PITTANA ANGELO MICHELE

PITTANA ANGELO MICHELE (1930 - 2005)

ingegnere, scrittore, friulanista, traduttore

Immagine del soggetto

L'ingegnere e friulanista Angelo Michele Pittana.

Noto anche come “Agnul di Spere”, nome ereditato dal nonno paterno, P. fu personalità limpida nel clima di rinnovamento letterario e di riscoperta del friulano dagli anni Settanta in avanti. All’uso del friulano e a un tessuto di relazioni atte a costruire ponti tra lingue e culture lo guidarono la condizione e il sentire (non retorico) di emigrante (seppure di nuova generazione), mentre l’attività letteraria, poetica e in prosa, nasceva spontanea e intersecava un terreno colto e aperto a influenze selezionate. Nato a Sedegliano (Udine) nel 1930, P. ricevette la prima formazione a Udine (collegio Bertoni e Liceo Stellini) e, laureatosi in ingegneria civile alla Normale di Pisa, dopo una breve esperienza con l’architetto Marcello D’Olivo, nel 1960 trovò occupazione in Svizzera (Bellinzona, Locarno), dove fu progettista per le autostrade cantonali del Ticino. Visse tra le due realtà, friulana e svizzera, finché nel 1993, in quiescenza, si stabilì a Codroipo. In Svizzera, a contatto con la tutela e l’organizzazione democratica delle autonomie, maturò l’interesse per le lingue minori, con un senso di appartenenza che è manifesto dell’essere nella propria storia, e con un moto naturale alla fratellanza tra idiomi e popoli consoni (le «lenghis maris dai puars», lingue madri dei poveri, le lingue minori, come il ladino, il basco, il catalano, l’occitano). Tale impegno si palesò, oltre che in una scrittura che dialoga costantemente, attraverso la traduzione, con le altre letterature, in numerose note di interesse storico-linguistico su riviste e fogli periodici, nella cura di antologie e lessici specifici (degli animali, delle piante, della matematica), nell’adesione a una quantità di sodalizi e progetti che valicavano i confini. ... leggi In Friuli avviò l’Union dai scritôrs furlans [Unione degli scrittori friulani], istituto che, dal 1982, resse per un ventennio. I contatti con i ladini romanci (in Letaris dal Lasimpon, rubrica di «Int furlane») condussero a volumi collettivi che si innestavano sull’idea dello scambio e dell’arricchimento linguistico per mezzo della traduzione letteraria (L’Orculat. Poesiis furlanis sul tramolz [L’orco. Poesie friulane sul terremoto], con componimenti di autori friulani resi in romancio, francese, tedesco, inglese; Raetia ’70, sempre del 1977, che, specularmente, propone in versione friulana curata da P. una decina di lirici romanci; Soreli. Soleil. Poètes frioulans d’aujourd’hui traduits en neuf langues néolatines, del 1979, omaggio al risveglio della poesia friulana, sempre nell’ottica delle parentele con parlate e popoli minori, e, con ventagli sempre più aperti, I timps e lis peraulis [I tempi e le parole], del 1980, e Incuintris [Incontri], del 1985). Come saggista, P. collaborò con Werner Catrina a I Retoromanci oggi. Grigioni, Dolomiti, Friuli (1989). Da ultimo accettò la presidenza del Centri Friûl Lenghe 2000, il cui compito era di traghettare il friulano nel nuovo millennio, facendo del lavoro di ampliamento e rinnovo del patrimonio lessicale, con criteri strettamente normativi, il suo fulcro. Il friulano per P. è lingua della poesia, ma in una prospettiva bifronte che guarda ora verso il passato, da cui derivano risorse da recuperare, ora verso la contemporaneità, eclatante nel ricorrere del lessico tecnico e del neologismo accusato. L’adattamento morfo-fonologico segue il mai smentito «progetto di una lingua organica», sia pure sciolta dal parlato (Pellegrini). Nell’introdurre Un istât [Un’estate], Giacomini ricorda come l’idioma materno sia materia ignea nelle mani di P., «che la plasma con eleganza e con sapienza, con la delicatezza, a volte, di un orefice». Una lingua reinventata, una lingua assoluta. Fin dall’esordio (Semantiche dal flaut [Semantica del flauto], del 1975, che raccoglie versi che risalgono agli anni Cinquanta), P. intreccia la poesia con la prosa, ma soprattutto con un’opera di traduzione eterogenea e militante. Necessariamente poco selettiva, con note di diario o cronaca e un codice che è proposta di koinè, la prosa (Il sît di Diu [Il luogo di Dio], 1983; Olmadis inte Europe. Popui, timps, vôs [Tracce in Europa. Popoli, tempi, voci], 1999) lascia emergere ora il tono civile, ora il peso dell’emigrante, ora la rivendicazione linguistica. La traduzione letteraria si confronta con la pagina asciutta di Hemingway (Las nêfs dal Kilimangjaro [Le nevi del Kilimangiaro], 1977) e con il teatro di T. Williams (Jentrade improibide [Entrata proibita], Tal scûr di une cjamare [Nel buio di una camera], del 1978), pubblicati nella collana dei “Classics des leteraduris forestis” [Classici delle letterature straniere], della “Clape culturâl Acuilee”, mentre su «Gnovis pagjinis furlanis» dal 1996 al 1999 compaiono brani tratti da Washington Irving, Joyce, Buzzati. La poesia esplora aderenze profonde nei volumi monografici dedicati a N. Hikmet (Tu sês la mê libertât [Sei la mia libertà], del 1980), J.R. Jiménez (Eternitâts [Eternità], del 1994) e D.M. Turoldo (Mês gnots cun Qohelet [Mie notti con Qoelet]). La geografia degli autori che condividono le raccolte, già in Semantiche dal flaut, con i propri testi (spesso a loro volta tradotti in altre lingue, in un gioco di specchi) o che compaiono in antologie e periodici, è però assai larga (da Fedro a Shakespeare, Ferlinghetti, Neruda, Goethe, Hölderlin, Rilke, Prévert, Villon, Molière, Shelley, Dickinson, Brecht, Celan, Norwid, Esenin, con indulgenza per le lingue minori, gli occitani Max Roqueta e Patric Marti, i romanci Andri Peer e Luisa Famos, il catalano Raimon, il sardo Antonio Fais, il basco Benito Lertxundi, selezionando secondo il gusto personale o la diretta conoscenza, ma anche nell’ottica di un allargamento del friulano a confronto con le letterature moderne). L’itinerario poetico, che si dipana da Semantiche dal flaut, traccia anche un tangibile andirivieni tra i luoghi. Un istât esce a Udine (Ribis, 1979, in seconda edizione nel 1996 per l’Istitût ladin furlan), Chês flamis [Quelle fiamme], del 1988, con versione in italiano e inglese, si pubblica a Bellinzona, così Lis paveis di Plasencis [Le farfalle di Plasencis], mentre rientrano tra i volumi dell’Istitût ladin furlan Impressions, visions [Impressioni, visioni] (con versione francese di Jacques Furer), del 1997, e Il timp al à alis [Il tempo ha ali], del 2001, venti poesie replicate in ladino, romancio, italiano (dall’autore stesso), inglese. Le scelte non feriali sono evidentissime: avverbi disusati («almens», almeno, «mens», meno, «parêle», parimenti, «parmîs», vicino); voci letterarie («avenâl», vena d’acqua, «blâf», azzurro, «lavie», torrentello, «mirie», meriggio, «tramolz», terremoto); neologismi («avion», aereo, dal francese, nell’ottica della distanza dall’italiano, «cablograme», cablogramma, «vâs sanganôs piçui», capillari); adattamenti fonetici in chiave puristica («dialic», dialogo, «filòsif», filosofo, «imni», inno, «liceu», liceo, «oltrimâr», oltremare, «tron», trono). Concetti astratti («esisti efimer», esistere effimero, «eternâl dualisim», eterno dualismo) e termini tecnici («ciriments di mercjât», ricerche di mercato) sono fusi in sintagmi che legano nuova formazione a epifania poetica («te jéche de dismentie» [nel solco della dimenticanza], «spìssui / hertzians di tuessin travanevenes» [fiotti / hertziani di veleno penetravene]). La pratica del tradurre, che adotta dove possibile la via della mimesi per affinità sonore, allarga il gusto del calco, del recupero di lemmi desueti, della derivazione suffissale: «batračs», rane, per batracios, «estremît», tremante, rabbrividito, per estremecido, «frutarûl», fruttifero, per frutal, «repols», riposo, per repaus, «secretôs», segreto, per sigilosos, giungendo ad arcaismi o forme di patina antica quali «anmò», ancora, «bussart», bacio, «doç», dolce, «segnart», segno, e ancora «nevère», neve, «soletât», solitudine, dallo spagnolo soledad. Una poesia, quella di P., che importa anche per il progressivo affinamento. Per Giacomini, che legge in Un istât i temi di un «canzoniere teso e modernissimo», le antiche parole si «sfanno» in memoria astratta di fronte alla modernità. Lo sradicamento dell’emigrante diventa condizione mentale, correlato della nevrosi, e la donna amata si trasfigura, con suggestione pavesiana, in emblema della terra: «tu sês la me tiere / mistereose e fonde» [tu sei la mia terra / misteriosa e profonda]. Come in Semantiche dal flaut, dove è dichiarato il motivo della rivendicazione («libare nestre tiare, / pure ladine vite, / gjonde di séi furlans» [libera nostra terra, / pura ladina vita, / gioia di essere friulani]), neppure in questa raccolta si dà insistenza sul passato contadino. Il rimpianto è rimosso e la poesia «isola e salva i momenti di privilegio: gli attimi privati dello scarto» (Pellegrini). L’itinerario poetico, mentre calibra ricerca espressiva e cura formale, intarsia i momenti della storia d’amore con la fotografia di un Friuli solitario e remoto, e si affida via via a un lessico che seleziona e depura, a una diffusa luce («Claris lis tôs peraulis» [Chiare le tue parole], «claris lis memoriis» [chiare le memorie]), che a tratti è «incei», abbaglio. Coltivando la poesia come «riscatto, eternità», P. si stacca «dalle scomposte nostalgie del vecchio emigrante», in un tessuto che «propone una variata ma solidale ricerca del tempo vero» (Pellegrini). Pittana scomparve nel 2005 e Vôs di aiar solitari [Voce di vento solitario] uscì postumo. Quasi a confine, l’autore ribadisce, spartendo con il tu amoroso, l’adesione a questo «tempo vero», al vivere come «segnâl di vôs / che nus rive mistic dal Alt / e sperancis parie al impromet / a ti e a mi» [segnale di voce che mistico ci coglie dall’Alto / e in uno promette speranze a te e a me].

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Bibliografia

Semantiche dal flaut, Pordenone, Clape culturâl Rasmo di Valvason, 1975; Las nêfs dal Kilimagjaro e âtres contes (di E. Hemingway), Gurize-Pordenon-Udin, Clape culturâl Acuilee, 1977; Jentrade improibide. Tâl scûr di une cjamare (di T. Williams), Gurize-Pordenon-Udin, Clape culturâl Acuilee, 1978; Un istât, Introduzione di A. Giacomini, Udine, Ribis, 1979 (19962); Tu sês la mê libertât (di N. Hikmet), Gurize-Pordenon-Udin, Clape culturâl Acuilee, 1980; Il sît di Diu, Udine, Ribis, 1983; L’autostrada: la N2 e la N13 del Canton Ticino, Bellinzona, Ed. del Consiglio di Stato del Canton Ticino, 1986; Poesie inedite, «Diverse lingue», 2 (1986); Chês flamis, Bellinzona, Casagrande, 1988; Appunti sull’identità friulana, in W. CATRINA, I Retoromanzi oggi. Grigioni, Dolomiti, Friuli, Lugano, Casagrande, 1989; Poesie inedite, «Diverse lingue», 6 (1989); Lis paveis di Plasencis, Introduzione di R. Pellegrini, Bellinzona, Casagrande, 1992; Eternitâts (di J.R. Jiménez), Gurize-Pordenon-Udin, Clape culturâl Acuilee, 1994; La nomenclature dai animâi (con L. BARUZZINI ), Codroipo, Istitût ladin furlan, 1996; Impressions, visions, Codroipo, Istitût ladin furlan, 1997; La nomenclature des matematichis (con G. MITRI e L. DE CLARA ), Codroipo, Istitût ladin furlan, 1997; Contribuzion par une bibliografie 1945-1997 (con L. DE CLARA ), Udine, Forum, 1998; Lis plantis. cognossilis e doprâlis (con L. BARUZZINI ), Reana del Rojale (Udine), Chiandetti, 1998; Olmadis inte Europe: popui, timps, vôs, Udine, Edizioni de La Vita Cattolica, 1999; Plantis nostranis e forestis (con L. BARUZZINI ), Reana del Rojale (Udine), Chiandetti, 2000; Animâi nostrans e forescj (con L. BARUZZINI ), Codroipo, Istitût ladin furlan, 2001; I nons dai paîs dal Friûl di Mieç, Codroipo, Progjet integrât culture dal Friûl di Mieç, 2001; Il timp al à alis, Codroipo, Istitût ladin furlan, 2001; Mês gnots con Qohelet (di D. M. Turoldo), Tavagnacco, AGF, 2003; Vôs di aiar solitari, Udine, SFF, 2006.

DBF, 647; A. CICERI, Recensione a Las nêfs dal Kilimangjaro, «Sot la nape», 30/3-4 (1978), 140; G. D’ARONCO, Hemingway torna in Friuli, «Ce fastu?», 62 (1986), 153-154; ID., Testimone di lingua e di poesia, ibid. ... leggi, 319-320; A. CICERI, Recensione a Chês flamis, «Sot la nape», 40/4 (1988), 96; C. MACOR, Recensione a Chês flamis, «La Panarie», 81/20 (1988), 111-112; M.C. CESCUTTI, La traduzione letteraria in A.M. Pittana, «M&R», n.s., 22/1 (2003), 149-171; L. BRESSAN, Angelo Michele Pittana (Agnul di Spere), in Codroip. 85n Congrès Societât filologjiche furlane, a cura di A. VIANELLO - F. VICARIO, Udine, SFF, 2008, 381-387.

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