SOMEDA DOMENICO

SOMEDA DOMENICO (1859 - 1944)

pittore

Immagine del soggetto

Il pittore Domenico Someda (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque a Rivolto (Udine) nel 1859, in una nobile famiglia di proprietari terrieri. Riuscì a convincere il padre ingegnere, grazie anche al sostegno dell’architetto Andrea Scala, a seguire la vocazione artistica. Così, dopo aver frequentato il ginnasio liceo, non ancora ventenne entrò a Roma nello studio di Giuseppe Ferrari, rinomato autore di quadri d’argomento storico. Era il tempo in cui la capitale ambiva al riconoscimento di primo centro culturale italiano e rivendicava un’arte nazionale “faconda”, capace di affermarsi sugli spunti regionali, utilizzando gli aspetti più gradevoli della ricerca dal vero per ricostruzioni simbolico-poetiche della classicità latina e per rievocazioni celebrative dei maggiori avvenimenti patrii. Il giovane S. immise, insieme con le suggestioni friulane, i ricordi uditi dalla madre, ungherese, e dai nonni durante i frequenti soggiorni nelle terre magiare, e nel 1887 realizzò, con toni e armamentari operistici, l’immensa tela (4, 48 x 8 metri) La calata degli Ungari, ispirata a una delle più terribili invasioni subite dal Friuli nel X secolo: una sorta di kolossal in cinemascope, un mareggiare di cavalli e di guerrieri arcigni e tempestosi su cieli plumbei, balenar di corazze, campagne tetre e steppose, riverberi di città incendiate. La critica notò la mancanza di decantazione dei bruni sporchi, delle terre, dei grigi, degli scuri, ma lodò l’intensità della ricostruzione storica, l’impeto sentimentale, il disegno largo e serrato. Presentato all’Esposizione nazionale di Venezia, il quadro venne ammirato da Umberto I. Il sovrano chiese di conoscere l’autore, ma S., intimidito, si eclissò tra la folla. Al periodo immediatamente successivo a La calata appartiene il bel Ritratto di ciociaro. Raffigura la testa di un uomo aitante, dalla lunga capigliatura corvina, i tratti forti, barba e baffi fluenti. ... leggi Il tono è tabaccoso, il disegno incisivo. C’è nella risentita, quasi selvaggia, forza popolaresca un che di nobile e fiero. Dieci anni dopo l’artista, con un altro “quadrone”, Amore e Patria, si inseriva nel filone dell’epopea risorgimentale, rappresentando un soldato caduto sul campo di battaglia, accanto a un cavallo morto e a un affusto di cannone, e la sua donna inginocchiata che lo piange. Il modello era un Fattori in versione melodrammatico-patetica, gli impasti ammorbiditi da sprazzi luminosi. Un piccolo gioiello è il Bozzetto dell’opera. La figura femminile, il corpo del caduto, il paesaggio, appaiono fusi da una trama di macchie rapide. Una “toccata” impressionisticamente viva, con cromie fermentanti di una qual gemmata purezza; un vibrare di emozioni fermate allo stato nativo; una sorta di epigramma liricamente teso. Negli altri quadri di soggetto militare S. volse la narrazione antieroica del maestro toscano in bozzettistici apologhi d’intonazione quasi naif. Nel contempo, completata l’educazione pittorica con viaggi nei Paesi dell’Europa centro-settentrionale di lingua tedesca e in Danimarca, l’artista dipingeva ritratti popolareschi di forte, fascinosa caratterizzazione e fantasie visionarie, andate perdute, che indicavano l’interesse per gli aspetti di un verismo “spettrale” e “notturno”, sulla linea di quella “pittura fantomatica” divulgata da Giacomo Grosso e da Mario De Maria quale espressione dei turbamenti estetizzanti e decadenti della borghesia italiana di fine Ottocento. Aperto uno studio in via Margutta, S. diventò amico di Giovanni Boldini e fu ospite suo a Parigi, subendone l’influenza. Ma la morbidezza serica del maestro ferrarese, l’eleganza fluttuante, i “colpi di frusta” del segno mobile e cangiante, solo in parte alleggerirono e resero ariosa la trama cromatica del friulano. A segnare la differenza è una grande composizione alla Galleria d’arte moderna di Udine, Ritratto della nipote Anna, che più sembra ispirarsi ai ritratti boldiniani. La voluttà tumultuosa, sciolta di tocco, delle donne di Boldini – le “donne-ventali”, le “donne antilopi”, le “donne piume” – vi è come trattenuta, opacizzata, da una tessitura spinosa, ruvida, ferma. E tuttavia il rapporto con Boldini lasciò traccia su S. Un clima festoso, una scioltezza lampeggiante, un incresparsi di brividi policromi quasi pastellati rendono disinvolte le cacce alla volpe, le opere di genere “archeologico-rurale” ispirate alla campagna laziale, i giardini, i parchi, i viali di Roma, sospesi nell’incantamento di meraviglia magata, sparsi di statue schiumose di ruderi antichi, isolati in una luce argentina d’apparizione, «fulgenti sogni inarrivabili», a dirla con D’Annunzio. E poi i roridi paesaggi friulani e la ricca galleria dei ritratti di forte caratterizzazione e di notevole acutezza psicologica. Le cacce alla volpe, quali riti elitari di una società aristocratica, sono un tema ricorrente; dispiegano caroselli di festosa ebbrezza, con mute di cani, in primissimo piano, all’inseguimento della preda, “voluttuose” amazzoni in veste nera su cavalli bai, cavalieri in giacca rossa, camicia bianca, tuba nera su bianchi destrieri, tra grovigli d’alberi, e incresparsi di cespugli, di colli, di lievi dossi montagnosi. La pennellata è fratta, schizzata a volte con la leggerezza della macchia. Dal genere epico-storico, al quale appartiene anche lo spettacolare Guido Novello da Polenta davanti alla salma di Dante (1921), rutilante di fastosi cangianti colori di velluti e broccati, non soltanto sulla falsariga dei quadri dell’Ottocento romantico, ma anche secondo il gusto scenografico molto in voga nei film “medioevalisti” degli anni Venti, S. passava con disinvoltura all’idillio agreste e al bozzetto folclorico, mentre nei lavori d’arte sacra (il rembrandtiano Crocifisso nel palazzo della provincia di Udine, la Sacra Famiglia della chiesa di Zompicchia) manteneva una impostazione tradizionale. Nonostante i viaggi in Belgio, Inghilterra, Irlanda, Montenegro e le committenze americane, l’artista, “rimpatriato” all’inizio della seconda guerra mondiale nei luoghi natali, non modificò la propria visione ottocentesca, indifferente ai rivolgimenti e alle tragedie della storia. Morì a Udine nel 1944.

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Bibliografia

P. SOMEDA DE MARCO, Il pittore Domenico Someda, Udine, Accademia di scienze, lettere e arti, 1951; DAMIANI, Arte del Novecento I, 21-25; Domenico Someda pittore. Catalogo a cura di G. BERGAMINI, Udine, Provincia di Udine/Civici musei di Udine/AGF, 1995; G. BERGAMINI - G. PAULETTO, La collezione d’arte. Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, Milano, Fondazione CRUP/Skira, 2008, 225-226.

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