SCOCCIMARRO CESARE

SCOCCIMARRO CESARE (1897 - 1953)

architetto

Immagine del soggetto

L'architetto Cesare Scoccimarro (Spilimbergo, Archivio Furlan).

Immagine del soggetto

Il palazzo dei Telefoni in via Savorgnana a Udine, progettato dall'architetto Cesare Scoccimarro, 1950 ca. (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque a Udine il 9 dicembre 1897, fratello minore di Mauro, da famiglia piccolo-borghese di origine pugliese (il padre era impiegato delle ferrovie). Intraprese gli studi di architettura presso la regia Accademia di belle arti di Venezia e si laureò nel 1921, dopo la parentesi di due anni di servizio militare, con il grado di tenente dei bombardieri, nella prima guerra mondiale. Fino al 1924 lavorò in Romania e a Bucarest progettò la villa Rossi. Al rientro in patria si stabilì per sette anni a Udine e poi trasferì lo studio a Milano. Nella città natale lavorò sia come architetto sia come progettista e direttore della produzione del mobilificio Fantoni, subentrando a Giuseppe Barazzutti. La progettazione di mobili impegnò l’architetto sia agli esordi dell’attività in Friuli (numerosi furono gli arredamenti di case di abitazione e di uffici, caratterizzati da linee semplici e sobrie, ottenute da composizioni di volumi geometrici elementari) sia in età matura a Milano (arredamenti del negozio Salmoiraghi, della casa di mode Ferrari, del magazzino Calza Fama, di varie agenzie del Banco di Roma, mobili per diverse aziende). Nel periodo di formazione professionale di S., un ruolo rilevante ebbe la collaborazione con i colleghi friulani Pietro Zanini ed Ermes Midena. Nel 1925 vinse (in gruppo con Zanini) il primo premio del concorso nazionale per la sistemazione di piazza Oberdan a Trieste; nel 1927 partecipò – sempre con Zanini – al concorso nazionale per l’ospedale maggiore di Milano, classificandosi al terzo posto; nel 1932 con Zanini e Midena progettò la Casa dell’aviatore costruita alla Triennale di Milano, nel parco che circonda il castello Sforzesco, ritenuta una delle più belle architetture di quella esposizione, in grado di ospitare perfino un velivolo (seppure con le ali piegate); nel 1934 ancora con Zanini partecipò al concorso per il teatro di Udine. ... leggi Nel breve periodo di permanenza in Friuli progettò e realizzò le ville Tullio, Pividori e Scoccimarro a Tarcento, e villa Fabiano a Udine (tutte connotate da richiami all’arte Liberty), progettò il restauro della antica loggia comunale e l’ampliamento del palazzo municipale di Pordenone (1925-1929), compiendo un’operazione di integrazione di un nuovo volume nella fabbrica trecentesca, senza alcun stridore. L’opera, però, che meglio di altre esprime la capacità progettuale del periodo udinese dell’architetto S. è casa Fischetto (Udine, 1928), un edificio posto all’angolo tra via Pordenone e viale Volontari della Libertà che si caratterizza per sobrietà e semplicità di disegno, con la facciata curva che raccorda le due strade e una rigorosa simmetria della architettura delle ali laterali. Dal 1932 S., dopo il trasferimento a Milano, ivi si cimentò in impegnativi temi di architettura, oltre che di disegno industriale. Sue opere sono il progetto per la Casa del balilla Francesco Baracca (1933-1934), la sistemazione del cinema Italia (1934), gli allestimenti del padiglione Fiat alla XXII e alla XXIII Fiera campionaria (1941 e 1942), la sede del Banco di Roma (1938-1942), il quartiere di edilizia popolare in piazzale Martini (1943-1945), la sede della Banca Coppola (1943-1945), il condominio di via Cappuccini (1948), il ristorante Savini (1948) e, a Monza, l’ingresso alla pista e il ristorante dell’Autodromo (1932). Un consistente nucleo di architetture venne progettato e realizzato negli anni 1933-1936 a Pordenone, piccola città di provincia che stava sviluppandosi urbanisticamente e demograficamente e che vide in S. una sorta di “architetto civico”: la Casa del mutilato, la colonia elioterapica (demolita nel dopoguerra), la Casa del balilla, con la collaborazione dello scultore Ado Furlan – suo cognato, avendo sposato due sorelle Scaini –, riutilizzata negli anni Sessanta come sede fieristica e più tardi come palestra ginnica (con la rimozione delle quattro statue: la Fede, il Coraggio, il Valore, la Fecondità), la sistemazione di piazza XX Settembre, la villa della Torre (abbinando la propria firma a quella del collega Zanini). Sempre a Pordenone vennero progettati, ma non costruiti, la Casa del fascio (realizzata da Zanini) e un mercato coperto e pescheria. A quel periodo appartengono anche i progetti per le case dell’Opera Nazionale Balilla di Basiliano, di Martignacco, di Paluzza. Le opere del “regime” mostrano una matura capacità di articolare e controllare volumi plastici di grande impatto scenografico, con il linguaggio del razionalismo italiano teorizzato da Giuseppe Terragni, che S. conobbe personalmente. Da rilevare, nella Casa del mutilato, il grande rilievo grafico-decorativo assegnato alla scritta (QUOD FATA TRAHUNT RETRAHUNTQUE SEQUAMUR QUICQUID ERIT OMNIS FORTUNA FERENDO EST), che corona l’ampio architrave della facciata principale. Durante la seconda guerra mondiale l’architetto S. lavorò al progetto per la fabbrica di tabacchi di Zara (1942), prima del richiamo alle armi. Nel 1943, dopo l’8 settembre, fece parte della Resistenza antifascista e alle prime elezioni amministrative venne eletto consigliere comunale a Udine nelle file del Partito comunista, come indipendente. Agli anni Cinquanta risale il progetto del palazzo dei Telefoni, a Udine, in piazza Venerio, le cui facciate mettono in gran evidenza gli aggetti delle cornici delle finestre e delle aperture, con un forte risalto chiaroscurale. L’edificio è ornato da un bassorilievo dell’amico scultore Dino Basaldella, la Figura alata, che sembra “uscire” dal paramento murario. Agli stessi anni Cinquanta appartiene anche l’arredamento del bar Delser a Udine, che conserva tuttora – pur nella veste recentemente rinnovata – l’impronta di S. L’ultimo impegno professionale cui si dedicò S. è il progetto della Banca d’Italia (1953) a Nuova Delhi (India), che non venne completato per la improvvisa morte. S. morì a Roma, dove si era trasferito per motivi di salute, il 29 maggio 1953. A Udine, nella periferia di San Gottardo, a est del centro storico, l’amministrazione comunale ha dedicato un’area verde all’architetto udinese.

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Bibliografia

DAMIANI, Arte del Novecento II, 234-240; F. TENTORI, Architettura e architetti in Friuli nel primo cinquantennio del ’900, Udine, AGF, 1970, 105-107; G. BUCCO, Vicende di ebanisti e mobilieri friulani tra Ottocento e Novecento, in Il mobile friulano tra tradizione e innovamento, Udine, AGF, 1989, 55-56; schede, 120-125; I. REALE, schede Cesare Scoccimarro e Casa Fischietto [recte: Fischetto], in Arti a Udine, 366-367.

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