PORCIA (DI) LEANDRO

PORCIA (DI) LEANDRO (1673 - 10)

cardinale

Figlio di Fulvio del ramo di sopra, nipote per parte di madre del cardinale Leandro di Colloredo, nacque il 24 dicembre 1673. Prese i voti come monaco nell’abbazia benedettina di S. Giustina a Padova, divenendo in seguito professore di teologia nel suo monastero. In questo ruolo acquistò presto gran credito, dicendosi di lui che fu il primo del suo ordine che liberò la teologia “dai rancidumi e dalle sofisticherie scolastiche”, e venne quindi chiamato in qualità di insegnante nel monastero di S. Callisto di Roma. Qui intraprese una brillante carriera in curia, come consultore della congregazione dell’Indice e poi di quella del Sant’Ufficio, oltre che di quelle delle Indulgenze e della Visita. Eletto abate di S. Paolo, nel 1726 ottenne per sé e per i suoi successori la facoltà di conferire la cresima e gli ordini minori ai suoi monaci ed ai sudditi delle terre soggette al suo monastero. Provvide inoltre al restauro e risanamento della basilica di S. Paolo. Come abate partecipò nel 1725 al concilio Laterano indetto dal papa Benedetto XIII. Il medesimo pontefice il 12 aprile 1728 nominò il P. vescovo di Bergamo. L’eletto non si mosse però da Roma, essendo espressamente indicato nella bolla che egli dovesse conservare gli uffici che teneva nelle varie congregazioni e prese possesso della sede per mezzo di un procuratore. Del resto ben presto fu insignito di un’altra, più importante carica: il 30 aprile 1728 fu creato cardinale col titolo presbiteriale di S. Girolamo degli Schiavoni prima e di S. Callisto poi. Fu prefetto della congregazione dell’Indice, visitatore dell’ospedale e banco di Santo Spirito, dove fu incaricato di riordinare l’amministrazione compromessa da gravi debiti. Fu inoltre protettore dell’ordine di S. Benedetto e di quello dei guglielmiti. Prese parte al conclave apertosi con la morte di Benedetto XIII nel febbraio del 1730, seppure costretto ad uscirne più volte per malattia, nutrendo pure speranze per l’elezione al soglio pontificio; ma il 12 luglio di quell’anno l’eletto fu il cardinal Corsini, che prese il nome di Clemente XIII. Il 22 novembre 1730 il P. rinunciò al vescovado di Bergamo. ... leggi Il 13 agosto del 1734, resasi vacante l’abbazia di Rosazzo per la morte del cardinale e patriarca Dionisio Dolfin, il papa Clemente XIII la concesse in commenda al cardinale L.; ma l’imperatore, vantando antichi diritti su quella nomina, gli aveva già anteposto il cardinale Cianfuegos, per cui fece immediatamente sequestrare le rendite. Ne nacque una lunga e spinosa controversia, finché l’imperatore acconsentì a riconoscere come abate commendatario il P. Ancora oggi su uno dei torrioni dell’abbazia si può osservare lo stemma dei P., a testimonianza dei restauri da lui compiuti. Dopo la morte di Clemente XIII, nel conclave che ebbe inizio il 19 febbraio 1740, il cardinale L. si distinse per la spiccata personalità e l’energia propositiva, giungendo persino a biasimare l’inerzia di molti suoi colleghi, per cui in uno scrutinio giunse addirittura ad ottenere trenta voti, mancandone soltanto uno per la sua elezione al pontificato. Le fazioni contrarie riuscirono però a vanificare i suoi sforzi, facendo diffondere anche un foglio satirico che diffamava la sua persona. Duramente provato dalla situazione e già sofferente da lungo tempo di una grave malattia di reni, il P. si spense il 10 di giugno 1740, durante lo stesso conclave. Venne sepolto a S. Callisto, davanti all’altare maggiore, dove i suoi fratelli Giovanni Artico e Guglielmo fecero apporre un’iscrizione sepolcrale. Ricorda uno dei pochi biografi, il Degani, che il P. fu un uomo di esimie virtù, così come venne reputato dall’ambasciatore veneto suo contemporaneo Foscarini come un eccellente riordinatore delle finanze degli stati della Chiesa. Riguardo alla sua mancata elezione al soglio pontificale, il medesimo Foscarini commenta che non erano pochi a ritenerlo «degnissimo, sì per dottrina e prudenza civile, come per essere l’unico cui desse l’animo di ristorare la desolata economia di questo stato e restituire le cose dalla dissoluzione in cui sono. Ma raro avviene che gli uomini straordinari per merito incontrino nel genio universale».

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Bibliografia

L. CARDELLA, Memorie storiche di cardinali della S. Romana Chiesa, Roma, Stamperia Pagliarini, 1793; G. DE RENALDIS, Memorie storiche dei tre ultimi secoli del patriarcato d’Aquileia, Udine, Patronato, 1881; A. DE PELLEGRINI, Genti d’arme della Repubblica di Venezia: i condottieri Porcia e Brugnera, 1495-1797, Udine, Del Bianco, 1915; Personaggi illustri nel castello di Porcia e suo territorio, Pordenone, Cosarini, 1924; L. VON PASTOR, Storia dei papi dalla fine del medioevo, Roma, Desclée & C., 1956, XVI, 1; I Porcia: avogari del Vescovo di Ceneda, condottieri della Serenissima, principi dell’Impero. Atti del convegno (Castello vescovile di Vittorio Veneto, 9 aprile 1994), Vittorio Veneto, Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche/De Bastiani, 1994; Mille protagonisti, 374.

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