PLACEREANI FRANCESCO

PLACEREANI FRANCESCO (1920 - 1986)

ecclesiastico, autonomista

Immagine del soggetto

Il friulanista Francesco Placereani sotto la loggia del Lionello a Udine, 1968.

Nacque il 30 novembre 1920 a Montenars (Udine) in una famiglia modesta, dove si faceva il pane, da GioBatta, Tite “Muini” [sacrestano], e da Anna (Nute, Catine, Anute) Zanitti. Oltre a lui, terzogenito, Tite e Nute ebbero altri quattro figli, Marie, Nart [Leonardo], Elio e Franca. P. a dodici anni entrò in seminario, che frequentò nella prima fase della sua formazione a Castellerio di Pagnacco. Il rigido conformismo del seminario non riuscì a piegarne l’intelligenza, che rimase vivace, critica e spesso polemica. Ordinato sacerdote il 9 luglio del 1944, non si rassegnò a fare il cappellano presso la parrocchia di Susans, dove era stato assegnato; prese la via di Roma, dove fu ospite del Russicum, potendo così entrare in contatto con l’anima della Chiesa orientale, pur conservando in sé l’impianto filosofico del razionalismo occidentale. Al Russicum apprese la lingua russa. Divenne “doctor romanus” nel 1948, discutendo la tesi Finalità e caratteristiche essenziali del sindacalismo operaio. P. concepiva la Chiesa impegnata nella sua missione profetica, ma altrettanto impegnata a dare risposte concrete ai bisogni degli uomini e dei popoli. Così voleva che essa non mettesse a tacere i mali storici del Friuli, la sua povertà e la sua emigrazione, e non negasse la sua identità linguistica. La salvezza è il destino dell’uomo, diceva, ma il processo per arrivarci comincia con la nascita dell’uomo, non con la sua morte. Tornato in Friuli, provò la delusione dell’emarginazione ad opera di una curia che mal tollerava la sua forza critica e le sue esplicite denunce dai risvolti politici. Decise quindi di andare a insegnare, dal 1949 al 1952, teologia morale in Argentina nella diocesi di Rosario. ... leggi Tornato in Friuli, si avvicinò a chi operava per la causa friulana partecipando negli anni Cinquanta alle attività della “Scuele libare furlane” che poi abbandonò, perché troppo poco decisa, a suo avviso, nella denuncia della emarginazione del Friuli. Quindi approdò a “Int Furlane”, insieme con Etelredo Pascolo e con pre Pietro Londero, molto più decisa sul versante politico. Ma pre Checo trovò la sua vera dimensione di impegno politico quando, in occasione delle poderose manifestazioni studentesche per l’istituzione della Facoltà di medicina a Udine e quindi dell’Università friulana, negate in regione dalle corporazioni triestine, partecipò alla fondazione del Moviment Friûl nel 1966 ed alla presentazione dello stesso alle elezioni regionali del 1968. Il suo impegno politico rischiava però di metterlo nella condizione di vedersi sottratto, da parte della curia udinese, l’insegnamento di religione che egli svolgeva nel Liceo classico Iacopo Stellini di Udine da diversi anni, e quindi privato dello stipendio col quale viveva. Così prese la laurea in filosofia a Padova nel 1968 e passò ad insegnare storia e filosofia al Liceo scientifico Giovanni Marinelli di Udine. Tenne nella Sala Brosadola dell’Azione cattolica di Udine, proprio negli anni della nascita del Moviment Friûl, alcune conferenze molto importanti sul tema dei rapporti tra ragione e fede, sulla cristologia per una concezione di Cristo immerso nella storia nello stesso tempo che la trascende. La comprensione delle ragioni della sua lotta politica e della sua protesta portata in tutti gli angoli del Friuli emerge chiara, se si considera il fondamento teologico presente in queste sue conferenze. Pre Checo preferiva la parola viva ed aveva sempre scarsa propensione alla scrittura. Di lui restano pochi scritti, ma fece la traduzione dal greco in friulano dei Vangeli e avviò la traduzione della Bibbia (i Salmos) lasciando il compito di continuare ai compagni sacerdoti che si raccolsero con lui nel gruppo “Glesie furlane” negli anni Settanta. Vedeva in questa traduzione il programma storico e profetico di Lutero: dare ai friulani la parola di Dio nella loro lingua. Chiamava in causa spesso le figure più alte dei patriarchi di Aquileia, come Bertrando, per indicare una stagione della storia friulana di forte identità politica, mitizzando a volte consapevolmente i fatti, per suggerire una Chiesa che non temesse di difendere il popolo e di opporsi ai potenti. Dopo il terremoto del 1976 che distrusse la sua casa e gli procurò lutti famigliari, cominciò la malattia che lo portò progressivamente fuori dall’impegno politico, gli tolse lucidità e smalto, fino a condurlo tristemente alla morte nel novembre del 1986. Fu, dunque, tra i promotori del Moviment Friûl e tra i suoi più importanti esponenti. Ne propagandò i programmi e l’azione in centinaia di incontri su tutto il territorio del Friuli. La sua immagine di sacerdote ed il suo impegno politico, che si esprimeva mediante una parola friulana mordace e profetica ad un tempo, che spendeva negli incontri con la gente per indurla «a no vê pôre di vê coragjo» [a non aver paura di aver coraggio], facevano di lui un personaggio singolare, unico allora nel panorama del Friuli. Era la figura del sacerdote non allineato, che rifiutava il collateralismo con il Partito cattolico al potere. Negli anni Sessanta dimostrò in vari cicli di conferenze di saper essere un profondo ed affascinante teologo.

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Bibliografia

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