PIZZINATO ARMANDO

PIZZINATO ARMANDO (1910 - 2004)

pittore, fattorino, attivista nella Resistenza

Immagine del soggetto

Autoritratto, tempera e cera su tela di Armando Pizzinato, 1932 (Pordenone, Museo civico d'arte).

Nacque a Maniago (Pordenone) il 7 ottobre 1910. La morte del padre, di professione caffettiere, subito dopo il trasferimento a Pordenone nel 1920, segnò i primi anni di vita dell’artista. Tra 1925 e 1929, dopo una breve esperienza presso il laboratorio del decoratore Tiburzio Donadon, lavorò in una banca come fattorino. In questi anni cominciò a prendere lezioni di disegno dal pittore Pio Rossi, probabilmente grazie all’interessamento del direttore dell’istituto di credito. Dal 1930 al 1934 frequentò l’Accademia di belle arti di Venezia, dove fu allievo di Virgilio Guidi e conobbe, tra gli altri, Alberto Viani, Giulio Turcato e Afro Basaldella. Nello stesso periodo cominciò anche ad esporre in diverse occasioni: a Pordenone, con Luigi Vettori e Tullio Dall’Anese (aprile 1932); a Milano, in compagnia di quattro artisti veneti, tra cui Mario Deluigi (gennaio 1933, galleria del Milione); a Venezia, in varie edizioni delle mostre sindacali fasciste (1931, 1933, 1934; e poi 1937, 1942); a Udine, all’estemporanea “Mostra d’arte ispirata alla vita agreste” (ottobre 1935). Il 1936 fu un anno decisivo per P. che, dopo aver realizzato una pittura murale a tempera per la Casa del balilla di Maniago (opera perduta), si trasferì a Roma in seguito alla assegnazione della borsa di studio Marangoni di Udine. Durante il triennio romano, finanziato dalla borsa, frequentò gli artisti orbitanti intorno alla galleria della Cometa – Corrado Cagli, Mirko Basaldella, Mario Mafai, Giuseppe Capogrossi e Renato Guttuso – e partecipò anche al premio nazionale “Si fondano le città”, bandito alla fine del 1938 dalla Fondazione Marangoni, inviando un quadro incompiuto che però lo esonerò dalle prove previste per gli ultimi due anni di borsa. ... leggi Concorse con forse maggiore convinzione al premio Bergamo, promosso da Giuseppe Bottai, dove ottenne anche un premio acquisto di incoraggiamento con il quadro Composizione di figure, presentato nella prima delle tre edizioni a cui inviò un’opera (1940-1942). Costretto a rientrare a Venezia a causa della guerra, fece in tempo ad esporre alla IX Intersindacale del Lazio (1940), mentre quando fu inaugurata la mostra “Opere della collezione Cardazzo” (Galleria di Roma, aprile 1941) era sicuramente in laguna e aveva già ristabilito le relazioni con la galleria del Cavallino. La sua prima mostra personale fu allestita alla Bottega d’Arte di Venezia (settembre 1941), ma fu con la seconda, alla galleria de Il Milione di Milano (marzo 1943, ripetuta alla galleria del Cavallino nell’estate dello stesso anno), che si impose all’attenzione con tele ispirate ai recenti sviluppi della pittura picassiana. Con la caduta del fascismo interruppe ogni attività artistica e si impegnò attivamente nella Resistenza: iscritto al Partito comunista clandestino, fu responsabile del settore stampa e propaganda e venne arrestato a Venezia il 2 gennaio 1945, negli stessi giorni in cui alcune sue opere erano esposte in una collettiva della Piccola Galleria (dicembre 1944 – gennaio 1945). Nel clima carico di aspettative dell’immediato dopoguerra, P. fu uno degli artisti più attivi e promettenti. La ricerca comune con Emilio Vedova, che si concretizzò nella mostra ispirata a tematiche resistenziali presso la galleria dell’Arco (aprile 1946), fu senz’altro una delle premesse che portarono alla stesura del manifesto della nuova secessione artistica italiana, il primo ottobre 1946. Firmato da undici artisti (oltre a P. e Vedova, sottoscrissero il testo Renato Birolli, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Leoncillo Leopardi, Carlo Levi, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato e Alberto Viani), esso invocava un forte rinnovamento artistico ed affermava la libertà d’espressione degli artisti, a prescindere dai rispettivi principi estetici. Il 12 giugno 1947, dallo stesso gruppo, nacque il Fronte nuovo delle arti, che intendeva tenere unite istanze realiste e astrattiste, come si cercò di fare sin nella prima collettiva allestita alla galleria della Spiga di Milano (giugno-luglio 1947). A differenza di molti altri artisti del Fronte, P. si era affrancato da certi residui espressionisti e dimostrava di aver riflettuto a lungo sulla prima avanguardia italiana, in particolare sul futurismo, senza tuttavia rinunciare alle tematiche sociali. Per l’artista friulano furono anni di grande successo e visibilità: la Biennale di Venezia del 1948 (con l’acquisto di Primo Maggio da parte di Peggy Guggenheim), la personale alla Galleria di pittura di Milano (1949), il conferimento del premio La Spezia, condiviso con Santomaso (1949), le mostre newyorchesi “XX Century Italian Art” al Museum of Modern Art (1949) e “Five Italian Painters” (con Afro, Cagli, Guttuso e Morlotti) alla Viviano Gallery (1950), l’invito al premio Carnegie di Pittsburgh (1950) furono i momenti più significativi. I contrasti interni al Fronte tra realisti e astrattisti, alimentati anche dalle dure critiche di Palmiro Togliatti verso i secondi, sfociarono nello scioglimento del gruppo avvenuto nel marzo 1950. P., coerentemente con il suo percorso di sempre attenta e partecipe osservazione del mondo, proseguì sulla strada del realismo anche a costo di rinunciare al ricco mercato che gli si stava aprendo. Dopo la retrospettiva nell’edizione del 1950, dove spiccava Un fantasma percorre l’Europa, nelle due Biennali di Venezia successive (1952 e 1954) il contenuto sociale delle sue opere si fece sempre più eloquente. Il vertice della sua produzione realista lo raggiunse con il ciclo di affreschi, scanditi da quattro temi, per la sala del consiglio provinciale di Parma, a cui lavorò tra 1953 e 1956. I cartoni utilizzati per Eccidio di Bosco e Barricate di Oltretorrente sono conservati al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, quelli per Costruzione di un ponte e Trebbiatura si trovano presso il Museo civico di Pordenone. Nel corso degli anni Sessanta iniziò nella sua pittura una fase neonaturalista che gli consentì di allontanarsi dal realismo socialista. Il ciclo I Giardini di Zaira, realizzati dopo la morte della moglie Zaira Candiani il 24 dicembre 1962, e quello dei Gabbiani, ispirati dalla seconda moglie Clarice Allegrini, presentati per la prima volta alla Biennale veneziana del 1966, sono buoni esempi di questa stagione. Attraverso i Gabbiani riapprodò, successivamente, a quella sintassi futurista, ora più spesso svincolata dalla tematica sociale, che aveva caratterizzato il momento forse più fortunato del suo percorso artistico. Tra le varie esposizioni a lui dedicate nel corso dei decenni, si segnala la retrospettiva voluta dal Ministero della cultura dell’Unione Sovietica nel 1967, allestita presso la galleria Kusnjezti di Mosca, che fu in seguito presentata all’Hermitage di San Pietroburgo e, l’anno dopo, alla Neue Meister Galerie di Dresda. P. morì a Venezia nel 2004.

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Bibliografia

Pizzinato, opera grafica: disegni, tempere 1936-1972. Catalogo della mostra (Pordenone, maggio-giugno 1972), Presentazione di G. Marchiori, Pordenone, Centro iniziative culturali, 1972; Pizzinato. L’arte come bisogno di libertà 1925-1981. Catalogo della mostra (Venezia, 1981), Introduzione di G. Carandente, Venezia, Marsilio, 1981; Pizzinato al Museo di Pordenone. Catalogo della mostra (Pordenone, giugno-luglio 1983), a cura di G. PAULETTO, Pordenone, Comune di Pordenone, 1983; Pizzinato. Opere 1925-1994. Catalogo della mostra (Passariano, 1° giugno-28 luglio 1996), a cura di M. GOLDIN, Milano, Electa, 1996; A. CURTAROLO, Udine 1933-1943. La politica delle arti, in Arti a Udine, 88-99; Armando Pizzinato. Dal Fronte Nuovo delle Arti ai Giardini di Zaira. Catalogo della mostra (La Spezia, 28 ottobre-9 dicembre 2001), a cura di M. RATTI, Cinisello Balsamo, Silvana, 2001; Armando Pizzinato. Spazi di libertà. Opere note e opere inedite. Catalogo della mostra (Pordenone, 7 maggio-16 luglio 2005), a cura di G. PAULETTO, Pordenone, Concordia Sette, 2005.

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