PECILE DOMENICO

PECILE DOMENICO (1852 - 1924)

agronomo, esponente del cooperativismo

Immagine del soggetto

Domenico Pecile, sindaco di San Giorgio della Richinvelda e poi di Udine (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque a Udine nel 1852, secondo dei tre figli di Gabriele Luigi e Caterina Rubini di Gemona. Iniziò gli studi con un precettore ecclesiastico in casa e poi intraprese la formazione classica, che abbandonò all’apertura dell’Istituto tecnico di Udine. Conobbe così Alfredo Cossa (1833-1902), amico del padre, e ne nacque un’amicizia fondamentale per la vita di P. Il Cossa era una personalità della scuola: su incarico di Quintino Sella aveva fondato l’Istituto tecnico e l’annessa sezione agraria sperimentale e ne era allora direttore. Nel 1871, P. seguì il Cossa, chiamato ad insegnare all’Università di Torino e a dirigere il locale Museo industriale. In quella città P. conseguì la laurea in chimica e iniziò a lavorare presso la Stazione agraria sperimentale. Successivamente, sempre seguendo il suo maestro, si trasferì a Portici (Napoli), come assistente del laboratorio chimico della nuova Scuola superiore di agraria. Con l’intenzione di approfondire gli studi, nel 1876 si recò a Monaco di Baviera presso Lehmann del Centro sperimentale di agraria, e poi in Ungheria, per un viaggio di studio sulla conduzione della terra e sui metodi di coltivazione. Al rientro in Italia, iniziò la sua carriera di insegnante all’Istituto tecnico di Catania, ma dovette subito interromperla per il sopraggiungere di una malattia agli occhi di origine nervosa. Rientrò quindi in Friuli nel 1878, dove iniziò a frequentare gli ambienti della Società alpina friulana, sfruttando la notorietà acquisita salendo sulla vetta della Jungfrau durante il suo soggiorno svizzero. ... leggi Nell’ambiente alpinistico udinese, che avrebbe costituito la Società alpina friulana nel 1880, ebbe modo di conoscere Camilla, figlia di Carlo Kechler senior, che sarebbe diventata sua moglie. Nel 1878 iniziò a dedicarsi interamente alle tenute di famiglia a San Giorgio della Richinvelda, dal momento che il padre era impegnato come sindaco di Udine e come amministratore dei beni di Fagagna e che il fratello Attilio era partito per una serie di viaggi di esplorazione, al fianco di Pietro Savorgnan di Brazzà. La tenuta di San Giorgio era caratterizzata da un generale stato di arretratezza sotto ogni aspetto e, in particolare, necessitavano di essere migliorati i metodi di coltivazione della terra e le condizioni socioeconomiche dei contadini. P. si dedicò totalmente a una impresa che si sarebbe mostrata grave di difficoltà tecniche ma anche di problemi sociali, che affrontò con coraggio e con l’approccio liberale e illuminato che aveva caratterizzato anche suo padre. Per sedici anni ricoprì inoltre la carica di sindaco di San Giorgio della Richinvelda. Nel periodo del mandato si adoperò in ogni modo per risollevare le pessime condizioni di vita di quel paese, che sua madre definiva «la tomba dei vivi». Si dedicò al miglioramento delle terre dei propri possedimenti e della qualità della vita dei suoi coloni, e avviò anche il sistema delle cooperative in Friuli. Con i suoi studi e le sue ricerche riuscì a favorire il rinnovamento del comparto agricolo nella zona di San Giorgio, soprattutto la coltivazione dei vitigni di Cabernet e Merlot; per i miglioramenti apportati in quest’ultima, ottenne la medaglia d’argento dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti nel 1883. Fu tra i soci fondatori dello zuccherificio di San Vito al Tagliamento e della Cooperativa di perfosfati, della quale fu anche presidente fino alla morte. Promosse e fu tra i fondatori di numerose istituzioni, tra cui la Cassa rurale di San Giorgio e di Aurava (1892), il forno sociale cooperativo, la latteria sociale, la cucina per i poveri, la casa di riposo per anziani, la fornace di laterizi. Numerosi furono gli incarichi pubblici che ricoprì: fu vicepresidente dell’Esposizione agraria e rappresentò l’Associazione agraria friulana, della quale era diventato membro nel 1882, a Parigi e alla riunione viticola a Roma. Nel novembre 1904 fu eletto sindaco di Udine e tenne quella carica ininterrottamente fino al 1920, ovvero in un periodo estremamente difficile per la storia della città e della nazione. Tra le molte opere a carattere edilizio, igienico e sanitario che promosse come sindaco di Udine, va ricordata la scelta di affidare a Raimondo d’Aronco nel 1906 l’incarico di un nuovo progetto di palazzo comunale, sostenendolo fino all’approvazione della demolizione di tutta l’area del vecchio palazzo. Nello stesso 1906 P. inaugurò la nuova sede del Museo civico nel castello, ceduto in comodato al comune nel 1898. P. dovette anche affrontare nel 1917 il trasferimento dell’amministrazione comunale a Firenze e, nel 1918, i problemi del rientro, che fronteggiò per due anni, fino alle dimissioni nel 1920, quando si ritirò a vita privata, dedicandosi al riordino delle sue proprietà a San Giorgio della Richinvelda, dove morì, dopo breve malattia, il 27 maggio 1924. Fu anche vicepresidente del consiglio provinciale di Udine, presidente dell’Associazione agraria friulana e del Consorzio del canale Ledra-Tagliamento. Ha lasciato numerosi studi, saggi e relazioni, pubblicati in gran parte nel «Bullettino» dell’Associazione agraria friulana.

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Bibliografia

DBF; E. ZORZI, Al Congo con Brazzà. Diario inedito di Attilio Pecile 1883-1886, Milano, Garzanti, 1940; D. FERUGLIO, Memoria di Gabriele-Luigi e Domenico Pecile, Udine, AGF, 1948 (con una bibliografia degli scritti di P. fino al 1912); V. T., Domenico Pecile sindaco di Udine negli anni della “grande guerra”, «MV», 1° giugno 1964; G. MARIN, I Pecile e la politica agraria, ibid., 26 luglio 1966; MARCHETTI, Friuli, 732-743; P. FERRARIS, Progresso agrario e cooperazione globale nell’opera e negli scritti di D. P., «La Panarie», n.s., 28/108 (1996), 61-69; EAD., Domenico Pecile. Modernizzazione agricola e cooperazione rurale in Friuli tra Ottocento e Novecento, Udine, La Nuova Base, 1996; Mille protagonisti, 344-345.

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