amsterdam (1877), Parigi (1878), Barcellona (1888). Sull’onda del costante successo e della notorietà che gli garantiva anche cospicue commissioni di alcune case reali e della più esclusiva aristocrazia e borghesia europea, lasciò la prima bottega veneziana trasferendosi nella nuova ricavata in alcuni ambienti di palazzo Contarini da lui acquistato. Nonostante l’incidente avvenuto nel 1885, a causa del quale perse quattro dita della mano destra, continuò tenacemente a lavorare costruendosi una particolare attrezzatura. La coinvolgente gradevolezza delle sue opere e delle sue invenzioni di facile iconografia, la ricerca dei pacati chiaroscuri e la tecnica virtuosistica sono i denominatori comuni anche della produzione di questi anni, nella quale sono annoverate alcune statue commissionate da chiese del Friuli. Detti manufatti datano agli anni conclusivi dell’Ottocento, quando il nome dello scultore figurava costantemente nei cataloghi internazionali di arte sacra. Per Cividale del Friuli (chiesa di S. Pietro ai Volti) eseguì l’altorilievo con la beata Benvenuta Boiani che si distingue per la controllata emotività con la quale è resa l’immagine; al 1895 data l’Addolorata di Pradis di Sotto e al 1898 la Madonna del Rosario con il Bimbo e due angeli della parrocchiale di Tricesimo. Alla chiesa di Gradisca di Sedegliano appartengono due statue in legno di cirmolo: una Vergine reggente l’Infante e un Crocifisso, sempre di fine secolo. In questa tornata di anni (1899?) si colloca l’avvincente Maddalena – statua d’ispirazione quasi classica nella quale emergono alcuni fremiti veristi –, che P. scolpì per l’omonima chiesa di Montenars. Per la parrocchiale di quest’ultimo paese aveva già soddisfatto la commissione di una Vergine del Rosario e di un Crocifisso (1889). Eseguì per la parrocchiale di Toppo un’altra statua mariana, mentre nel Tempio Ossario di Udine si ammira la Madonna della Provvidenza, proveniente dalla chiesa di S. Nicolò. Nella cattedrale del capoluogo friulano sono esposte le statue dei Ss. Antonio da Padova, Giuseppe e un Crocifisso – di fine Ottocento – donati dalla figlia Caterina in memoria del padre. All’estrema attività di quest’ultimo spetta il mirevole gruppo dell’Educazione della Vergine (Udine, chiesa di S. Cristoforo), che venne completato dalla bottega nel 1904 dopo la sua morte avvenuta a Venezia nel 1902.

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Bibliografia

G. ANGELINI - E. CASON ANGELINI, Gli scultori Panciera Besarel di Zoldo, Belluno, Fondazione Giovanni Angelini/Centro studi sulla montagna, 2002; Valentino Panciera Besarel 1829-1902. Catalogo della mostra, a cura di M. DE GRASSI, Verona, Provincia di Belluno, 2002 (con bibliografia precedente); F. VIZZUTTI, La scultura nella Valle di Zoldo dopo Brustolon, in Tesori d’Arte nelle chiese dell’alto Bellunese - Val di Zoldo, a cura di M. PREGNOLATO, Belluno, Provincia di Belluno, 2005, 111-127; F. VIZZUTTI, Val di Zoldo - Tesori d’Arte dell’alto Bellunese. Guida, Belluno, Provincia di Belluno, 2005, passim.

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