VITTORELLO VITTORIO

VITTORELLO VITTORIO (1866 - 1943)

commediografo, poeta

Immagine del soggetto

Ritratto di Vittorio Vittorello, olio su tela di Umberto Martina, 1922 ca. (Udine, Società  filologica friulana).

Nacque a Udine nel 1866 da famiglia originaria di Andreis e a Udine visse fino al 1921. Ragioniere, il suo curriculum scolastico fu ostacolato da lutti e difficoltà economiche, ma un «intenso fervore intellettuale» e la tenacia dell’autodidatta gli consentirono di acquisire, «nel campo delle lettere e dell’arte», una cultura «ampia ed acuta» (Carletti). All’approssimarsi della guerra V. si dimostrò interventista convinto e fin dal 1919, dalla sua fondazione, si impegnò nelle attività della Società filologica friulana. V. fu consigliere del comune di Udine e della Cassa di risparmio, presidente della Scuola industriale, amministratore di importanti aziende, come la Società Cementi del Friuli. Morì a Venezia il 4 febbraio 1943. Di rilievo è il suo interesse per il teatro. Perduta è una prima commedia, Fuc in municipi [Fuoco in municipio], rappresentata a Udine con scarsa fortuna nel 1903 (smarrita durante l’invasione del 1917, forse risale al 1890). De Il volontari [Il volontario] si conoscono solo le prime due scene, recitate e stampate nel 1926 in occasione del congresso della Filologica a Spilimbergo: ambientata a Sequals, fa perno, nelle due scene, su Pieri detto Piria, sagrestano, incline al vino (e quindi topos ridicoloso), che, come la serva del parroco, impiega il friulano locale. Si propone nella sua interezza A ogni cost [Ad ogni costo], commedia in tre atti, vincitrice nel 1922 del concorso della Filologica, accolta l’anno dopo nella «Rivista» della Società, e allestita più volte felicemente. Un amore contrastato: una fioraia udinese, energica e combattiva, e un tenente dell’esercito, per il quale la madre coltiva altri progetti, più consoni al proprio blasone, una madre che alla fine si addolcisce e cede. ... leggi Il primo atto si svolge nel negozio della fioraia, il secondo e il terzo in una villa signorile, ma alla disparità del livello sociale non corrisponde una analoga disparità di registro. Le didascalie adottano l’italiano e schegge di italiano emergono anche negli scambi, con una singolare escursione: da un non dimesso «Oh! Mimì, vaga fioraia!» (in bocca a «un bellimbusto allegro e superficiale») a un più corrivo «come gnente fosse». Ma importano le espressioni colorite che affiorano nei ceti alti: «ti darai jo la sonze» [te la farò pagare]: così il tenente; «no uei che tu vebis di mangiá pan pentît!» [non voglio che tu debba mangiare pane pentito!]: così la contessa. Il friulano esibisce tessere genuine come «meche» («chel meche dal so paròn l’è lât vie» [quel noioso del suo padrone è andato via], ma tende già a sfaldare qualche tratto («niore» invece di «brût», nuora) e si apre al prestito: «aeroplano», «automobil», «telègrafo», e perfino «Robis di cinematògrafo!» (e dunque strabilianti). Preme anche, con tempestività, il nuovo contesto politico, con gli ammicchi al fascismo incipiente. Importa rilevare ancora, a mettere in luce la complessità dei piani che si intersecano: «si diseve che co si leve fûr di colegio par simpri, se par siet gnoz di sèguit si vès podût contá siet stelis in cîl, il prin zovin che nus vès fevelât te otave zornade, al sarès stât chel che nus varès sposât…» [si diceva che quando si lasciava il collegio per sempre, se per sette notti di seguito si fosse potuto contare sette stelle in cielo, il primo giovane che ci avesse parlato nell’ottavo giorno, sarebbe stato quello che ci avrebbe sposato…], ad attingere – certo elaborando: il collegio è l’Uccellis di Udine – la cultura popolare; «E po l’amór l’à plui savór cun t’un pôc di misteri!» [E poi l’amore ha più sapore con un po’ di mistero!], a fissare una rete intertestuale: si tratta di una citazione dall’Amór in canoniche [Amore in canonica] di Bruno Paolo Pellarini, commedia dell’anno precedente e di notevole (e fresco) successo. Ma, come scrive Carletti, dove V. «trovò di dare a fondo il tono della sua personalità, dove riuscì a comunicare il brivido del suo travaglio segreto, fu nelle sue poesie friulane». Poche e sparse tra «Strolic furlan» (soprattutto) e «La Panarie». V. preferisce la quartina di endecasillabi, dal taglio narrativo e prossimo alla prosa. Con una certa varietà tematica. Come il profilo affettuoso e insieme picaresco di Umberto Martina: «Ciapiel in bande, muse di plevàn / […] // Ce biel lá in zir cun lui, discori di art / […] / fa la partide cui fachìns dal puart! // Parcè che al miò pitór, om franc e sclet, / i plâs di stá cun chei oms di fadie…» [Cappello di traverso, faccia da pievano / […] // Che bello andare in giro con lui, discutere di arte / […] / fare la partita con i facchini del porto! // Perché al mio pittore, uomo franco e schietto, / piace stare con quegli uomini di fatica…] (Il miò pitór [Il mio pittore]). E promette tonalità facete La morâl dai ciocs [La morale degli ubriachi], dove è istituzionalmente comica la voce narrante, una macchietta udinese, e comico è l’oggetto del suo narrare: nel cuore e nella presunta solitudine della notte, Venturin e Florean, le due statue gigantesche della udinese piazza Contarena, vantano l’enormità dei propri attributi (prima che questi venissero mutilati), e istituzionalmente comico è il metro, la sesta rima. Ma «l’aspetto prevalente» della poesia di V. «è una tristezza umana, che va dalla malinconia rassegnata alle lacrime amare» (Chiurlo) e anche nel contesto burlesco ha modo di affacciarsi la nota cupa: «Rivi in plazze sant Jacun, po voi fûr / pe contrade dal Mont in Merciatvieri: / ma lì chei puartis luncs tra ’l clâr e ’l scûr / mi àn dât un sgrisulòn di zimiteri…» [Arrivo in piazza San Giacomo, poi esco / per la contrada del Monte in Mercatovecchio: / ma lì quei portici lunghi tra il chiaro e lo scuro / mi hanno dato un brivido di cimitero…]. Nel segno del lutto (dell’attesa della morte, del rinnovato abbraccio con i propri cari) si muovono le quartine di L’ultime dí [L’ultimo giorno], forse i versi estremi di V., affidati nel 1929 al primo fascicolo della «Panarie», con la sentenza conclusiva: «il misteri de vite si spieghe il dí de muârt» [il mistero della vita si spiega il giorno della morte]. V., uomo «d’una riservatezza insuperabile, d’un pudore estremamente ombratile», «totalmente schivo dalle effusioni» (Carletti), nelle poesie riesce a dirsi: a dire l’angoscia del vivere. L’odòr di bòs [L’odore di bosso] evoca la morte e il bosso – “madeleine” specialissima – assume valore evocativo: della morte delle persone amate, della morte come legge della vita. Con il respiro largo dei versi che al componimento forniscono il titolo, dalla visita in cimitero che conduce il bambino ignaro a scoprire la tomba della madre e, nella tomba della madre, il nodo dell’esistere: «Su des cisis intòr al si spandeve / amàr e fresc l’odór di bòs par dut, / e chel sprofùm, no sai parcè, mi deve / qualchi confuart par il miò cur di frut…» [Dalle siepi intorno si spandeva / amaro e fresco l’odore di bosso ovunque, / e quel profumo, non so perché, mi dava / qualche conforto per il mio cuore di bambino…]. Un canzoniere smilzo, «lascito poetico esiguo, ma moralmente essenziale d’un uomo di nobilissima tempra, di grande ingegno e di grandissima modestia» (Carletti).

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Bibliografia

A ogni cost. Commedia friulana in tre atti, «Rivista della Società filologica friulana», 4 (1923), 17-38, 65-98 (anche in estratto); Il volontari. Commedia friulana in un atto (Le due prime scene), in Spilimbergo, 3 ottobre 1926 - VII Congresso della Società Filologica Friulana, Udine, «La Panarie», 1926, 15-21.

DBF, 842; B. CHIURLO, La letteratura ladina del Friuli, Udine, Libreria Carducci, 19224, 79-82; CHIURLO, Antologia, 494, 501; G[INORIO] [E. CARLETTI], Vittorio Vittorello, «Ce fastu?», 19 (1943), 92-94; L. PILOSIO, Vittorio Vittorello. Commemorazione, «AAU», s. VI, 8 (1943-1945), 111-116, dove si colloca la nascita a Spilimbergo; MARCHETTI, Friuli, 1026; Mezzo secolo di cultura, 281; R. BIASUTTI, Bibliografia del teatro friulano, Udine, Clape culturâl Acuilee, 1982, 14, 18; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 219.

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