D’OLIVO MARCELLO

D’OLIVO MARCELLO (1921 - 1991)

architetto, urbanista, pittore

Immagine del soggetto

Marcello D'Olivo nello studio di via Savorgnana a Udine, 1957 ca.

Immagine del soggetto

Il Centro scolastico polivalente di Gorizia, progetto di Marcello D'Olivo (1987-1991), in un'immagine del Circolo fotografico isontino di Gorizia.

Nacque a Udine il 27 febbraio 1921 da Giuseppina Del Toso e Antonio, pittore decoratore. Completate le scuole elementari venne assunto come garzone in una cooperativa alimentare della città natale, dove fu apprezzata la sua abilità nell’allestire le vetrine. Riprese gli studi, probabilmente dopo aver frequentato la biblioteca dell’architetto Raimondo D’Aronco, diplomandosi al Liceo artistico di Venezia, frequentando il corso svolto dal pittore Giuseppe Cesetti. A quel periodo risalgono le sue partecipazioni alle mostre collettive giovanili della galleria Bevilacqua La Masa della città lagunare. Nel 1942 si iscrisse alla Facoltà di architettura di Venezia, compagno di corso, fra gli altri, di Gianni Avon e di Angelo Masieri. Frequentò l’università in maniera discontinua, tra difficoltà e sacrifici, mostrando però un grande interesse per le lezioni di scienza delle costruzioni e di fisica (presso l’Università di Padova). Si laureò il 28 novembre 1946, discutendo la tesi Immobile ad appartamenti di abitazione e redazione tipografica di un quotidiano a Udine. Inquadrare l’esercizio professionale di D’O. nelle canoniche categorie di architetto, di urbanista, di artista, di calcolatore strutturale è un’operazione che non rende merito alla integrazione di saperi, di discipline tecniche, di espressioni artistiche, di rigore scientifico presente nelle sue opere e che contraddistingue in maniera specifica la sua attività. Il critico e storico dell’architettura Guido Zucconi, per dare una visione d’insieme dell’architetto, coniò la felice sintesi «architetto d’impresa», che evidenzia la stretta relazione che D’O. ebbe con il mondo dell’industria, e della prefabbricazione in particolare, nello svolgimento dell’attività progettuale. ... leggi Una relazione con il mondo dell’industria piuttosto inconsueta nel panorama italiano (che spiega anche il perché di tanti progetti rimasti allo stato di ideazione, essendo delle proposte che le imprese presentavano ai committenti), malgrado nella seconda metà del Novecento la essenzialità delle conoscenze tecniche (statiche, strutturali, costruttive) venisse affrontata e risolta dagli architetti meglio di quanto non si faccia (o non si sappia fare) ai giorni nostri. D’O., dopo un sodalizio professionale di pochi mesi con il collega Avon e una frequentazione saltuaria dello studio di Provino Valle, lavorò come calcolatore di cementi armati alle dipendenze dell’impresa edile Rizzani di Udine (1947-1949). Nel 1949 aprì lo studio D. B. B. a Udine, in via Leopardi, con due compagni di facoltà non ancora laureati (Adelsi Bulfoni e Edoardo Belgrado), che sciolse tre anni dopo. In quello studio, e nei molti altri (una trentina circa) che D’O. avviò, tanti giovani si prepararono agli studi universitari, a esercitare la professione, a coltivare l’interesse per l’arte e il design: fra questi l’udinese Getulio Alviani, vera e propria stella nel firmamento della sperimentazione artistica contemporanea. A quel periodo risalgono i progetti e le realizzazioni di alcuni edifici di abitazione (case INA a San Pietro al Natisone e a Buia) e il Villaggio del Fanciullo a Villa Opicina (Trieste), un’opera complessa e articolata che si ispira alla Taliesin West di Frank Lloyd Wright. Come fatto curioso può essere ricordato che proprio nel Villaggio, il 6 marzo 1954, D’O. si sposò. È a partire da questo lavoro che l’architetto D’O. iniziò a confrontarsi con temi che fanno riferimento alla grande dimensione, proponendo soluzioni progettuali nelle quali si possono riscontrare la dimensione architettonica, la specificità urbanistica, il gesto artistico, l’attenzione strutturale. Nel 1952, mentre era in corso la realizzazione del Villaggio, D’O. ebbe l’incarico di progettare la lottizzazione che sarebbe diventata Lignano Pineta: l’esperienza di urbanistica contemporanea di maggiore rilievo in regione e unica nel panorama italiano. Le spirali e la chiocciola che disegnano la pineta lignanese furono elaborate in pochi mesi e già nel febbraio 1953 il progetto venne presentato al Corpo forestale dello Stato per la autorizzazione a eseguire i lavori, che ebbero inizio qualche anno dopo. Contemporaneamente alla realizzazione delle opere di urbanizzazione a Lignano Pineta, sorsero i primi edifici; l’architetto D’O. progettò e costruì un paio di edifici di abitazione (fra questi: la villa Mainardis e più tardi la villa Spezzotti), progettò – generalmente senza che fosse dato seguito alla loro costruzione – alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, prototipi di case per vacanze. Il segno architettonico che ancora oggi mostra l’ingegno doliviano a Lignano Pineta è il “trenino”, una successione di negozi, locali pubblici e appartamenti che dal centro della spirale arriva fino al mare. Dopo l’esperienza nel centro balneare friulano, tanti furono gli incarichi affidati a D’O. (fra questi, il progetto per l’ospedale ortofrenico di Potenza, 1965-1968) e numerosi i concorsi di progettazione ai quali partecipò. L’attività professionale si arricchì così di lavori sparsi nel mondo; l’architetto friulano avrebbe seguito i momenti ideativi ed esecutivi, spostando lo studio e trovando nuovi collaboratori. Nell’arco di quasi quarant’anni di attività D’O. aprì studi in diverse città italiane – Udine, Trieste, Roma, Milano, Venezia, Cremona… –, all’estero, soprattutto in Congo, a Brazzaville e Libreville, e nuovi colleghi si affiancarono nelle diverse avventure progettuali. Ai progetti di Lignano Pineta collaborarono gli architetti friulani: Renato Fiorini, Valentino Z. Simonitti, Alberto Tondolo; a Manacore sul Gargano (l’hotel Gusmay venne insignito del premio IN/ARCH 1964) e allo Zipser di Grado partecipò Simonitti; in Giordania (ospedale di Amman) e a Milano (complessi residenziali alle Groane) Tondolo, ma una cinquantina furono i colleghi che firmarono assieme a D’O. gli oltre trecento progetti che elaborò nell’arco di quarantadue anni di attività. La stagione dei concorsi di progettazione iniziò nel 1948 con lo studio per la cattedrale di Santo Domingo nella Repubblica Dominicana, e si protrasse per tutto l’arco professionale su diversi temi: ponte sul Reno a Bologna (1950), mercato ortofrutticolo di Trieste (1951), ponte Amerigo Vespucci a Firenze (1953), città satellite di Canberra in Australia (1955), colonia Olivetti a Brusson, Valle d’Aosta (1956), restauro della moschea Sakhra el Musciarafa a Gerusalemme (1957) vincendo il primo premio, padiglione Italia 61 a Torino (1959), autostazione di Bologna (1959), Fermi Memorial a Chicago (1960), ponte sul Po tra Milano e Cremona (1963), centro culturale Beaubourg a Parigi (1971), moschea a Roma (1974-1975), Università di Calabria (1977), ricostruzione del comparto direzionale a Tarcento (1979), stazione di Bologna (1982), villaggio USAF a Comiso, Ragusa (1985), parco urbano Moretti a Udine (1988), strutture prefabbricate per la Croce Rossa nelle province di Napoli e di Salerno (1989). Ma diverse sono state nel corso degli anni le “stagioni progettuali” dell’architetto friulano, in Italia e all’estero, tra Africa e Medio Oriente, anche se il Paese dove la sua mano ha avuto maggiori possibilità e libertà di disegnare piani urbanistici e progetti di architettura è sicuramente il Gabon. A Libreville, capitale della nuova Repubblica affrancatasi dal dominio francese nel 1960, D’O. lavorò per dieci anni (dal 1965 al 1975) e si trovò di fronte a un piccolo centro abitato attorno al porto e ad alcuni villaggi dispersi nella foresta: una situazione simile a quella trovata a Lignano. Si occupò prima di tutto della redazione dell’assetto urbanistico, che desse organizzazione a un territorio e costituisse la premessa per la costruzione di una vera capitale. Con felice intuizione ideò una fascia sinuosa (chiamata “Bande Jaune”) che ricalca l’andamento della costa e che rappresenta il filo ordinatore dello sviluppo edilizio. Nella capitale gabonese D’O. dedicò grande attenzione alle tecnologie industriali (soffermandosi sulle possibilità costruttive ed espressive che esse consentono) e alla osservazione degli organismi vegetali locali e dei cicli che determinano la loro vita, per giungere a una sintesi in grado di integrare i manufatti realizzati dall’uomo con il mondo naturale nel quale sono collocati. In tal modo l’architetto udinese ideò una forma di città con l’intento di alterare il meno possibile il contesto circostante e di mettere a contatto ogni insediamento con la natura, garantendo tuttavia facili e rapidi collegamenti viari e ferroviari, per favorire uno sviluppo (D’O. lo definisce «un accrescimento», a sottolineare il forte riferimento al mondo vegetale) graduale e senza fratture nei confronti dell’ambiente naturale. Innumerevoli sono i progetti e le realizzazioni in terra africana: quartieri residenziali (Vallée de la Mission Sainte Marie e Nomba Domaine a Libreville, Gabon, 1967-1969 e 1971-1975; Domaine Gare a Owendo, Gabon, 1968-1969), complessi scolastici (a Libreville, Ndende, Franceville, Oyem, Port Gentil nel Gabon, 1969-1974; a Dolisie e a Point Noire nel Congo, 1972-1973; a Yaounde in Camerun, 1973-1976), centro per spettacoli e congressi (La Peyrie a Libreville, 1969-1971), complessi sportivi (Omnisport, 1970-1974; Institut de la Jeunesse et Sports, 1974-1975, entrambi a Libreville), stazioni ferroviarie tra Owendo e Belinga lungo la Transgabonaise (1970-1975), autostrade tra Libreville e Oyan e tra Libreville e Bifou (1971-1974), Cité de l’Information a Brazzaville (1976) e a Point Noir (1976), Libreville 2000 nell’area del vecchio porto della capitale del Gabon (1984), grandi strutture alberghiere, sedi bancarie, ministeri, progetti di case prefabbricate, piani di sviluppo turistico, piani di insediamento urbano… Nel 1975 il Gabon dedicò a tre edifici di D’O. (la piscina olimpica, il palazzetto dello sport, il villaggio olimpico) l’onore di apparire sui francobolli che celebrarono l’anno preolimpico. Dopo una breve parentesi in Italia, a cavallo degli eventi sismici del 1976 in Friuli, D’O. sarebbe emigrato di nuovo nel continente nero per vivere nuove avventure progettuali lontano dalla madrepatria. In Iraq, nella capitale Baghdad, progettò la sede del partito Baath (1975), il monumento del Milite ignoto (1979-1982), la Grand Ceremonial Parade Area, luogo delle celebrazioni ufficiali (1980), il Centro congressi Uccellaccio (1983) e, a Takrit, la Moschea (1983). Il monumento del Milite ignoto, che venne insignito nel 1983 del premio CECM (Convention européenne de la construction métallique) e nel 1990 del Marble architectural award, può essere definito un’opera “faraonica”, in ragione dei 250 metri di diametro, 30.000 metri quadrati di superficie coperta, 60.000 metri quadrati di marmi diversi impiegati nei rivestimenti, la cupola a forma di conchiglia, della superficie di 1.300 metri quadrati, in acciaio e rame, centodieci travi metalliche (ciascuna pesante 40 tonnellate) fabbricate in Italia e trasportate a Baghdad mentre era in corso la guerra iracheno-siriana. In Egitto, a Helwan, D’O. progettò lo stadio (1977), nel Sinai il Centro internazionale per la pace (1978) e il Tempio delle tre religioni (1980-1981), ad Alessandria il Centro nautico (1982) e a El Cairo il Museo Tutankhamon (1991). In Algeria progettò un ospedale tipo (1978). In Guinea, a Conakry, il Centro congressi (1978), la residenza presidenziale (1979), un quartiere da mille alloggi (1988) e, a Faranah, la Cité du Niger (1984), la sede del Ministero degli esteri (1985). In Nigeria progettò hotel ad Abuja e a Benin-City (1980), un palazzo per uffici a Lagos (1981) e, a Niamey, la sede dell’Autorità di bacino del Niger (1983-1984). In Libia progettò il circuito automobilistico di Tripoli (1983-1984). L’ultimo periodo di attività professionale dell’architetto udinese è ricchissimo di progetti, molti rimasti sulla carta, tanti probabilmente costituiti da rapidi schizzi (sempre molto efficaci dal punto di vista espressivo) e pochi elaborati grafici. Alcuni di questi progetti sono più completi e mostrano la sua grande capacità di “pensare in grande”. Fra questi, il progetto del Parco archeologico di Aquileia (1990), commissionato dalla provincia di Udine, che coinvolse D’O. nella veste ufficiale di coordinatore di un gruppo di professionisti, che ben presto si trasformò in quella a lui più congeniale di progettista-ideatore. D’O. studiò Aquileia nei primi anni di attività e il nuovo incarico gli diede l’occasione per proporre una nuova meditazione sul rapporto tra il paesaggio e il gesto progettuale, recuperando idee maturate in altri luoghi e qui opportunamente ricontestualizzate. Fra queste, anche il progetto per uno stadio coperto e apribile da 60.000 posti a sedere a Toronto, in Canada (1984-1985), e lo studio per la copertura del Colosseo, a Roma (1988). Progetti di D’O. furono presentati alle Biennali di architettura di Venezia nel 1978, nel 1982, nel 2004. Un rilievo particolare nell’opera di D’O. ebbero i suoi progetti ideali urbanistico-edilizi di insediamenti urbani strutturati da forme curve (forme che molte volte utilizzò nelle sue opere): lo studio per la “Città ciambella” (1978), il progetto “Gradiente” (1978-1984), città ecologica organizzata attorno a corpi edilizi semicircolari, la “Ecotown-Ecoway” (1986), inizialmente concepita per dare ordine al territorio urbanizzato dell’area metropolitana (Padova, Mestre, Treviso), che sviluppa l’idea di una città dove si apprezzi la presenza dell’uomo come parte di un equilibrio naturale, con la preziosa collaborazione del collega Piero Mainardis de Campo. Anche la prospettiva di ricostruzione del Friuli dopo gli eventi sismici del 1976 diede modo a D’O. di esprimere la propria idea di “ricostruzione” (1978-1979): un insieme di nuovi insediamenti tra il capoluogo friulano e l’area terremotata, che si richiama all’idea di una “grande Udine”. Un’ipotesi, questa, che non trovò molti consensi, che non venne praticamente presa in considerazione dagli amministratori e imprenditori locali e che, se attuata, avrebbe alterato profondamente il paesaggio dell’area terremotata. Tutte queste sperimentazioni, che mostrano l’incessante interesse dell’architetto udinese per la teorizzazione e divulgazione del proprio pensiero, rappresentarono forme di promozione della sua capacità progettuale; in tale ambito si inserisce anche la pubblicazione, nel 1972, del Discorso per un’altra architettura che, oltre a presentare le opere e i progetti fino ad allora elaborati, diede modo a D’O. di trattare il tema tanto caro della «architettura come insieme di oggetti artificiali inseriti nel mondo naturale» (dal titolo del capitolo centrale del libro). D’O. seppe coltivare interessi per tante discipline scientifiche e non: la matematica e la poesia, la meccanica quantistica e la filosofia, il cinema e le arti pittoriche. Fu amico del poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli, degli uomini di cultura Mino Maccari, Giuseppe Ungaretti, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico. Nel 1976, lo scultore iracheno Khaled Al Rahal gli parlò del monumento che Saddam Hussein voleva erigere a Badhgad. Quando D’O. fu di fronte al dittatore iracheno (attorniato da ingegneri e generali), che gli mostrava alcuni progetti, non ebbe timori a giudicarli tutti orribili, e questa netta valutazione gli procurò, alcuni mesi dopo, l’incarico della progettazione e realizzazione del monumento al Milite ignoto iracheno, che mostra una matura capacità di calcolo statico e strutturale. Curioso è l’aneddoto che il figlio Antonio ricorda a proposito del ponte sull’Arno progettato nel 1953: lo studio di Roma di D’O., in via Arnaldo da Brescia, si trovava nello stesso edificio dove, al primo piano, c’era lo studio di Pier Luigi Nervi; quando il celebre ingegnere vide il progetto del ponte (250 metri di lunghezza a tre campate), manifestò la convinzione che non potesse stare in piedi. D’O. spiegò le scelte fatte e le ipotesi costruttive, ma non riuscì a convincere Nervi, che continuava ad affermare: «Non sta in piedi». «Guarda Pier Luigi – gli disse papà – se dobbiamo discutere sul perché l’area del triangolo è data dalla base per altezza diviso per due e riesumare Talete, non finiamo più. Ammetti piuttosto che ti secca terribilmente, riconosci che hai avuto torto e chiudiamola così…». Quella discussione, ricorda Antonio, rafforzò la stima e il rispetto fra i due. Accanto all’abilità progettuale di D’O. occorre segnalare la non comune capacità grafica e pittorica, che si ritrova in tutti i disegni dei suoi progetti (corredati da immagini prospettiche a volo d’uccello, da colorate assonometrie, da profondi inserimenti ambientali). Negli ultimi anni di vita l’architetto udinese affidò alla pittura il valore comunicativo ed espressivo dei suoi messaggi progettuali prediligendo, ancora una volta, la grande dimensione: quadri che riprendono il tema del complesso dialogo/scontro tra uomo e natura, tra fredda tecnologia, macchine mostruose, bocche di cannoni e ampi paesaggi con superbi cavalli, alberi frondosi, vegetazione rigogliosa, rocce minacciose… L’ultima sua opera (Naturzerstörung, 1991) è collocata nell’atrio della sede centrale della Cassa di risparmio a Udine, mentre Chernobyl rimase incompiuta. Quanto l’Arte sia stata importante per D’O. viene sottolineato da Lara-Vinca Masini che, parlando della sua attività, scrive: «Lavora molto all’estero, e soprattutto nei paesi del terzo mondo, cercando di applicare all’architettura e all’urbanistica le sue teorie di un’architettura che si sviluppa secondo le leggi ‘organiche’ e, in continuo mutamento, della natura. Ciò non toglie che egli non faccia tesoro delle acquisizioni della cultura artistica del nostro secolo. Si veda, ad esempio, il plastico di un edificio per la Tv in Libia, che sembra voler risolvere, in modulata, naturale crescita organica, la Scomposizione di una bottiglia nello spazio di Boccioni…». Poco significative sono le opere lasciate in eredità alla sua città natale: la lottizzazione e le case di abitazione di via Zuglio (1949-1950), l’edificio parrocchiale e chiesa di S. Paolo (1961-1962), il progetto (non realizzato) dell’autostazione (1957-1958); in generale poco numerose sono pure le opere realizzate in regione: le case INA a Buia, che si dispongono sul crinale di Collosomano, e a San Pietro al Natisone, i negozi Walcher (1949-1950) e Tolazzi (1954-1957) a Tricesimo, il caffè Pascotto a Latisana (1954-1955), i celebrati interventi a Grado (Zipser), a Trieste (Villaggio del Fanciullo), a Lignano (la “spirale”, il “trenino” e alcune ville); una delle sue ultime opere realizzate è stato il complesso scolastico italo-sloveno a Gorizia (1987-1991). Da segnalare anche un’altra strana coincidenza presente nell’attività professionale di D’O.: l’architetto udinese, malgrado abbia progettato molte nuove città e programmato lo sviluppo insediativo di tanti centri urbani, ha firmato solamente due strumenti urbanistici, il Piano regolatore generale di Latisana (1953-1959) e la Variante generale al Programma di fabbricazione di Polcenigo (1978), inedita, i cui elaborati grafici sono stati acquisiti dalle Gallerie del Progetto della Galleria d’arte moderna di Udine nel 2010. Morì a Udine il 24 agosto 1991.

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Bibliografia

M. D’OLIVO, Discorso per un’altra architettura, 1-3, Udine, Casamassima, 1972; ID., Monumento al Milite Ignoto a Bahgdad, «Zodiac», 6 (marzo-agosto 1991), 257-269.

L. SINISGALLI, Una città è nata in mezzo agli alberi e le acque, «Civiltà delle macchine», 4 (luglio 1954), 37-40; Premi In/arch. Albergo a Manacore sul Gargano, «L’Architettura. Cronache e storia», 127 (maggio 1966), 46-47; G. COLA, Cento anni di opere pubbliche in Friuli, Udine, Del Bianco, 1967, 159; E. CRISPOLDI, Monumento al Milite ignoto a Baghdad, «L’Architettura. Cronache e storia», 334-335 (agosto-settembre 1983), 582-593; L. VINCA MASINI, Arte contemporanea - La linea dell’unicità, 23. Architettura organica, 2, Firenze, Giunti, 1989, 599-601, ripubblicato come L’Arte del Novecento, Dall’Espressionismo al Multimediale, 4, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, 2002; P. NICOLOSO, La città inventata. Idee, progetti e architetture per Lignano Sabbiadoro 1903-1939, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1992; Marcello D’Olivo. Architetture e progetti 1947-1991, Milano, Electa, 1997; A. D’OLIVO, Mio padre, tra Roma e Baghdad, ibid., 97; Opera Villaggio del Fanciullo 1949-1999, a cura di U. SALVINI, Trieste, Opera Villaggio del Fanciullo, s.d., 15-20; Marcello D’Olivo (1921-1991) architetto. Catalogo della mostra (Udine, 18 gennaio-30 aprile 2002), a cura di F. LUPPI - P. NICOLOSO, Milano, Mazzotta, 2002; Marcello D’Olivo (1921-1991) architetto. Catalogo della mostra (Udine, 18 gennaio-30 aprile 2002), a cura di I. REALE, Milano, Mazzotta, 2002; Marcello D’Olivo. Il Villaggio del Fanciullo a Opicina 1950-1957, a cura di I. REALE, Udine, Comune di Udine-Galleria d’arte moderna/Gaspari, Udine, 2005; Marcello D’Olivo. Baghdad, a cura di S. BIANCO - EAD., Udine, Comune, 2009; Marcello D’Olivo. Ecotown, a cura di S. BIANCO - G. L. FERRERI, Udine, Comune, 2009.

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