TREVISAN LUDOVICO

TREVISAN LUDOVICO (1401 - 1465)

patriarca di Aquileia, umanista

Immagine del soggetto

Ritratto del cardinale Ludovico Trevisan di Andrea Mantegna, 1459-60 ca. (Berlin, Gemäldegalerie).

Immagine del soggetto

Pagina del "De civitate Dei" di Agostino, trascritto per Ludovico Trevisan: si nota lo stemma del committente al centro del margine inferiore (Vat. lat., 436, f. 1r).

Figura di spicco nella corte papale quattrocentesca, seppur circondata di un’aura un po’ sinistra, il T. (14011465) fu per ventisei anni, dal 19 dicembre 1439 fino alla morte, patriarca di Aquileia, diocesi che gli venne affidata in un momento decisivo di una carriera curiale lunga e complessa. Strettamente legato al pontificato del veneziano Eugenio IV (1431-47), il T. operò poi a servizio di altri quattro pontefici, da Niccolò V a Paolo II, con conseguenze anche per l’amministrazione diocesana, per le terre connesse con l’ampia regione ecclesiastica patriarcale, in particolare per il Friuli. Il T. – continuiamo anche qui a designarlo con il cognome assegnatogli dal suo biografo moderno, Pio Paschini, nonostante si trovi talvolta associato ai cognomi Scarampo e Mezzarota – nacque a Venezia da padre medico (Biagio Trevisan) e si laureò a Padova, anch’egli in medicina, forse poco prima del 1425, anno in cui risulta medico personale del cardinale veneziano Gabriele Condulmer. Della sua laurea padovana abbiamo notizia da un’orazione funebre, attribuita all’umanista Giovanni Tortelli e tuttora inedita. Al 30 marzo 1431, quando il Condulmer fu eletto al soglio di Pietro come successore di Martino V, risale la prima svolta biografica decisiva per il medico personale del nuovo papa. Eugenio IV volle subito accanto a sé L. da Venezia – così allora risulta indicato nei documenti il T. – nominandolo cubiculario, associandolo cioè da subito al gruppo dei sacerdoti a completo e costante servizio del pontefice. Già il 31 giugno 1431 egli figura con i suoi titoli dottorali («artium et medicinae doctor») nella cappella segreta del papa fra i testimoni di un documento sottoscritto da due potenti cardinali: Antonio Casini e Giordano Orsini. ... leggi Al T. furono affidati incarichi amministrativi; nella documentazione curiale sopravvissuta egli figura spesso accanto ad altri due “cubicularii”, a Pietro da Monza e soprattutto al padovano Francesco da Lignamine, altra figura di prelato colto, di origine veneta e futuro vescovo di Ferrara. Il T. per parte sua ottenne presto anche il titolo vescovile di Traù, città dalmata sotto il dominio veneziano, da lui amministrata a partire dal 1435 sempre per procura. Mantenendo titolo e funzioni di cubiculario, egli continuava intanto ad operare accanto al papa in esilio a Firenze, dopo la precipitosa fuga del pontefice da Roma (4 giugno 1434), e la crescente tensione con il concilio di Basilea. Egli mostrava evidenti propensioni per amministrazione e diplomazia, e fu affiancato al potentissimo card. Giovanni Vitelleschi, riferimento principale nelle attività militari del papa; pian piano il T. lo soverchiò in fiducia e autorità: gli subentrò come arcivescovo di Firenze (6 agosto 1437) – il Vitelleschi intanto assunse per commenda il titolo di Traù essendo già patriarca latino di Alessandria – e lo sostituì di fatto, quando il Vitelleschi morì di morte violenta a Castel Sant’Angelo, il 2 aprile 1440. Negli anni appena precedenti il T. seguì il papa al concilio di Ferrara e Firenze, non come teologo, ma come esperto amministrativo: fu lui, con il cardinale Giuliano Cesarini, il mediatore del trasferimento del concilio nella città toscana. Del resto emergono nove missive inedite del T. distribuite tra il 1440-41 e il 1459-64 anche dall’Archivio mediceo avanti il principato. I buoni risultati del concilio fiorentino del 1439 e l’avvio di una stagione di consolidamento del papato in Italia videro il T. in primo piano e dal 1439 iniziò per lui un’ascesa inarrestabile. Il patriarcato aquileiese gli fu affidato l’11 gennaio 1440, poco dopo il T. divenne camerlengo di Santa Chiesa, cioè responsabile della Camera apostolica, organismo amministrativo e finanziario della curia d’allora. Di lì a sei mesi, il 12 luglio 1440, fu eletto cardinale di San Lorenzo in Damaso, ma volle che la città patriarcale fosse associata nel suo nome al titolo cardinalizio e da allora divenne per tutti Ludovicus cardinalis Aquilegensis. La sua posizione si rafforzò ulteriormente negli anni successivi, grazie anche ad un attivismo diplomatico e militare davvero notevole e supportato da varie legazioni direttamente di nomina pontificia; ad Angelo Cavazza furono assegnati il ruolo di vice camerlengo e il titolo vescovile di Traù. Così il T. fu tra i vincitori sul campo nella battaglia di Anghiari (29 giugno 1440) e si impegnò con l’esercito e con la diplomazia nel recupero delle varie entità degli stati pontifici nel Lazio settentrionale, in Romagna, nelle Marche. Con la pace di Terracina, che nel 1443 mise fine al conflitto tra Eugenio IV e Alfonso d’Aragona per il regno di Napoli, alle cui trattative il T. prese parte come legato pontificio, si aprì definitivamente per il papa e la sua corte la via del ritorno a Roma. Il T., vicario del papa per l’Urbe, gli aprì la strada in un vero ritorno trionfale. Recuperata la sede romana, il cardinale camerlengo divenne in tutto il primo consigliere di Eugenio IV, quasi un segretario di stato ante litteram. Ricco e potente gestore delle finanze di curia, egli muoveva le fila della politica papale, artefice di scelte a tratti spericolate: come la guerra contro Francesco Sforza e il rivolgimento di fronte che vide siglata, dal 1443 al 1445, l’alleanza di Eugenio IV con Filippo Maria Visconti, fiero avversario del pontefice per tutto il decennio precedente, in appoggio al concilio di Basilea. La guerra con lo Sforza passò attraverso la pace di Perugia del 1444 e la ratifica della “lega santa” da parte di Eugenio IV: il T. fu il vero plenipotenziario papale in tutti questi avvenimenti. Alla morte del pontefice, nel 1447, il camerlengo era certamente il porporato più influente del sacro collegio, ma non fu mai ritenuto candidato ideale nella successione apostolica. Tutti i papi con i quali ebbe a che fare dovettero quindi tenere conto della sua posizione in curia, a partire da Niccolò V, Tommaso Parentucelli da Sarzana, papa tra il 1447 e il 1455, personalità di qualità e indole completamente diverse, e che tra l’altro era stato per un breve periodo luogotenente della Camera apostolica, e quindi diretto collaboratore del T. Divenuto papa, Parentucelli cercò in ogni modo di limitare il potere del cardinale di Aquileia, controllandone l’ufficio di camerlengo con vicari e luogotenenti di propria fiducia e avviando una riforma della Camera a partire dal 1450, anno del giubileo. Al T. furono sottratte di fatto anche le truppe pontificie, subito e drasticamente ridotte dal nuovo papa al minimo indispensabile. All’onnipotente ex cubiculario fu tolta anche l’influenza sulle Marche, che il papa mise nelle mani del fratellastro Filippo Calandrini; in cambio il T. ricevette l’esilio dorato della commenda di S. Paolo ad Albano, sui Castelli romani, che egli trasformò in una delle più sontuose ville umanistiche del tempo, pur non cessando mai ovviamente di impegnarsi in curia. Nel 1451 il patriarca di Aquileia si recò per la prima volta a visitare la propria diocesi, passando per Padova: il viaggio avvenne durante l’estate, mentre il papa risiedeva a Fabriano, in fuga da Roma per la peste. A Padova si svolse anche un incontro solenne con il vicario Guarnerio d’Artegna e fitti contatti con il mondo veneziano, che contava di averlo favorevole presso Niccolò V, il quale a sua volta nel 1454 gli conferì la commenda di Montecassino. Sotto Callisto III, sostenuto da lui in conclave, il T. ricevette la legazione delle crociate: allestì la flotta pontificia e con essa si diresse alla volta di Rodi. Pio II, eletto in sua assenza dal conclave, si mostrò da subito e apertamente suo avversario e avocò a sé il comando dell’impresa dopo la dieta di Mantova, cui il T. aveva partecipato di malavoglia, essenzialmente rappresentando gli interessi di Venezia. Tuttavia papa Piccolomini volle fargli visita ad Albano, lasciandone memoria nei suoi scritti. Ma colpo decisivo per il T. fu l’elezione al soglio di Pietro nel 1464 dell’altro pupillo di Eugenio IV, il nipote Pietro Barbo, pontefice con il nome di Paolo II, con il quale il camerlengo ebbe sempre rapporti difficili. Il nuovo papa da una parte mostrò affetto e favore al camerlengo, ormai stanco e malato, conferendogli tra l’altro la diocesi suburbicaria di Albano, sua seconda dimora vicino a Roma, ma controllandone poi, alla morte, nel 1465, la poderosa eredità economica e beneficiaria: un lussuoso elenco di prebende vescovili e abbaziali, tra le quali appunto il patriarcato. Non senza conseguenze fu quindi anche la lunga gestione del titolo aquileiese, che era giunta al T. in un momento delicatissimo: alla morte (24 agosto 1439) di Ludovico di Teck, suo diretto predecessore, che si era schierato con il concilio di Basilea. L’avversione dell’assise d’oltralpe da una parte e della Repubblica di Venezia dall’altra sembravano sconsigliare Eugenio IV a procedere alla rapida elezione di un successore. Egli invece decise a breve di trasferirvi l’allora arcivescovo di Firenze, che si trovò di fronte l’ostilità aperta dei padri di Basilea e l’attendismo prudente della Repubblica di Venezia, sua città natale, che temeva di perdere il controllo di parte della terraferma. Ma il T. non sdegnava i lunghi e complessi conflitti di potere e si impegnò in una sorta di recupero dell’integrità diocesana, aprendo una lunga partita con chi dominava la sede aquileiese. Basilea gli contrappose l’arcivescovo di Trento, Alessandro di Mosovia, che di fatto governò per lungo tempo le terre più influenzate dal potere imperiale; ma quando il concilio perse influenza, il T. costrinse i suoi avversari d’oltralpe ad un onorevole accordo: non riconobbe mai Alessandro di Mosovia, ma al successore designato da Basilea, Martino da Pedena, concesse la vicaria delle terre al di là delle Alpi, approvandone il sinodo di Lubiana (1448). Più complesse furono le trattative con Venezia, presso la quale il T. pur godeva di appoggi significativi. Questa era infatti disponibile ad accogliere il patriarca nelle sue prerogative spirituali, ma non in quelle feudali, in particolare sulla Terra del Friuli. Il camerlengo, appoggiato dal papa e conducendo trattative sempre per interposta persona, ottenne un trattato (10 giugno 1445) che gli garantiva un’abbondante congrua in liquidi (5000 ducati), i diritti feudali su alcune città (Aquileia, San Vito, San Daniele), la difesa del dominio patriarcale da parte di Venezia. Essa non riuscì comunque ad ottenere dai pontefici l’estensione dell’accordo ai patriarchi successori del T., ma mantenne il controllo della Patria del Friuli, scacchiere decisivo in terraferma. Le trattative furono anche condotte con il consenso del clero patriarcale e in particolare dei potenti capitoli diocesani di Aquileia, Udine, San Daniele. Come le trattative, così anche l’amministrazione del patriarcato fu condotta dal T. per procura: detenne a lungo la vicaria in spiritualibus Guarnerio d’Artegna, che sembra aver avuto un ruolo anche nelle trattative con Venezia, e che si dimise dall’incarico nel 1456, senza esplicite motivazioni, e fu sostituito da Fortunato Pellicani, vescovo di Sarsina e poi, dal 1463, da Antonio Feleto, vescovo di Concordia. Il T. si occupò direttamente del controllo dei benefici maggiori e di alcune questioni specifiche, unioni di chiese e titoli: la sua posizione in curia favorì il disbrigo di affari con facile e diretto appello alla Santa Sede. Meno sollecito fu il patriarca ad accogliere friulani o chierici diocesani tra i suoi familiares. Alla sua morte il patriarcato passò ad un altro porporato di spicco tra i Veneziani in curia: il colto nipote di Paolo II, Marco Barbo, che assunse anche il camerlengato. Si consolidava così definitivamente il dominio veneziano sull’antico patriarcato di confine. Del resto l’influenza della città lagunare, elevata in patriarcato sotto Niccolò V, crebbe dalla metà del secolo in poi sulle altre due diocesi latine vicine e con titolo analogo: Grado e Aquileia. Personalità forte e determinata, come bene lo raffigura Andrea Mantegna in un celebre e splendido ritratto a mezzo busto con il cipiglio di un console romano (Berlin, Gemäldegalerie, n° 9), il T. mantenne rapporti con il nuovo movimento umanistico. Il palazzo di San Lorenzo in Damaso e la villa di Albano furono sedi di incontri fastosi e le abbondanti disponibilità economiche permisero al cardinale di raccogliere antichità preziose e attirarono su di lui l’attenzione dei dotti soprattutto quelli presenti in curia: Lorenzo Valla, Francesco Filelfo e Pier Candido Decembrio cercarono in lui un appoggio influente in curia, il Barbaro e Poggio mantennero invece, soprattutto il primo, un rapporto epistolare costante. Sono cinquanta le lettere tuttora conservate che il Barbaro gli inviò, una del T. al suo interlocutore, cinquantuno documenti in tutto: a livello cronologico esse si situano però in grandissima parte tra il 1436 e il 1440, diradandosi molto negli anni successivi. Meno consistente il rapporto epistolare con Poggio, che pure gli dedicò uno dei libri delle sue lettere e che, prima, era stato segretario dello stesso papa di cui il T. fu cubiculario. Anche Giovanni Tortelli, cubiculario e bibliotecario di Niccolò V, ebbe con lui rapporti diretti: è forse suo l’elogio funebre adespoto custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana; del resto è noto che l’umanista aretino presenziò nel 1465 ai suoi funerali. Anche per il patriarcato il T. sembra muoversi con attenzione alle personalità legate al movimento umanistico: lo dimostra la vicaria del dotto Guarnerio d’Artegna, che a sua volta si collega con il mondo veneziano attraverso il Barbaro, e dalla cui biblioteca emergono nuovi documenti sul T. Ma su questo fronte la biografia del T. è ancora largamente da approfondire. Attento raccoglitore di antichità, egli ebbe anche a disposizione manoscritti di ottimo livello: due soli se ne riconoscono tra le raccolte della Biblioteca Apostolica, il De civitate Dei di Agostino (ora Vat. lat. 436), bel codice di pergamena pienamente umanistico, e una ricca silloge di vite plutarchee in versione latina (ora Pal. lat. 918), anch’essa di chiaro impianto umanistico e con annotazioni e postille di una sola mano. I due volumi, di formato notevole, sono entrambi contrassegnati, in calce al foglio iniziale, dallo stemma cardinalizio e patriarcale: d’azzurro, alla mezza ruota dentata al naturale in punta, fasciato di tre stelle d’oro. Inoltre non è da escludere che egli abbia influenzato la ricca raccolta di libri medici disponibile presso Eugenio IV, assorbita poi, tramite Niccolò V, nella prima collezione vaticana e collegata alla famiglia dei Santa Sofia, medici e professori a Padova, città in cui il T. si laureò e con la quale mantenne contatti quasi di seconda patria. La memoria di questo suo legame con la città universitaria si associa al patriarcato aquileiense nell’epigrafe tombale, incisa sul monumento funebre in S. Lorenzo in Damaso, eretto però diversi anni dopo la sua morte, nel 1505: sul timpano è riportato lo stemma cardinalizio e sull’architrave il motto vescovile EX ALTO. Il porporato vi compare sdraiato sul sarcofago circondato da libri, secondo un uso in quegli anni già presente in altri sepolcri cardinalizi.

Chiudi

Bibliografia

Indispensabile è tuttora la biografia di P. PASCHINI, Lodovico cardinal camerlengo († 1465), Romae, Facultas teologica pontificii Athenei Lateranensis, 1939 (Lateranum, n.s, 5, 1), cui va aggiunta la scheda, ricca di fonti bibliografiche in Mandati della reverenda Camera apostolica (1418-1802), inventario a cura di P. CHERUBINI, Roma 1988 («Quaderni della Rassegna degli archivi di Stato», 55), 77, e il più recente M. L. KING, Venetian Humanismus in an Age of Patrician, Dominance, Princeton Univ. Press, 1986, 272, 325, 407, 419, 437, 448. Ulteriori approfondimenti si ricavano dal fronte documentario, ad esempio: Archivio mediceo avanti il principato. Inventario, I, Roma 1951 (Pubblicazioni degli archivi di Stato, 2), 169, 178, 207, 227, Archivio mediceo avanti il principato. Inventario, II, Roma, 1955 (Pubblicazioni degli archivi di Stato, 17), 455, 456, Archivio mediceo avanti il principato. Inventario, IV, Roma, 1963 (Pubblicazioni degli archivi di Stato, 50), 453; al di là di quanto già indicato dal Paschini, sono emerse novità dagli epistolari umanistici, in particolare: L. VALLE, Epistole, edd. O. BESOMI - M. REGOLIOSI, Patavii, 1984 (Thesaurus mundi, 24), 19, 84, 118, 228-229, 246-49, 257, 303; P. BRACCIOLINI, Lettere, III, Epistolarum familiarium libri secundum volumen, a cura di H. HARTH, Firenze, Olschki, 1988, 93-94, 252-253, 305-306, 358-361, 394-395, 398; F. BARBARO, Epistolario, I, La tradizione manoscritta e a stampa, a cura di C. GRIGGIO, Firenze, Olschki, 1991, 20, 90-92, 111-114, 116-121, 126-128, 131, 135, 152, 157, 159-160, 269, 272, 275-276, 278-280; ID., Epistolario, II, La raccolta canonica delle “Epistole”, a cura di C. GRIGGIO, Firenze, Olschki, 1999, 105, 125, 127, 130, 143, 146, 165, 175, 179, 186, 191, 202, 210, 217, 231, 243, 249, 324, 330, 338, 353, 356, 391, 393, 445, 678, 758, 767, 775, 779. Materiale connesso con il T. è emerso anche dalla catalogazione dei manoscritti di Guarnerio d’Artegna, in: CASARSA - D’ANGELO - SCALON, Libreria, 20, 21, 26, 27, 29, 89, 102, 211, 214, 215, 2165, 217, 237, 326, 331, 336, 337, 390, 397, 398.

Nessun commento

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *