PASCHINI PIO

PASCHINI PIO (1878 - 1962)

ecclesiastico, storico, docente

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Lo storico Pio Paschini (Udine, Civici musei, Fototeca).

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I docenti Giuseppe Pellizzo, Pio Paschini, Silvio Beorchia e Giuseppe Ellero, colleghi nel Seminario udinese, 1905 ca.

Nacque a Tolmezzo il 2 marzo 1878, primogenito di undici fratelli, da Caterina Bonitti, originaria di Gemona del Friuli, e da Daniele, proprietario di una piccola tipografia-cartoleria al centro del paese. Nel 1887, per suggerimento dello zio paterno don Giacomo, fu iscritto al collegio-convitto del Seminario vescovile di Treviso e frequentò il locale Ginnasio liceo Antonio Canova, dove conseguì la maturità. Nel novembre 1895 entrò nel Seminario arcivescovile di Udine, allora diretto da mons. Pietro Antivari, per seguire il triennio dei corsi teologici. Fu quindi inviato a Roma, nell’ottobre 1899, presso il Seminario dell’alta Italia, per seguire i corsi di diritto canonico nella Pontificia Università Gregoriana, dove ebbe come maestro il grande canonista p. Francesco Saverio Wernz, divenuto più tardi generale dei gesuiti, e dove si laureò nel 1900. Rientrato in diocesi e ricevuta l’ordinazione sacerdotale dalle mani dell’arcivescovo mons. Pietro Zamburlini, P. nel 1901 fu nominato insegnante di lettere nel Ginnasio liceo e successivamente, nel 1906, docente di storia ecclesiastica e di diritto canonico nei corsi teologici. Furono questi gli anni in cui nacque e si sviluppò la vocazione di storico di P., favorita da un ambiente, quello del Seminario di Udine tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, che stava attraversando una feconda stagione di rinnovamento culturale. Figura di spicco in questo contesto era quella di Giuseppe Ellero, di dodici anni più anziano, che assieme a P. fu coinvolto nel dibattito sul modernismo. ... leggi Alla formazione dello storico contribuì, in maniera determinante, anche la rete di rapporti che si era venuta creando tra gli ecclesiastici, impegnati nel rinnovamento degli studi di storia della chiesa sulla base di un metodo storico-critico aggiornato: fra essi, in primo luogo, il gesuita piemontese Fedele Savio, docente presso la Pontificia Università Gregoriana, Rodolfo Maiocchi di Pavia, fondatore della «Rivista di scienze storiche», e Francesco Lanzoni, rettore del Seminario di Faenza. Nel commemorare lo storico faentino, a molti anni di distanza (1949), P. ricorda quale fosse lo stato miserevole degli studi ecclesiastici di allora: «Gli studi delle scienze sacre […] si immiserirono per lo più nella ripetizione di principi ritenuti invincibili, ritenendo che nulla vi fosse di nuovo da indagare e nulla da mutare nei metodi della difesa della verità suprema […]. Quanto allo studio delle scienze sacre, è mortificante dover constatare quanto fosse sceso in basso […]. Quanto allo studio della storia della chiesa è meglio non scendere a particolari». L’occasione per avviarsi sulla strada della ricerca storica fu l’incarico di collaborare con l’Ellero e l’amico fraterno Giuseppe Vale, entrambi colleghi di insegnamento, alla preparazione di un volume celebrativo per il terzo centenario della fondazione del Seminario di Udine (Udine, 1902). Due anni dopo, nel 1904, in piena crisi modernista, P. pubblicò sul primo numero della «Rivista di scienze storiche» uno studio di una cinquantina di pagine, Sulle origini della chiesa di Aquileia. Il lavoro, che con metodo storico-critico metteva in discussione la tradizione plurisecolare delle origini marciane della chiesa di Aquileia, ebbe la recensione positiva del p. Savio sulla stessa «Civiltà cattolica», ma suscitò la reazione degli ambienti più tradizionalisti del clero locale, che era rimasto scosso dalle conclusioni della ricerca. Giuseppe Ellero descrive con efficacia il clima che si era creato in quegli anni: «Noi del seminario affrontiamo con sicurezza la critica e neghiamo con libertà ciò che risulta insussistente, senza timore che ne soffra per questo la fede, anzi persuasi che la fede se ne avvantaggia; i preti esterni invece in gran parte temono per la fede a ogni negazione di qualche miracolo poco provato». La preoccupazione con cui la Santa Sede seguiva l’evolversi della situazione trova riscontro anche nella relazione sulla diocesi di Udine predisposta dal visitatore apostolico, il domenicano p. Tommaso Boggiani, in occasione della sua visita compiuta dal settembre al novembre 1906. Boggiani, dopo aver ricordato la pericolosità di alcuni libri che circolavano tra i chierici del seminario, segnalava in particolare Ellero e P. per le «idee assai moderne e pericolose»: «Quanto alle idee moderne: pochi anni addietro il Seminario di Udine ne fu piuttosto turbato, e se ne scorgono tuttora profonde e lamentevoli tracce nel giovane clero. Si udivano per esempio giovani sacerdoti e chierici parlare della traslazione della Santa Casa di Loreto, del fuoco dell’inferno, del primato di san Pietro e di tante altre verità, come di cose non provate e non fondate. I libri di Tolstoj, del Carducci, dello Stecchetti, del Sinchievich, giravano per le mani dei chierici; il Loisy (prima della condanna) era lodato pubblicamente nella scuola; proposti come maestri, col Loisy, il Murri, il Minocchi, il Semeria, e letti con avidità i loro scritti come fossero dei Santi Padri. Fu allora che l’arcivescovo allontanò dal seminario parecchi professori; ma molto guasto era già stato fatto. Sono di idee assai moderne e pericolose, non ostante la loro promessa di essere prudenti: il prof. dott. don Pio Paschini, cui fu ora affidato l’insegnamento del Diritto canonico e della Storia ecclesiastica; il prof. Giuseppe Ellero, già privato dell’insegnamento di Storia ecclesiastica per la sua intemperante ipercritica, ma ritenuto in seminario come prefetto degli studi classici, e alcuni dei giovani sacerdoti insegnanti nel ginnasio». Fu la lungimiranza del vecchio arcivescovo Zamburlini, amico personale di Pio X, a evitare allora l’allontanamento del giovane P. dall’insegnamento. Neppure un secondo lavoro sullo stesso argomento (Udine, 1909) impedì che il nuovo arcivescovo Antonio Anastasio Rossi, appena entrato in diocesi nel 1910, confermasse a P. la cattedra di storia ecclesiastica nei corsi teologici. Sono oltre una trentina i contributi sulla storia della chiesa aquileiese e più in generale del Friuli, dalla tarda antichità al rinascimento, pubblicati da P. negli anni udinesi su alcune riviste locali, quali il «Bollettino della civica biblioteca e del museo», le «Memorie storiche forogiuliesi», gli «Atti dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Udine». Un breve articolo su Cromazio di Aquileia vide la luce su «Revue Bénédictine» (1909) e una ricerca ben più ampia e articolata su Le vicende politiche e religiose del Friuli nei secoli nono e decimo uscì sul «Nuovo archivio veneto» (1911). Furono queste pubblicazioni, assieme alle recensioni dei suoi lavori apparse su «Civiltà cattolica», a far conoscere lo studioso anche oltre i confini locali e a creare le premesse per una sua chiamata a Roma presso il Pontificio Seminario romano maggiore (dal 1937 Pontificio Ateneo Lateranense). L’occasione fu una segnalazione abbastanza marginale fatta nel 1913 dal p. Savio, allora docente di storia ecclesiastica nell’Università Gregoriana. Il gesuita piemontese, richiesto di un parere nel suo specifico settore di studi, alla Commissione concistoriale incaricata di vagliare i candidati all’insegnamento nel Seminario romano suggeriva una serie di nomi aggiungendo come post scriptum: «Giudicandolo dai libri suoi crederei abile all’insegnamento eziandio il prof. Pio Paschini di Udine, che credo sia appunto professore di Storia ecclesiastica in quel seminario ed è ancora in buona età, senza essere troppo giovane». Fu questa alla fine la proposta vincente, non prima di aver acquisito anche il parere dell’arcivescovo di Udine. Il Rossi, nella nota riservata alla Congregazione, non nascondeva che «qualche ombra ebbe il suo insegnamento, notato alquanto di ipercriticismo anche dal Visitatore apostolico e da codesta Sacra Congregazione, tanto che suggerivasi l’allontanamento del prof. Paschini e del prof. Ellero dal Seminario», ma ciò non impediva a lui di raccomandarlo «avendo il Paschini modificato alquanto le sue idee su parecchi punti, specie sulla storia primitiva della Chiesa, e avendo trovato il mio antecessore ed io stesso alquanto di esagerazione nelle accuse»; per questo, concludeva il vescovo nella lettera alla Concistoriale, «io lo mantenni come professore, benché sotto particolare vigilanza, e non me ne ebbi a dolere, perché l’insegnamento suo era sano, efficace, fruttuoso». Fu Pio X a dare personalmente l’assenso alla nomina, anche se inizialmente solo «ad annum e ad experimentum». La nomina raggiunse P. agli inizi dell’agosto 1913 presso l’abbazia di Beuron in Germania, dove si trovava per una vacanza di studio. Trasferitosi a Roma, qui P. visse il resto della sua vita (1913-1962) coprendo ininterrottamente dal 1913 al 1949 la cattedra di storia ecclesiastica dell’Ateneo Lateranense, del quale divenne in seguito anche magnifico rettore (1932-1957). La nomina a canonico di S. Giovanni al Laterano (1930) gli offrì l’opportunità di avere una casa propria presso la basilica e di tenere presso di sé la sorella Anna, che sarebbe divenuta sua valida collaboratrice. Non gli mancarono riconoscimenti sia da parte della sua terra d’origine, alla quale rimase sempre profondamente legato, sia da parte delle istituzioni romane: socio della Deputazione di storia patria per il Friuli e dell’Accademia di scienze lettere e arti di Udine, membro della Pontificia commissione di archeologia, consultore della Congregazione dei seminari e delle università, socio della Pontificia Accademia romana di archeologia, docente “per chiara fama” di storia moderna all’Università di Roma, pro-custode dell’Accademia dell’Arcadia, direttore dell’Enciclopedia cattolica (1948), presidente del Pontificio comitato di scienze storiche (1954). A pochi mesi dalla morte, avvenuta il 14 dicembre 1962, Giovanni XXIII lo nominò vescovo titolare di Eudossiade, quasi per compensarlo dei torti subiti dalla curia nei due decenni precedenti. Marginali ai fini del suo percorso scientifico, ma non insignificanti sul piano personale, furono gli incarichi pastorali: assistente diocesano della Gioventù femminile di Azione cattolica dal 1923 al 1928, impegnato nel servizio domenicale della basilica di S. Giovanni al Laterano, più volte relatore agli incontri della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) negli anni in cui si formavano i futuri dirigenti del Paese, sotto la guida spirituale di Giovanni Battista Montini. Testimonianza straordinaria, per immediatezza e sincerità, dell’itinerario umano e scientifico di P. durante il periodo romano è la corrispondenza epistolare con l’amico Giuseppe Vale, divenuto nel frattempo archivista e bibliotecario degli archivi e biblioteche diocesane di Udine. Dopo che Pietro Bertolla ne aveva segnalato l’importanza, questo epistolario era rimasto stranamente dimenticato ed è stato Paolo Simoncelli a fornirne in particolare una prima, parziale ricognizione, che consente di tracciare un profilo dell’uomo P. trascurato dalle biografie ufficiali. Per quanto riguarda l’enorme produzione scientifica di P. (sono circa cinquecento i titoli della sua bibliografia), essa ruota attorno a due filoni principali, che a volte si intersecano e si sovrappongono: la storia del Friuli e la storia del Cinquecento religioso in Italia. Al secondo filone P. si accostò con impegno e interesse crescenti dopo il suo trasferimento a Roma, producendo una serie di contributi che culminano, a giudizio di Giuseppe Alberigo, con la biografia di Alvise Priuli (Un amico del card. Pole: Alvise Priuli, Roma, 1921). L’aspetto «più fresco e personale» di questo filone di ricerca, che si muove nell’ambito del Cinquecento italiano e romano, verte sui rapporti tra umanesimo e vita religiosa, o meglio tra umanesimo minore italiano e i fermenti di rinnovamento della vita religiosa e della Chiesa. Nel contesto geografico dell’Italia nord-orientale, si collocano altri lavori dedicati anche agli aspetti controriformistici della lotta all’eresia, da Riforma e controriforma al confine nord-orientale d’Italia (Roma, 1923) a Venezia e l’Inquisizione Romana da Giulio III a Pio IV (Padova, 1959). È questo filone di ricerca, unito al ruolo di rettore magnifico dell’Ateneo Lateranense, a spiegare l’incarico dato a P. di presiedere il comitato scientifico costituito per le celebrazioni del quarto centenario del concilio di Trento (1545) e di dirigere la rivista che avrebbe dovuto preparare l’avvenimento e che di fatto iniziò le pubblicazioni alla fine del 1942. Può essere interessante evidenziare le diverse sensibilità con cui in campo cattolico in quegli anni si affrontavano gli aspetti riformistici e controriformistici del concilio: da una parte la curia romana con le sue evidenti preoccupazioni apologetiche, dall’altra i professori dell’Università Cattolica, che si raccoglievano attorno alla rivista «Aevum», e P. con la sua rivista «Il Concilio di Trento», non sempre allineati sulle stesse posizioni. A tale proposito basterebbe raffrontare tra loro le concezioni di “umanesimo” e “rinascimento” espresse rispettivamente da Giuseppe Lazzati e da P. Il primo, parlando in occasione delle cerimonie commemorative dell’apertura del concilio, il 13 dicembre 1945, vedeva nell’umanesimo le origini della scissione tra ragione e fede e lo allineava alla riforma protestante; P., invece, in Premessa della sua rivista sul concilio, ricordava che «la generazione nella quale si svolse il Concilio Tridentino è appunto quella che s’è formata ed è vissuta nel pieno Rinascimento. È tanto comune pregiudizio quello di ristringere il Rinascimento a qualche pedante umanista, ad alcuni fantasiosi poeti o novellatori ed a certi esponenti della politica e della filosofia e compendiarlo in un ritorno al paganesimo, che una tale osservazione è necessario non vada dimenticata: il Rinascimento è qualcosa di ben più complesso nella storia della civiltà cristiana, e la generazione che lo visse più profondamente non può essere battezzata così alla svelta come una generazione paganeggiante e quasi del tutto corrotta». Per il giudizio sul rinascimento è importante il saggio su Sirleto, uscito nel 1945 in Tre ricerche sulla storia della chiesa nel Cinquecento (Roma): «Quella che tanto malamente fu chiamata la Controriforma acquistava uno dei suoi più autorevoli rappresentanti in un uomo che s’era formato coi metodi e in mezzo agli uomini più rappresentativi del Rinascimento» (p. 281). Il volume pubblicato da P. nel 1951 su Eresia e riforma cattolica al confine orientale d’Italia, che riprende il volume del 1923 e riassume più di quarant’anni di contributi dell’autore sull’argomento, pur confermando il suo interesse prevalente per la cosiddetta riforma cattolica piuttosto che per gli aspetti del dissenso religioso, rimane, a giudizio di Silvano Cavazza, «un punto fermo negli studi sulla Riforma nei territori a ridosso della frontiera veneto-austriaca, con visione certamente unitaria dei problemi»; «un’opera di grande valore, pur con tutti i limiti che si possono riconoscere alla sua impostazione, che utilizza documenti veneti, friulani e vaticani, oltre a un’ampia conoscenza della storiografia precedente, specie tedesca». Il libro del 1951 apre una prospettiva nuova sulla base dei documenti utilizzati, che illustrano i rapporti della curia patriarcale con i territori a parte Imperii. Nell’analizzare la sua produzione sul Cinquecento, Alberigo cerca di cogliere il metodo di lavoro, mai enunciato espressamente in alcuna delle sue opere, partendo dalla formazione di “autodidatta” e di “storico locale”, «due elementi determinanti della personalità di storico di P. e non sempre e prevalentemente in senso negativo. Anzi questa sua formazione lo tenne lontano dalla tradizione apologetica della storia ecclesiastica ancora tanto radicata in Italia tra la fine del secolo scorso e i primi decenni del nostro». Egli, al pari degli altri ecclesiastici impegnati agli inizi del Novecento nel campo della ricerca scientifica sulla storia della chiesa, non poté sottrarsi agli influssi della critica positivistica che imponeva un rinnovamento degli studi attraverso l’uso di una metodologia moderna, positiva, critica. «Metodo critico-positivo, abbandono del punto di vista apologetico, ininterrotta probità di ricerca sono i punti cardinali cui egli si attiene con tenacia e nobiltà degne di ammirazione». La “ricostruzione attenta e precisa dei fatti” basata sull’analisi delle fonti ha indubbiamente un limite nell’arrestarsi alla “soglia del dibattito teologico” o nel mancato approfondimento dei legami del Cinquecento italiano con la situazione religiosa europea; tuttavia rimane innegabile «l’apporto di metodo e ancor più di atteggiamento morale, di probità scientifica che fece leva sulla profonda e integra umanità dell’uomo P.». C’è da chiedersi, come fa Giovanni Miccoli a proposito dei suoi lavori su riforma e controriforma, se lo stile asciutto di P. e la sua aderenza a volte fin troppo pedissequa al documento, siano il frutto di una tradizione positiva di ricerca aliena da «impostazioni teleologizzanti e filosofeggianti», laiche o ecclesiastiche che fossero, o non sia «forse legittimo sospettarsi presente anche l’esito di un’esperienza lacerante e difficile qual era stata quella connessa alla condanna del modernismo». Di quest’ultimo avviso sembra essere Pietro Zovatto, secondo il quale «dopo l’avvenuta condanna del modernismo, specialmente dello storico Duchesne, anche la storia sulla penna del Paschini prende un’andatura vieppiù événementielle […]. La storiografia, cioè la consapevolezza critica dello storico che pensa e che interpreta il documento, tende a restare ad un livello minimale di interpretazione o a ritirarsi in se stessa, fino a rimanere quasi implicita». Analisi minuta e ravvicinata delle vicende, aderenza alle fonti, erudizione che guarda alla grande tradizione di Ludovico Antonio Muratori, sono in ogni caso il pregio e anche il limite della sua opera. «I suoi lavori», scrive Andrea Del Col, «sono densi di documenti e di fatti e scarni di spiegazioni e valutazioni, come se documenti e fatti dovessero parlare da soli». Forse nessuno riuscirà a spiegare con più efficacia di Giuseppe De Luca, che fu suo allievo nella Pontificia Università Lateranense, il metodo e lo stile di P.: «i suoi libri presentano una composizione scabra e secca, quasi di costruzione a massi e pietrame sovrapposti senza connettivo e senza intonaco; composizione che può deludere gli inesperti, mentre chi fa ricerca, e si travaglia negli stessi lavori, non ne perde una parola, e trova in ogni dato le fonti volta per volta a piè di pagina; fonti nuove assai spesso, viste dal Paschini per la prima volta in archivi e stampe del tempo. Rifugge dalla problematica storica astratta come da un disordine mentale». Dello storico, Carlo Dionisotti mette in luce soprattutto l’aspetto «regionale e municipale», nel senso positivo del termine, parlando di una storia costruita sulle ricerche d’archivio e sulle fonti documentarie: «Non poteva avere peso su di lui la cosiddetta storiografia economico-giuridica, né altra incipiente o futura diavoleria nazionale. Gli bastava la semplice, antica, particolarmente settecentesca storiografia regionale e municipale, che aveva subito una inevitabile degradazione nell’età risorgimentale ma che, sulla fine del secolo, nell’Italia bene o male unita, era tornata di moda». Per quanto riguarda il contributo di P. alla storia del Friuli, Carlo Guido Mor, pur non nascondendo che talvolta si è in presenza di «una forma annalistica» e ci si imbatte in pagine in cui «la documentazione si segue a mo’ di schedatura», riconosce a P. il grande merito di «aver ricomposto in unità espositiva un notevole complesso documentario, facendolo confluire in una logica e coerente visione d’insieme». Quale sia la genesi, quali siano gli antefatti, quale sia la caratteristica specifica della Storia del Friuli (1934-1936) è lo stesso P. a spiegare nella breve prefazione alla prima edizione: «Il primo incitamento a questo lavoro d’insieme mi pervenne, molti anni fa, dal p. Fedele Savio che ricercava allora collaboratori per la grande opera alla quale aveva già posto mano, sulle Diocesi d’Italia. […]. Secondo il suo programma l’opera mia doveva restringersi al patriarcato, o meglio, alla diocesi d’Aquileia; perciò venni man mano preparandomi all’adempimento del mio compito, col pubblicare gli studi preparatori nell’intendimento di raggiungere così più facilmente il mio scopo collo sbarazzare il terreno alle questioni incidentali e col cercare di definire i più importanti punti controversi. Proseguendo però le mie ricerche mi dovetti convincere che il metodo seguito dal p. Savio mal si adattava alle complesse vicende del patriarcato; e mi parve che riassumendo i lavori già fatti da altri e da me, sarei potuto giungere ad una esposizione sintetica che, senza pretendere di essere completa, di riempire tutte le lacune e di risolvere tutte le incertezze, offrisse al lettore un quadro delle vicende del Friuli. Ho detto Friuli e non patriarcato, perché il termine Friuli esprime più e meno che patriarcato: più perché, fra l’altro, comprende anche il territorio fra Tagliamento e Livenza, cioè la diocesi di Concordia; meno perché lascia fuori gran parte dei territori oltre le Alpi Giulie e Carniche i quali hanno una storia tutta propria. È chiaro però che, per lunghi secoli la storia del Friuli è, in gran parte, anche quella del patriarcato considerato tanto sotto l’aspetto politico che sotto quello ecclesiastico». Dunque una storia del Friuli, che in origine doveva essere la storia ecclesiastica di una delle diocesi d’Italia, ma che non poté essere esclusivamente tale per le caratteristiche particolari di un “patriarcato” che, lungo molti secoli della sua storia, non fu solo una giurisdizione ecclesiastica, ma anche una giurisdizione civile tra l’altro non esattamente sovrapponibile alla prima e, inoltre, una giurisdizione non circoscrivibile entro i confini dell’Italia come si erano venuti configurando prima e dopo la grande guerra (1915-1918). Nel lavoro di P. è facile cogliere l’impronta originale di una storia centrata sulle istituzioni ecclesiastiche, anche se non appiattita su di esse. Le ricerche condotte nell’arco di un trentennio e pubblicate per lo più (ma non solo) sotto forma di articoli su riviste locali, quali le «Memorie storiche forogiuliesi», costituiscono la laboriosa preparazione di tale Storia, che tiene conto anche dello sviluppo rilevante degli studi di storia patria avvenuto nei primi tre decenni del secolo con il contributo di Antonio Battistella, Giovan Battista Corgnali, Pier Silverio Leicht, Giuseppe Vale, Luigi Suttina, solo per citare alcuni nomi. Con il Leicht e il Suttina, in particolare, gli stretti rapporti sul piano scientifico sono documentati da una fitta corrispondenza che si protrasse per un cinquantennio attorno alla redazione delle «Memorie storiche forogiuliesi». Alla sua Carnia P. dedicò le Notizie storiche della Carnia da Venzone a Monte Croce e Camporosso, pubblicate in un primo tempo come contributo alla Guida della Carnia e del Canal del Ferro di Giovanni Marinelli e successivamente come volumetto a sé stante nel 1927 (2aed. 1960, 3aed. 1971). Alcuni capitoli del lavoro sono dedicati, oltre che all’ordinamento ecclesiastico nel medioevo, all’organizzazione politica e sociale, ai castelli patriarcali, alle vie di comunicazione, secondo uno schema utilizzato da P. già nella più ampia Storia del Friuli. I capitoli conclusivi, dalla grande guerra alle dolorose vicende del 1943-1945, tradiscono una partecipazione emotiva dello storico che non ha riscontro in alcun altro suo lavoro. Per quanto riguarda le ricerche sulla storia medievale friulana, vale l’osservazione molto puntuale fatta da Marino Zabbia, che «il P. fece raramente ricorso ad indagini d’archivio. Per i secoli più antichi utilizzò le grandi collezioni di fonti e la bibliografia internazionale (possedeva una sicura conoscenza del tedesco), mentre per il periodo seguente al XII secolo si servì di preferenza dei risultati degli scavi condotti dagli storici locali ottocenteschi – Giuseppe Bianchi e Vincenzo Joppi in primo luogo – e in seconda battuta delle raccolte a stampa o manoscritte compilate dagli eruditi friulani del Sei e Settecento». Fu a Roma, a contatto con Giovanni e Angelo Mercati nella Biblioteca e nell’Archivio segreto Vaticani, che P. divenne “storico d’archivio”, perché «il nuovo campo di studi implicava anche diverse tipologie di fonti ed un altro tipo di approccio». Anche Zabbia riconosce che, nonostante alcune sue analisi sulle fonti della chiesa aquileiese dei primi secoli e certe sue prese di posizione su altre fonti della storia altomedievale friulana possano ancora essere riviste e corrette, «nel complesso i saggi di storia friulana di P. costituiscono ancora un insostituito strumento per chi studia le vicende locali». La ricostruzione della vicenda umana e scientifica di P. sarebbe incompleta senza almeno un riferimento alla Vita e opera di Galileo Galilei, che la Pontificia Accademia delle scienze aveva affidato a P. in vista del terzo centenario della morte del grande scienziato (1942) e che uscì solo postuma nel 1964, in occasione del quarto centenario della nascita di Galileo, dopo che il Concilio Vaticano II era già iniziato. Si trattava di un compito non facile, che costringeva lo storico a uscire dal proprio campo di indagine e che P. accettò per le insistenze di Angelo Mercati, prefetto dell’Archivio Vaticano, e di Agostino Gemelli, presidente dell’Accademia. Furono tre anni di intenso lavoro, che si conclusero con la consegna del dattiloscritto alla fine del gennaio 1945. «Il manoscritto è definitivo», scriveva P. ad Angelo Mercati; «nelle bozze perciò penso che non ci sarà da correggere che dei refusi. Mi sarà molto gradito se qualche scienziato vorrà rivedere quanto riguarda la parte scientifica, specialmente nell’Introduzione, perché posso aver commesso qualche imperfezione o ingenuità». La commissione incaricata di licenziare il testo per la stampa, invece di limitarsi a rivedere gli aspetti scientifici della questione, come richiedeva lo stesso P., ritenne di entrare anche nel merito della ricostruzione storica rilevandovi un eccesso di acrimonia verso i gesuiti per l’azione svolta contro Galileo. In particolare il Gemelli suggeriva alla Segreteria di stato che non fosse opportuno pubblicare il lavoro sotto l’egida dell’Accademia pontificia, che pure lo aveva commissionato ufficialmente. Il Sant’Uffizio, al quale il testo era stato trasferito per competenza, pur non rilevando alcun errore di fede o di morale, insabbiò la questione senza mai fornire alcuna spiegazione all’autore. Vani furono i tentativi di P. di avere un chiarimento. «Lei mi disse allora», scriveva P. al Gemelli nel gennaio 1946, «che importava mettere in chiaro nel modo più imparziale l’attività di quello scienziato: è quello che mi sono sforzato di fare, senza calcare la mano su nessuna circostanza e colla maggiore chiarezza […]. Ho mancato al mio compito?». E scrivendo a Giovanni Battista Montini, allora sostituto alla Segreteria di stato, il 12 maggio 1946, riprendeva gli argomenti trattati in un precedente colloquio: «In tutte le mie pubblicazioni mi sono proposto di procedere colla più assoluta imparzialità, e perciò mi è riuscito di sommo stupore e disgusto che mi sia rivolta ora l’accusa di non aver fatto altro che l’apologia di Galileo. Essa intacca infatti la mia probità scientifica di studioso e di insegnante, il quale in tutto il corso della sua attività pubblicitaria e scolastica può dire di essersi sempre proposto come dovere lasciar parlare la verità e di liberarla da ogni ingombro creato dall’ignoranza o dallo spirito di parte». La corrispondenza personale di P. con l’amico Giuseppe Vale descrive lo stato d’animo «profondamente amareggiato» di un fedele servitore della Chiesa, che al tempo stesso voleva essere fedele servitore della verità: «ma certamente non potevo, per piacere a chi vi era interessato, falsare i risultati della mia indagine […]; perché si deve avere il coraggio di dire la verità anche se questa talora può riuscire amara». Il lavoro vide la luce solo nel 1964, per i tipi della Pontificia Accademia delle scienze, con un testo «palesemente contraffatto in molti e qualificanti punti rispetto alla stesura originale e ‘definitiva’ lasciata da Paschini» (Simoncelli). A fare la scoperta, in modo del tutto occasionale, fu nel 1979 mons. Pietro Bertolla, allora direttore della Biblioteca del Seminario di Udine alla quale l’originale di P. era stato donato. Bertolla rilevava che al testo, essendo P. ormai scomparso, era stato apportato un centinaio di correzioni, «alcune di piccola, altre di grande entità; alcune vogliono essere precisazioni scientifiche, altre ritoccano giudizi e altre ancora li alterano in parte o del tutto. Queste ultime riguardano prevalentemente la posizione e la responsabilità dei gesuiti e la valutazione della condanna di Galileo». Pietro Nonis, docente dell’Università di Padova e quindi vescovo di Vicenza, riferendosi all’insabbiamento dell’opera da parte del Santo Ufficio e della Pontificia Accademia delle scienze, asserisce «che chi porta la responsabilità di questa indebita sosta ventennale non ha reso un buon servizio né alla causa della scienza storica, né a quella della religione cattolico-romana, alla quale pur ci onoriamo di appartenere». Nonis, quando scriveva queste parole, non era ancora al corrente delle correzioni apportate al testo originale prima della stampa dal gesuita belga Edmond Lamalle su incarico della stessa Accademia. Bertolla, dopo aver evidenziato gli interventi del censore, ricordava come P. fosse «rimasto sempre coerente al principio che informò fin dall’inizio il suo metodo di ricerche storiche: ‘ne quid falsi dicere audeat, deinde ne quid veri dicere non audeat’ […]», e individuava nell’insegnamento di Galileo: “non temere la verità” anche il suo grande insegnamento.

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Bibliografia

ASVat, Congregazione Concistoriale, Visita Apostolica, n. 58, Udine; Congregazione per l’educazione cattolica dei seminari e degli istituti di studi, Archivio, Seminari - Collegi Romani - Pontificio Seminario Romano maggiore, I ante 1915; BSAU, Pio Paschini, 35-38.

G. DE LUCA, Mons. Paschini, la sua scuola, i suoi studi, in Miscellanea Pio Paschini. Studi di storia ecclesiastica, I, Romae, Facultas Teologica Pontificii Athenaei Lateranensis, 1948 («Lateranum», n.s., XIV, 1-4), 1-26; C.G. MOR, Pio Paschini storico del Friuli, «MSF», 45 (1962-1964), 5-18; M. MACCARRONE, Mons. Pio Paschini (1878-1962), «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 17/2 (1963), 181-221, 259-304 (con bibliografia degli scritti di Pio Paschini); G. ALBERIGO, Il Cinquecento religioso italiano nell’opera storica di Pio Paschini, ibid., 234-247; M. MACCARRONE, Mons. Pio Paschini, «AAU», s. VII, 7 (1966-1969), 337-380; MARCHETTI, Friuli, 884-889; C.G. MOR, Pio Paschini nella storiografia friulana, in Atti del convegno di studio su Pio Paschini nel centenario della nascita 1878-1978, Udine, Deputazione di storia patria per il Friuli, 1978, 11-16; G.C. MENIS, Pio Paschini e le antichità cristiane del Friuli, ibid., 17-34; P. BERTOLLA, Paschini al seminario di Udine, ibid., 35-48; M. MACCARRONE, Mons. Paschini e la Roma ecclesiastica, ibid., 49-93; C.G. MOR, La storia della Carnia di Paschini, ibid. ... leggi, 97-100; A.P. FRUTAZ, Mons. Pio Paschini cultore di agiografia, ibid., 101-122; A. DEL COL, La Riforma cattolica nel Friuli vista da Paschini, ibid., 123-141; C. DIONISOTTI, Pio Paschini e la chiesa di Roma nel Quattro e Cinquecento, ibid., 146-157; P. NONIS, L’ultima opera di Paschini: Galilei, ibid., 158-172; P. BERTOLLA, Le vicende del “Galileo” di Paschini (dall’Epistolario Paschini-Vale), ibid., 173-208; G. MICCOLI, Metodo critico, rinnovamento religioso e modernismo, «M&R», 1/3 (1980), 17-33; P. ZOVATTO, Pio Paschini e il modernismo, «Humanitas», n.s., 43/2 (1988), 251-275; M. ZABBIA, Per una storia dell’erudizione storica friulana tra Otto e Novecento, «Quaderni guarneriani», 10 (1990), 107-127; S. CAVAZZA, Un’eresia di frontiera. Propaganda luterana e dissenso religioso sul confine austro-veneto nel Cinquecento, «Annali di storia isontina», 4 (1991), 7-31; P. SIMONCELLI, Storia di una censura. «Vita di Galileo» e Concilio Vaticano II, Milano, F. Angeli, 1992; ID., La guerra e la liberazione nell’epistolario di Pio Paschini rettore del Pontificio ateneo lateranense, «Rivista di storia e letteratura religiosa», 29/3 (1993), 555-588; ID., Sul IV centenario del concilio di Trento (1545-1945) e le origini storiografiche della “Riforma cattolica”, «Nuova rivista storica», 92/2 (2008), 391-410; M. ZABBIA, Pio Paschini (1878-1962), «Reti medievali. Memoria. Profili e materiali», 2008 (http://fermi.univr.it/rm/ Memoria/Mem-prof-paschini.htm).

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