PISENTI PIERO

PISENTI PIERO (1887 - 1980)

politico, avvocato, direttore responsabile

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Il politico Piero Pisenti (Roma, Archivio centrale dello Stato, carte Pisenti).

Nacque a Perugia il 1° dicembre 1887. Il padre Gustavo insegnava in quella Università e fu anche rettore; la madre, Italina Acri, era la figlia di Francesco, famoso traduttore di Platone e docente di storia della filosofia all’Università di Bologna. Gustavo, medico nativo di Spilimbergo (figlio del magistrato che istruì il processo per i moti di Navarons del 1864, suggerendo agli imputati di «negare sempre», poiché il codice penale austriaco considerava necessaria per la condanna la confessione del reo), fu uno dei massimi esponenti della democrazia liberale-radicale pordenonese nei primi anni del Novecento e nel 1892 – qualche giorno dopo la nascita del Partito socialista italiano – aveva pronunciato all’inaugurazione dell’anno accademico un discorso ispirato ai principi del socialismo cristiano. Fu inoltre autore di studi sulle malattie professionali, che posero la base scientifica della successiva legislazione assicurativa e previdenziale. Dopo gli studi al liceo classico a Perugia, nel 1912 P. si laureò in giurisprudenza a Bologna con una tesi sul monopolio delle assicurazioni. Relatore fu Federico Flora, di origine pordenonese, esponente democratico nella città natale. Durante il periodo universitario, P. ottenne un diploma in economia politica nel 1909 a Monaco di Baviera, studiando con il «socialista della cattedra» Lujo Brentano e affiancando alle attività giornalistiche le prime conferenze pubbliche a carattere culturale, oltre a interessarsi ai primi voli aeronautici. Dopo un periodo di tirocinio a Roma e Perugia, nel 1913 iniziò l’attività professionale a Pordenone, nello studio del penalista e futuro sindaco socialista Guido Rosso, del quale rimase socio fino al 1916; dopo la guerra aprì un proprio studio. ... leggi Per il giovane P. furono anni di oscillazioni politiche, tra il socialismo, il liberalismo conservatore del settimanale «Il Tagliamento» e i democratico-radicali, nelle cui file fu eletto nel 1915 consigliere e assessore nella giunta del sindaco Carlo Policreti. Nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, si arruolò come volontario, ma poi ottenne l’esonero (perfino dai servizi d’ufficio) grazie agli appoggi paterni: questo episodio gli fu rinfacciato nel dopoguerra sia dai socialisti sia dai fascisti dissidenti. Il precipitare della vicenda bellica divise gli antichi alleati sulla linea di frattura tra pacifismo ed interventismo; negli anni successivi la maggioranza dei radicali pordenonesi si contrappose ai socialisti fino alla confluenza nel fascismo o al sostegno (a volte effimero) alle sue violenze. Rientrato in servizio come amministratore all’inizio del 1917, dopo la rotta di Caporetto P. diventò commissario prefettizio a Firenze per i mandamenti di Pordenone, Aviano e Sacile. Collaborò con il direttore del «Giornale di Udine», l’irredentista conservatore Isidoro Furlani, nella polemica contro i pacifisti ed i “rimasti”, accusati di disfattismo ed austriacantismo. Nacque in tal modo il mito della purezza patriottica dei ceti dirigenti fuggiti oltre Piave, una “purezza” attorno alla quale si creò il blocco antipopolare del dopoguerra. Nel novembre 1918 P. fu nominato commissario regio per il comune di Pordenone. Nel giugno 1920 promosse la scissione degli agrari pordenonesi dall’Associazione agraria friulana, su posizioni di chiusura verso l’organizzazione contadina, in particolare cattolica. Due mesi dopo fondò il Partito del lavoro, formazione della diaspora radicale a carattere violentemente antisocialista, sostenuta dagli imprenditori – in primo luogo agrari ed industriali tessili, come il sindaco di Udine Luigi Spezzotti, che fu il suo più influente alleato nell’avventura fascista. Nel marzo 1921 fu tra i fondatori della Federazione friulana dell’industria. Nell’estate del 1921 allacciò rapporti con la SADE (Società adriatica di elettricità) di Giuseppe Volpi, scambiando il sostegno all’industria idroelettrica privata con l’acquisizione del «Giornale di Udine» o di un altro quotidiano. Dopo l’estate 1921 il Partito del lavoro confluì nel fascismo, ma P. si era già iscritto al Partito nazionale fascista (PNF) nel dicembre 1920 e dal mese successivo aveva iniziato l’organizzazione della federazione, divenendone il principale esponente, garante del rapporto tra lo squadrismo e i ceti economici dominanti. I due partiti ebbero una vita parallela ed un medesimo leader, che scriveva sui relativi periodici, «Il Lavoro» e «Il Friuli fascista». Nel maggio 1921 P. prese parte all’ondata di violenze squadriste che percorse il Friuli. Fu segretario federale del PNF dal gennaio 1922 ed alto commissario per il Friuli dal gennaio 1923. In maggio – a seguito dell’abolizione di questa istituzione di partito, divenuta ingombrante per Mussolini – fu nominato prefetto del Friuli. Fu uno dei primi quadri politici che il fascismo inserì nell’apparato burocratico, ma la sua azione dimostrò presto i limiti di tale esperimento, entrando in conflitto con l’Arcivescovado e con esponenti fiancheggiatori del regime. P. unificò le province di Udine e Gorizia, al fine di mettere in minoranza la componente slovena prevalente nel Goriziano, ma la Provincia del Friuli, proprio a causa delle resistenze dei ceti dirigenti goriziani, si scisse nuovamente nel 1927. Sulla base di questa esperienza, alcuni autori hanno formulato la tesi che P. – al pari di Giuseppe Girardini e Luigi Spezzotti – precorra l’autonomismo, scelta che però esiste solo in chiave di “antemurale” dell’italianità. Sostituito come prefetto nel dicembre 1923, P. fu nominato sovrintendente generale per i risarcimenti dei danni di guerra, carica mantenuta fino al 1925. Sempre nel 1923, si recò in Francia per organizzare l’emigrazione nelle file del regime, assumendo il controllo delle cooperative socialiste carniche. Alla fine del 1923 divenne direttore del «Giornale di Udine», acquisito grazie a una cordata – in cui P. risultava il maggiore proprietario – capeggiata da Spezzotti. Trasformato nel 1924 in «Giornale del Friuli», il quotidiano fu il suo strumento di battaglia politica, fino all’acquisizione coatta dello stesso da parte del PNF nel dicembre 1929 ed alla sua trasformazione ne «Il Popolo del Friuli». Di nuovo segretario federale per pochi mesi fino al maggio 1924, P. durante i primi anni del regime fu protagonista, come capo della componente proveniente dalla politica tradizionale e dal mondo imprenditoriale, di duri scontri con la corrente squadristica. Nella fase di prevalenza di questa, nel marzo del 1926, fu espulso dal PNF, ma fu difeso da Arnaldo Mussolini e riammesso pochi mesi dopo, in seguito alla caduta del segretario Farinacci (De Felice e Fabbro anticipano l’espulsione all’ottobre 1925, insieme ad altri quindici deputati fascisti). Nel 1928 sposò la contessa Lucia Gropplero di Troppenburg, una cui cugina divenne la moglie di Italo Balbo. Alla fine del 1931 gli fu interdetta per un anno la residenza in Friuli, così che risiedette a Roma. Emarginato dalle prime file del regime negli anni Trenta, si trovano tracce della sua attività in relazione alle principali vicende economiche friulane, dalla transizione del Cotonificio veneziano nelle mani del gruppo “veneziano” di Volpi, Cini e Gaggia alle bonifiche fondiarie della bassa friulana e dei magredi del Friuli occidentale, fino al ruolo di promotore della funivia e delle strutture alberghiere del Monte Santo (nel dopoguerra Lussari). Condivise l’attività professionale con il fratello Francesco, attivo nello squadrismo bolognese delle origini. P. rimase parlamentare per tutto l’arco della dittatura: eletto deputato per la prima volta nel 1924, fu confermato nel 1929, nel 1934 e nel 1939. Partecipò alla legislazione razzista: nel 1939 fu relatore alla Camera sulle Disposizioni in materia testamentaria nonché sulla disciplina dei cognomi nei confronti degli appartenenti alla razza ebraica. Ciò nonostante, nel dopoguerra sostenne di essersi adoperato come ministro per ridurre la persecuzione antiebraica durante la Repubblica di Salò. Fu arrestato nell’agosto 1943 dalle autorità badogliane, a causa del suo attivismo sospetto. Liberato al momento dell’armistizio, da dicembre fino alla caduta del fascismo fu ministro della Giustizia della Repubblica di Salò. In questo ruolo evitò ai magistrati l’obbligo di giurare fedeltà alla Repubblica sociale italiana (RSI). Il suo tentativo di mantenere i legami tra il governo di Salò e i reparti italiani operanti sotto comando germanico nell’Adriatisches Küstenland (come il reggimento alpini Tagliamento) rispose sia alle pulsioni antislave del nazionalismo fascista, sia alla volontà di mantenere una autonoma presenza della RSI nelle aree di confine, come contrappeso alle autorità naziste occupanti. Catturato dai partigiani il 21 giugno 1945 e detenuto fino al processo per collaborazionismo, venne assolto dalla Corte straordinaria d’assise di Bergamo il 17 luglio 1946. La Cassazione confermò la sentenza il 24 aprile 1947: le istituzioni formatesi durante il regime praticamente si autoassolsero e il processo si trasformò in un successo politico per l’ex ministro. Nel dopoguerra fu avvocato in numerosi processi a capi e gregari del fascismo (a vari generali, tra cui Rodolfo Graziani; a Julius Evola, Pino Rauti, Junio Valerio Borghese, al prefetto di Trieste Bruno Coceani e alla più nota spia del regime, il friulano Carlo Del Re). Sempre rimasto legato agli ambienti neofascisti, morì a Pordenone il 19 settembre 1980.

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Bibliografia

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