CARLETTI ERCOLE

CARLETTI ERCOLE (1877 - 1946)

lessicografo, critico, scrittore

Immagine del soggetto

Ercole Carletti in un ritratto dello studio Pignat (Udine, Civici musei, Fototeca).

Figura di grande tempra e dirittura morale, fu colonna della Società filologica friulana negli anni dalla fondazione alla seconda guerra mondiale. La vita «semplice e lineare» (il ritratto più completo è steso da Giovanni Lorenzoni), ma intensa per impegno e attività critica e letteraria, si dispiegò per la gran parte a Udine. Nato qui il 6 novembre 1877 da padre friulano (la famiglia era originaria di Pordenone) e madre istriana (i Benuzzi erano a Udine da prima del 1818), diplomatosi ragioniere nel 1895, si iscrisse all’Istituto superiore di scienze commerciali ed economiche di Venezia, dove nel 1899 ottenne l’abilitazione all’insegnamento del francese e nel 1901 il diploma superiore in scienze economiche e diritto. A Roma frequentò il corso per allievi ufficiali di amministrazione e verso la fine del 1902 partecipò a un concorso per ragionieri presso le prefetture, risultando ai primi posti in graduatoria. Assegnato alla prefettura di Perugia, dopo soli due mesi il consiglio comunale di Udine gli offrì il posto di capo della ragioneria municipale, che avrebbe tenuto stabilmente con oculata competenza. Vari inviti gli pervennero da comuni più importanti, ma a Udine e al Friuli lo legavano l’amore per la lingua, la poesia, la musica, la storia e le tradizioni locali. Nel 1907 sposò Libera Zampieri. Risiedette in città, fino a che, chiamato in servizio per la grande guerra, non dovette abbandonarla, mentre la famiglia si rifugiava a Lucca. ... leggi Al rientro (da Roma dove collaborò con il Commissariato per i profughi) trovò la casa saccheggiata e la biblioteca dispersa. Anche la villetta costruita nel 1924 sarebbe stata colpita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e queste drammatiche vicende provarono notevolmente la sua persona. Sul finire del 1945 C., malato, entrò in ospedale. Si spense il 22 maggio del 1946. Tra i fondatori nel 1919 a Gorizia, con Bindo Chiurlo, Ugo Pellis, Giovanni Lorenzoni e altri, della Società filologica friulana, ne divenne uno dei più validi e appassionati collaboratori. Ne fu tesoriere, e la sua abilità amministrativa giovò all’impresa dell’Atlante Linguistico Italiano, vicepresidente (dal 1920 al 1923), presidente (1924) e per più di vent’anni segretario generale (lasciò questa carica nel 1945 con l’esaurirsi della presidenza di Pier Silverio Leicht, ma già debole per la malattia). Tra i principali promotori, tra le due guerre, del rifiorire degli studi locali, ereditò dalla generazione che lo precedette «la passione per gli studi di tradizioni popolari, la padronanza della lingua friulana, l’assillo interiore per la ricerca delle memorie storiche locali» (Del Bianco), dando a tale passione contenuto scientifico e ispirando con il suo contributo le riviste della Filologica. Nel 1921 avviò i fascicoli della raccolta di canti popolari friulani, con la collaborazione di Carlo Conti (che avrebbe musicato diverse composizioni di C.), e nel 1926 curò l’edizione dei canti di Arturo Zardini. Diede impulso inoltre alla nascita della Compagnia udinese del teatro friulano e lui stesso fu autore di testi ben allestiti. Sempre presente nella redazione dello «Strolic furlan», sono molti gli articoli e le note a sua firma (o sotto lo pseudonimo di Ginorio) di argomento letterario, linguistico, demologico, in particolare su «Ce fastu?», ma è stata fondamentale anche l’attività di instancabile animatore e di consigliere. Il suo nome è legato, con quello di Giovanni B. Corgnali, al Vocabolario friulano di Giulio Andrea Pirona (1935), curato entro il progetto di rinnovamento dell’opera del 1871 dell’abate Iacopo Pirona e di recupero del manoscritto del nipote (ms 2192, in tre volumi, della Biblioteca civica di Udine). L’intervento sul manoscritto prevedeva una revisione grafica, secondo le nuove regole della Filologica, cassature e fitte aggiunte: una «larga messe di rilievi diretti e di documentazioni, ricavate da testi antichi, anche inediti, e da testi nuovi» (Carletti, 1935). Il lessico (specie nelle sfaccettature di aree linguisticamente arcaiche e conservative come la Carnia), e la ricerca ad esso legata, esprimono per C. l’unità profonda con i valori (e i miti) culturali e storici del Friuli. Accanto a questa incisiva e coerente attività spicca, come meditata e selettiva, la produzione letteraria, poetica e teatrale. La scrittura poetica in friulano prende corpo nel 1911, dopo scarni contributi in italiano e un’esercitazione giovanile, apparsa sulle pagine de «Il Paese» di Udine nel novembre 1901 (Dal francês di François Villon, versione tratta da Le grand testament). C. era personalità colta e mossa, dalla vasta cultura letteraria e glottologica (aveva dimestichezza con il francese, il tedesco, il russo), aperta alle inquietudini della letteratura moderna (Pascoli, i simbolisti), ma anche intatta nell’adesione «all’ideologia del friulano saldo e dritto», ed è forse proprio tale adesione a impedire «l’espressione più piena e radicale del malessere e del venir meno delle certezze» (Pellegrini). Questa ambivalenza è notata, sia pure con opposti giudizi, da B. Chiurlo, che introduce l’edizione delle poesie, e P.P. Pasolini, che intesse con C. nel periodo friulano un attento scambio, attratti da reciproca stima e curiosità. Nella premessa a Lis vôs dai miei dîs piardûz [Le voci dei miei giorni perduti], riproposta dell’opera scelta di C., curata nel 1978, Novella Cantarutti ricorda come entrambi lo riconoscano «nel discrimine tra vecchia e nuova poesia friulana». Il giudizio di Chiurlo, di impostazione crociana, è riduttivo (la parte migliore delle sue poesie è quella dove C. «ha stretto più da vicino la musa popolare o i temi tradizionali della poesia dialettale»: Chiurlo, 1922), mentre Pasolini, che pur riconosce tutte le possibilità di canto dell’autore, ne circoscrive il limite proprio nel Friuli amato come «collettiva terra natale», non come patria personale, mentre «suo era invece un canto intimistico, magari lievemente morboso». Le Poesie friulane uscirono nel 1920. Ebbero una nuova edizione ampliata nel 1947, minuziosamente preparata dallo stesso C. Ricche per lessico e ispirazione, palesano anche nel ritmo e nelle scelte metriche la preferenza data a forme varie (verso libero, alessandrino e novenario accanto a endecasillabo e ottonario della villotta) e la suggestione dei modelli europei. Secondo D’Aronco, nelle poesie è evidente «un personale intendimento di fissare, con la maggiore profondità e delicatezza possibili, gli interni affanni di chi è costantemente volto a un passato che poteva essere e non era stato», mentre Chiurlo e Lorenzoni ne sottolineano la friulanità nel senso di misura, «in ciò che equilibria nella sua poesia elementi intellettivi ed elementi sensitivi, ragionevolezza e passione, freno dell’arte e spontaneità», fondendo due tendenze, una «schiettamente popolare e friulana», l’altra «dotta e complessa». La raccolta si apre con un Invît [Invito], sonetto che contrappone alle contrarietà del vivere («Passin i dîs e passin lis stagiòns / e il nestri umôr, sebèn sempliz e sclet, / tra i fufignèz de vite e lis questions / ingarbìs par malizie o par suspiet» [Passano i giorni e passano le stagioni / e il nostro umore, sebbene semplice e schietto, / tra gli imbrogli della vita e le questioni / amareggia per malizia e sospetto]) il rivolo sereno della poesia («Polsìn, amîs, / cà, dòngie il rìul, polsìn da la fadie / di vivi! Che i umôrs stracs e ingarbîz / nus rinfres’ci une vene di poesie» [Riposiamo, amici, / qua, vicino al ruscello, riposiamo dalla fatica / di vivere! Che gli umori stanchi e amareggiati / ci rinfreschi una vena di poesia]). Le sezioni Timp di pâs [Tempo di pace], Timp di guère [Tempo di guerra], Vilotis di guère [Villotte di guerra], Morosèz e matèz [Schermaglie e scherzi] alternano adesione al mondo popolare («mi plâs […] chest popul pitòc e sbrindulòn» [mi piace […] questo popolo pitocco e cencioso]) a mesti ritratti di esistenze vissute nel dolore e nel silenzioso affiorare del ricordo (L’ave, L’ava), vita e sogno («mi plâs la lontananze e il no rivâ. // A dîle propi sclete, ogni dì che va vie / sai manco s’al è miei insumiâsi o veglâ» [mi piace la lontananza e il non arrivare. // A dirla proprio schietta, a ogni giorno che va / so meno se è meglio sognare o vegliare]; «Eco, tal bosc dai siuns il cis’ciel de fortune» [Ecco, nel bosco dei sogni il castello della fortuna]), espressione di sentimenti collettivi e un intimo fondo di angoscia, quadri paesani e racconti d’amore e di nostalgia. Si veda Su l’albe [Sul far dell’alba], con l’insistenza sulle figure di ripetizione, quasi ossessiva, simbolica («Un sôl griâ pe pradariis; / di trat in trat un scrazzulâ / pai fossai, un sorâ, un rispuindi; / e, come un gran asimâ, / il grii grigrii des pradariis» [Un solo cantare dei grilli nelle praterie: / di tratto in tratto un rumoreggiare / nei fossi, un canzonare, un rispondere; / e, come un grande ansimare, / il grii grigrii delle praterie]), e a seguire Cujete [Quiete], con il ricomporsi del pensiero nell’ora «clare di lune» (chiara di luna). Una mesta inquietudine che ritorna, ad esempio, in Il barcarùl [Il barcaiolo] e Fumate [Nebbia]. Vilotis di guère uniscono il ritmo popolare alla sensibilità poetica modulata sul tema toccante, dando versi sentiti, non retorici (si vedano Sante Lùzzie di guere [Santa Lucia di guerra], Antùn [Autunno], 27 di otùbar [27 ottobre], Lis ciampanis [Le campane], Tornànt [Tornando] ma, per contro, la meno pacata Guère [Guerra], o i passi di Frammento: «Oh ciase nestre abandonade / […] pes’ciade, cui sa? di une spòrcie / genie, par ogni ciantòn» [Oh nostra casa abbandonata / […] calpestata, chissà, di una sporca / genia, ad ogni angolo]). Diversi sono i testi di C. musicati, da Domenico Montico e Conti in particolare: tra le quartine sulla guerra si segnalano La morose [L’innamorata], vincitrice al concorso per villotte della Filologica nel 1930, e, anch’esso noto, Il ciant de lontananze [Il canto della lontananza]. Emblematico è il tono di ’E jé l’ore [È l’ora], dove l’aura della sera, le immagini rassicuranti, non mettono a tacere il pensiero, quasi scandito dal rintocco delle campane. Altre trasposizioni in musica (dove anche temi scontati offrono preziosismi lessicali e formali) calcano l’invito alla leggerezza, al canto di villotta, sia che nasca dal cuore gaio, sia che consoli da «strussis e marùm di ducj i dîs», fatiche e amarezza di ogni giorno. Il teatro (due drammi, Mariute [Marietta], e Il zoc [Il ceppo], e un idillio amoroso, L’amôr vieri [L’antico amore]) è altrettanto sorvegliato per lessico e stile. Lo svolgimento serrato delle vicende e dei dialoghi (meno stringente in Mariute) non impedisce uno sguardo non distaccato sulle passioni e sui loro risvolti morali.

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Bibliografia

G.A. PIRONA - E. CARLETTI - G.B. CORGNALI, Il nuovo Pirona. Vocabolario friulano, pubblicato sotto gli auspici della Società Filologica Friulana G. I. Ascoli, Udine, A. Bosetti Editore e Stampatore, 1935 (2ª edizione con aggiunte e correzioni riordinate da G. Frau, Udine, SFF, 1992). Tra gli scritti di C. si ricordano: Poesie friulane, Prefazione di B. Chiurlo, Udine, Stabilimento tipografico friulano, 1920; Mariute (tre atti), Udine, Libreria Carducci, 1922; Arturo Zardini e i suoi canti friulani, «Rivista della Società filologica friulana», 4 (1923), 39-44; Il zoc (un atto), Udine, SFF, 1931; L’amor vieri (un atto), Udine, Del Bianco, 1932; Il nuovo Pirona, «Ce fastu?», 11/1-2 (1935), 1-5; Le donne e il canto popolare, ibid., 18/1-2 (1942), 5-11; Pietro Zorutti ed Ermes di Colloredo, ibid., 18/3-4 (1942), 81-86; Recensione a Pier Paolo Pasolini. Poesie a Casarsa, ibid., 18/6 (1942), 225-226; Recensione a Stroligùt di cà da l’aga, ibid., 20/3-4 (1944), 188-189; Recensione a Franco De Gironcoli. Vot poesiis, ibid., 189; Poesie friulane, Introduzione di P. S. Leicht, Prefazione di B. Chiurlo, Udine, SFF, 1947; Lis vôs dai miei dîs piardûz: poesie e teatro, a cura di N. CANTARUTTI, Udine, SFF, 1978.

DBF, 159-160; T. PE[TRI], Bibliografia della poesia friulana contemporanea, «Rivista della Società filologica friulana», 3 (1922), 76-78; CHIURLO, Antologia, 437; G. LORENZONI, Ercole Carletti, «Ce fastu?», 22 (1946), 1-9; C. BORTOLOTTI et al. ... leggi, Ercole Carletti: in memoriam, Udine, A. Pellegrini, 1947; Mezzo secolo di cultura, 56-58; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 175-176; G. D’ARONCO, Ritorna dopo tanti anni la poesia di Ercole Carletti, «Ce fastu?», 62 (1986), 308-310; BELARDI - FAGGIN, Poesia, 21-22, 41-42, 523; PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 289-290; G. ELLERO, Pasolini e la filologica. Lotte per l’autonomia e rinascita letteraria, in Ciasarsa, 163-174; N. CANTARUTTI, Il carteggio Carletti-Pasolini (1943-1944), ibid., 199-208; P.P. PASOLINI, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. SITI - S. DE LAUDE, Cronologia a cura di N. Naldini, Milano, Mondadori, 1999.

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