Un anno prima della sua morte R. C. compose l’Oratio ad cives Utinenses habita pridie nonas decembris (1594), che rappresenta l’espressione più alta della sua arte oratoria, in occasione del conferimento della cattedra di lingua greca e latina nella città di Udine. Aveva insegnato in varie scuole di importanti città d’Italia e, nel Veneto, a Venezia e a Vicenza; ritornò nella sua città natale, Tolmezzo, dove nel 1573 venne assunto nella locale scuola con lo stipendio di 130 ducati. Su incarico del consiglio, tenne un’orazione di saluto per l’insediamento del pretore Alvise Giustinian. Il padre Nicolò fu suo primo maestro, insieme con Antonio Michiseo o Michisotto, elegante poeta, che era stato anche precettore di Iacopo Valvasone di Maniago. Nel 1570 compose alcune tavole per l’“inventio” e la “dispositio” oratoria, che furono lodate e consigliate negli ambienti scolastici. Nelle sue orazioni acquistano rilievo una certa nostalgia per i poeti cortigiani e l’inclinazione verso il panegirismo adulatorio, così evidenti ad esempio anche in un poemetto dedicato a Marco Cornaro, luogotenente del Friuli. Vi si legge una “laudatio” di Udine che raggiunge spesso toni enfatici ed iperbolici, ma che ci offre una rara immagine letteraria della città all’epoca. Ne ammira le fortificazioni, il castello, sede del luogotenente della Serenissima, da poco ricostruito dopo il terremoto del 1511: «Quid arce illa, quam vos castrum appellatis, e qua montes ipsos et campestria omnia longe lateque usque ad mare velut e specula quadam clarissima prospicere licet, magnificentius spectari potest?»; apprezza la presenza numerosa di conventi e chiese, il duomo in particolare, per ingraziarsi le autorità religiose: «Quid dicam de tot religiosorum hominum et sacrarum virginum, Deo servientium hymnosque quotidie canentium, sanctissimis collegiis, quae urbem mirabiliter exornant?»; tra gli edifici di prestigio nomina il palazzo del Monte di pietà, istituito per sottrarre i poveri agli usurai e per alleviare la loro miseria, distribuendo ad essi frumento o mais quattro volte all’anno: per la semina, per il natale, per il carnevale, per la Pasqua. Sottolinea l’importanza della ricostruzione della “typographia” per diffondere le opere dei numerosi valenti ingegni della città; del mercato, grazie al quale la città non è solo “metropolis”, ma anche “emporium”; e soprattutto si sofferma sul tribunale con un dotto e accorato panegirico della giustizia. Infine esprime la gioia fiduciosa di poter essere annoverato tra i grandi maestri della città e la speranza di ottenere con questo incarico una fama imperitura.