TORRE (DELLA) LUCIO ANTONIO (1695-1723)

TORRE (DELLA) LUCIO ANTONIO (1695-1723)

bandito

Figlio di Sigismondo e della nobildonna veneziana Cecilia Mocenigo, Lucio d. T. nacque il 28 febbraio 1695 probabilmente nel castello di Villalta (Fagagna). Il padre, ciambellano dell’imperatore Leopoldo I e maresciallo ereditario delle contee di Gorizia e Gradisca, diede vita a una sanguinosa lotta con il fratello Girolamo per il controllo delle proprietà di famiglia, un conflitto che gli procurò la condanna al bando capitale da parte del Consiglio dei Dieci (7 agosto 1697) e la morte avvenuta a Villalta in un agguato tesogli dallo stesso Girolamo (15 novembre 1699). All’età di quattro anni Lucio Antonio si trovò ad essere l’unico erede insieme al fratello minore Carlo dei della Torre e Valsassina del Friuli Veneto. A causa della giovane età dei due fratelli i beni di famiglia furono inizialmente gestiti dalla madre e da alcuni tutori, mentre d. T. fu mandato a studiare presso il Collegio dei Gesuiti di Venezia. Dopo essere rientrato in Friuli nel castello di Villalta, sposò il 29 marzo 1712 Eleonora, figlia del conte Giovanni Enrico di Madrisio castellano di San Martino al Tagliamento e di Elisabetta di Strassoldo. Intorno al 1713, insieme con il fratello, il d. T. entrò in pieno possesso dei beni paterni e si trovò nella situazione di dover riprendere pienamente il controllo dei suoi possedimenti veneti che nel periodo di reggenza della madre sembravano essere sfuggiti di mano alla famiglia. Per raggiungere questo obiettivo d. T. non esitò ad esercitare la violenza avvalendosi di un vero e proprio esercito personale composto da circa quattrocento sgherri tutti vestiti con una sorta di divisa: un cappello a larghe falde con coccarda verde, una tracolla anch’essa verde e dei distintivi neri che li qualificavano come soldati del conte Lucio. Come signore di Villalta e di Noale il d. ... leggi T. rilasciò patenti e bollettini con la propria firma e con il proprio sigillo; organizzò un contrabbando su larga scala; impose pedaggi e licenze di transito ai passatori di fiumi come fosse l’autorità assoluta; obbligò gli osti di Villalta e Noale a fornirgli carne, sale, pane e lardo fissando il pagamento a suo piacimento. Nel 1715 D. si accordò con l’abate Girolamo Benozzi per dargli in gestione i beni di Noale ed Oderzo dietro il compenso di metà degli affitti che spettavano ai coloni, salvo poi stracciare il contratto e riscuotere egli stesso il canone degli affitti spinto dalla continua necessità di denaro. Per mettere a tacere le proteste dell’abate d. T. lo fece prima intimidire e poi imprigionare dai suoi bravi, ma Benozzi riuscì a fuggire da Pedrina, luogo della sua detenzione, e denunciò l’accaduto ai magistrati veneziani. Il Consiglio dei Dieci in una sentenza emessa il 29 aprile 1716 condannò il d. T. al bando perpetuo da tutti i territori della Repubblica offrendo una taglia di mille ducati a chiunque lo avesse catturato vivo o morto. E pochi mesi dopo giunse anche una seconda condanna in seguito alla denuncia da parte di un macellaio pordenonese che lamentava tre anni di mancato pagamento per la fornitura della carne al palazzo Torriani di Pordenone. Il verdetto emesso il 15 ottobre dal Rettore di Treviso fu un nuovo bando definitivo e perpetuo per d. T. e, in caso di cattura, il carcere a vita. Lucio Antonio non tenne in alcuna considerazione le due sentenze anche perché per lui l’allontanamento dal territorio veneto significava compromettere pesantemente la sua reputazione e il suo potere sia rispetto ai pari sia alle classi inferiori. A più riprese nel corso del 1717 si mostrò provocatoriamente in pubblico a Udine e, nonostante che il governo veneziano avesse espressamente richiesto al Luogotenente di arrestare il conte, o di farlo segretamente assassinare, le autorità locali preoccupate dai disordini che l’arresto o l’uccisione del conte avrebbero provocato in città decisero di non intervenire. Nel giugno dello stesso anno d. T. si recò a Padova per la festa di sant’Antonio accompagnato da trentaquattro sgherri e l’11 giugno, sfidando il bando, si mostrò in città nei luoghi di maggior richiamo per affermare ancora una volta la sua forza. Pochi giorni dopo però, avuta notizia dell’improvviso arrivo a Padova di un contingente di soldati e temendo fossero stati inviati per arrestarlo decise di attaccarli per primo prendendo d’assalto la caserma dove si trovavano. In questa azione d. T. e i suoi ebbero la peggio: il conte venne ferito e due bravi furono arrestati e impiccati in piazza delle Erbe. Costretto ad una precipitosa fuga, celato sotto le vesti da benedettino, giunse prima a Codroipo, poi a Villalta e infine decise di mettersi al sicuro varcando il confine con l’Impero. In seguito ai gravi fatti di Padova il Consiglio dei Dieci sollecitò i rettori della stessa Padova, di Udine e di Treviso ad inviare a Venezia tutti i procedimenti che erano stati aperti contro D. per poter istruire un unico processo che giungesse a sentenza: il 16 luglio 1717 i magistrati veneziani condannarono d. T. ad essere bandito in perpetuo da tutto il Dominio e, se catturato, ad essere decapitato in piazza San Marco. Fu privato del titolo di conte e fu ordinata la demolizione del palazzo Torriani di Udine al cui posto doveva essere eretta una colonna d’infamia con la scritta “Lucio della Torre bandito dall’Eccelso Consiglio di Dieci per gravissime colpe di lesa maestà”. Vennero inoltre confiscati tutti i suoi beni mobili ed immobili, compresa la parte del castello di Villalta a lui spettante, dove fu posta una lapide con il leone di san Marco a ricordo della sentenza. Dopo questa pesante condanna d. T. rimase per un anno a Gorizia ospite dello zio Girolamo e sotto l’attenta sorveglianza del Capitano della Contea preoccupato che d. T., in un momento di estrema difficoltà, potesse mettere in discussione gli equilibri territoriali tentando di rientrare in possesso dei beni controllati dallo zio in terra goriziana. Nel luglio del 1718 venne accusato di aver violentato due giovani nobildonne goriziane e fu costretto a lasciare la città, mentre il 3 settembre dello stesso anno un ordine imperiale gli impose di tenersi lontano dai territori di Gorizia e Gradisca. Per d. T. iniziò un periodo di frequenti spostamenti da una parte all’altra del territorio austriaco alla costante ricerca di aiuto e protezione. Nell’ottobre del 1719 da Klagenfurt spedì diverse richieste di denaro al suo amministratore nello Stato veneto Domenico Mingardi, e nel contempo, attraverso l’aiuto del cugino Antonio Maria che faceva parte della corte imperiale, cercò di rivendicare il possesso di un’eredità Montecuccoli che sarebbe spettata al padre Sigismondo. Nel settembre del 1721, come denunciò il Luogotenente di Udine Antonio Erizzo, d. T. tornò in Friuli con un gruppo di suoi uomini ed insieme ad altri nobili locali delle casate Valentinis, Strassoldo e Frattina, anche loro banditi dallo Stato veneto, si diede a razzie e violenze nelle campagne friulane. Alla fine del 1721 d. T. trovò ospitalità nel castello di Farra d’Isonzo presso lo zio di sua moglie Riccardo Strassoldo che viveva insieme alla consorte Marianna e ai figli Nicolò e Lodovica. Spinto probabilmente dalla speranza di un matrimonio con Lodovica che gli avrebbe consentito di imparentarsi con la potente casata degli Strassoldo riacquistando in questo modo una degna posizione economica e sociale, d. T. pianificò l’omicidio della moglie Eleonora Madrisio affidandone l’esecuzione a Niccolò Strassoldo e a una cameriera di casa, Orsola Sgognico. Con la scusa della consegna di un messaggio del marito all’inizio 1722 i due emissari raggiunsero Noale dove viveva la contessa Eleonora e qui nella notte tra il 7 e l’8 febbraio Nicolò la uccise nel sonno sfondandole il cranio con il calcio della pistola. Il Consiglio dei Dieci affidò al Podestà di Padova lo svolgimento del processo per l’assassinio di Eleonora Madrisio che terminò con una sentenza di condanna al bando e la privazione dei beni per d. T., Niccolò e la cameriera Orsola. Il palazzo di Noale nel quale venne commesso il delitto fu raso al suolo e al suo posto venne eretta una colonna d’infamia con l’iscrizione “Lucio Della Torre bandito capitalmente il 16 marzo 1722 per proditoria commissione di omicidio essequito con tradimento dal conte Nicolò Strassoldo et Orsola Sgognico”. Il delitto suscitò indignazione anche nei territori austriaci e spinse le autorità viennesi ad ordinare l’arresto dei responsabili. Una guarnigione di soldati di Gradisca dopo un conflitto a fuoco penetrò nel castello di Farra e catturò Lucio Antonio, Nicolò, Marianna Mulich, Lodovica e la cameriera Orsola. I cinque furono condotti a Gradisca e sottoposti ad un processo presieduto da due commissari giunti da Graz. Niccolò fu ritenuto il responsabile materiale del delitto, mentre agli altri venne imputato un ruolo organizzativo; solo Orsola fu dichiarata innocente. La sentenza emessa il 16 luglio 1723 condannò d. T., Nicolò e Marianna ad essere sottoposti alla tortura della ruota e poi ad essere decapitati; Lodovica che si trovava in stato di gravidanza venne risparmiata. L’esecuzione si svolse il 3 luglio 1723 nel cortile del castello di Gradisca. Il d. T. fu il primo ad essere decapitato, mentre a Nicolò fu tagliata anche la mano con cui aveva commesso il delitto. I corpi furono lasciati esposti su due ruote mentre le loro teste e la mano dell’assassino vennero infilzate su pali. Lucio Antonio d. T. ebbe due figli legittimi, Cecilia che sposerà il cividalese Riccardo de Portis e Sigismondo che riuscirà a recuperare alcuni beni di famiglia e di fregiarsi ancora dei titoli nobiliari. Alla tragica vicenda del d. T. nel 1882 Giuseppe Marcotti ha dedicato un romanzo storico intitolato Il conte Lucio.

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Bibliografia

L’archivio familiare della Torre Valsassina ramo di Villalta fu donato al Comune di Udine dal duca Eugenio Catemario di Quadri (1874-1964), genero della contessa Teresa della Torre Valsassina Felissent, ultima discendente in linea diretta di Lucio Antonio. Nel 1963 il fondo venne ceduto in deposito dalla Biblioteca Civica all’Archivio di Stato di Udine (I. Zenarola Pastore, Deposito di archivi privati presso l’Archivio di Stato di Udine: l’Archivio Torriani, «MSF», 45 (1962-1964), 261-262). ASU, Archivio Della Torre Valsassina, b. 44. Copia dei bandi a stampa del Consiglio dei Dieci contro il padre e lo zio Girolamo in Venezia, Bibl. del Civico Museo Correr, Op. Cicogna, 696, ff. 35r-38r, 53r-56v; BCU, Fondo Joppi, ms. 67.  
Bibliografia: G. BENZONI, Della Torre, Lucio, DBI, 37 (1989), 593-597; Istoria della vita e tragica morte del co. Lucio della Torre, «Pagine Friulane», 5/5 (1892), 66-71; Il Palazzo dei Torriani demolito nel 1717, «Pagine Friulane», 5 (1892), 72-73; Il conte Lucio, «Pagine Friulane», 5/6 (1892), 83-91; P. MOLMENTI, I banditi della Repubblica veneta, 2. ed., Firenze, Bemporad & F., 1898, 219-235; Vita e morte del conte Lucio della Torre di anonimo contemporaneo udinese con l’aggiunta di vari documenti e di un albero genealogico, Udine, Del Bianco, 1898; F. SPESSOT, Il «boia» al castello di Gradisca. L’esecuzione capitale di tre «nobili» delinquenti (3 luglio 1723), «Sot la Nape», 3 (1951), 4-5, pp. 21-26; G. Veronese, Violenza e banditismo nobiliari in Friuli tra Seicento e Settecento: il conte Lucio Della Torre, «Ce fastu?», 71 (1995), 201-221; S. CAVAZZA, Una società nobiliare: trasformazioni, resistenze, conflitti, in Gorizia barocca. Una città italiana nell'impero degli Asburgo, a cura di M. DE GRASSI, S. CAVAZZA, Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 1999, 211-227; A. CONT, Banditismo nobiliare di primo Settecento: il castellano friulano Lucio della Torre in lotta per la propria sopravvivenza, «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 2 (2014), 27-46.    

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