Nacque in Castello di Porpetto nel 1929, mostrò fin da bambino la sua predisposizione verso il disegno frequentando la casa di Ameglio Paviotti, maestro di disegno che lo avviò al mondo dell’arte prima di morire nella campagna di Russia. Dal 1942 frequentò la scuola media di Palmanova e i corsi domenicali di disegno professionale resistendo alle pressioni familiari, che lo avrebbero voluto inserito nel mondo del lavoro. Nel 1948 si iscrisse al Liceo Artistico di Venezia, dove si diplomò da privatista per l’impossibilità di frequentare regolarmente i corsi e di mantenersi nella città lagunare. Nell’autunno del 1946 incontrò Giuseppe Zigaina, di cui eseguì un ritratto a matita e che frequentò per cinque anni aderendo al Neorealismo. Negli stessi anni frequentò anche lo studio del decoratore Silvio Pavon per apprendere le varie tecniche di pittura murale e nel 1947 eseguì il suo primo affresco nella parrocchiale di Bicinicco, mentre nel 1950 a Palmanova organizzò la sua prima mostra personale. Nel 1952 divenne socio della Famiglia Artisti Cattolici Ellero, di cui fu membro attivo disegnando molte copertine dei Quaderni. Nel 1955 soggiornò a Milano, ma decise di ritornare in Friuli dove fu assunto dall’amministrazione provinciale come disegnatore progettista. Continuò ad esporre presso il Circolo Artistico Friulano (1955, 1956) e nel 1960 sposò l’amatissima Dolores Accaino, con cui ebbe le 4 figlie Donatella, Annamaria, Alessandra, Benedetta, trasferendosi a Udine. L’attività espositiva e pittorica riprese nel 1967 nel segno di una adesione a una particolare interpretazione del Neorealismo, completamente diverso da quello di radice marxista, definito da Damiani pascoliano o realismo religioso poiché «alle tematiche politico sociali dei neorealisti antepose una tensione spirituale…alla rabbia sostituì la riflessione», la ricerca dell’identità friulana nei contadini, impegnati nei lavori dei campi e in rari momenti di riposo, nelle donne assorte nei lavori femminili come stiratrici e cucitrici, nei ragazzi a caccia di rane o di talpe, nei paesaggi dominati da bressane, fornaci e cortili rurali, nelle domestiche nature morte costituite da ferri da stiro, mentre anche le Crocefissioni non esprimono ribellione, ma una quotidianità fatta di sacrificio e di dolore. Negli anni ’60 i dipinti neorealisti rielaborarono gradualmente i nuovi stilemi dell’arte astratta in una maniera personale, come si può notare nella semplificazione formale degli zingari, mentre nella tela Rifiuti (1962) si affaccia per la prima volta l’impatto della società dei consumi nella ruralità. A partire dai tardi anni ’60 la pittura di P. si indirizzò verso le metafore visive: la luna, il nido, l’uccello imprigionato, i volti metà in ombra che originano veri e propri cicli artistici. Come acutamente osserva Damiani le novità astratto informali, arrivate in ritardo in Friuli, furono rielaborate dall’artista in modo personale, piegandole «alle proprie esigenze e al messaggio da comunicare, rendendole, insomma “altre”». Il Nido diventa il simbolo della famiglia, il rifugio; nel ciclo delle Evasioni gli uccelli impigliati che cercano di fuggire dai grovigli di fili ricordano gli analoghi dipinti di Carlo Ciussi, i temi dei Germogli, delle Discariche e delle Industrie evidenziano la fine incipiente del mondo agricolo. Tra il 1973 e il 1976 si colloca il periodo dei volti metà in ombra e metà in luce, che esprimono la tensione verso la Speranza e il Divino. La grande antologica alla galleria Sagittaria di Pordenone (1974) lo confermò tra i più importanti artisti regionali, l’unico a occuparsi con coerenza dell’arte a soggetto religioso. Il suo lavoro sembra figurativo, ma è simbolico, strettamente legato com’è a un sentimento di vita etica, strettamente connesso al suo senso sacro della vita. Il poeta Domenico Zannier ne apprezzò I soffioni, con la loro forma circolare simbolo di vita, mentre Carlo Sgorlon scrisse che la sua pittura si era sviluppata in piena libertà e indipendenza come espressione della religione popolare. Negli anni 2000 dipinse Le case abbandonate, in cui volle raffigurare «la modificazione, o meglio la distruzione, dell’ambiente friulano anche nelle zone rurali». I cartoni per le vetrate del tempio di Cargnacco nel 1969 segnarono l’inizio della sua attività nel settore delle vetrate d’arte e nella decorazione di chiese, dove usò tecniche miste, vetro, legno e mosaico su ampie superfici, un impegno reso possibile dalle sue abilità manuali e dalla sua propensione per il lavoro artigiano con tecniche originali e personali. Eseguì lavori in circa 120 chiese in Friuli e Veneto: alla grande composizione multimediale dedicata alle vittime del terremoto e al grande mosaico della cappella delle Confessioni alla Madonna delle Grazie a Udine (1983), seguirono opere al convento delle suore francescane di Gemona (1985), al santuario di san Antonio in Gemona (1988-1999), alla cappella del Collegio Sacro Cuore (1989) che P. considerava il suo lavoro forse meglio riuscito. Molti sono stati i lavori eseguiti in Veneto: a Conegliano, nel Santuario di Monte Berico, nella chiesa delle suore francescane di Treviso, nella nuova chiesa dell’Immacolata in Zanè dove lavorò all’esterno e all’interno con un grande mosaico polimaterico di 350 metri quadrati, nell’Opera della Providenza San Antonio a Sarmeola (2004-2009), lavoro di cui andava fiero, lamentando che le commissioni arrivassero più numerose dal Veneto che dal Friuli. Il tema della luce, presente nell’opera di P. «come espressione simbolica della Speranza e della Fede», osserva acutamente Marta Mauro, si concretizzò nelle numerose vetrate, i cui bozzetti sono stati esposti nella chiesa di San Antonio Abate (2010). Possiamo ricordare quelle di Santa Maria degli Angeli (1983, 1985) e del Santuario di San Antonio (1987, 1990, 1992) a Gemona, quelle del Convitto del Sacro Cuore di Udine (1990) per la loro lirica interpretazione dell’astrazione, ma richiestissime furono anche quelle a soggetto figurativo. L’artista praticò ogni settore delle arti applicate dai tradizionali gonfaloni alla grafica, tra cui si possono ricordare le litografie commemorative del terremoto, dalla suppellettile religiosa ai paramenti sacri per arrivare ai grandi allestimenti decorativi, specie nel Veneto, preceduti da bozzetti che lui stesso componeva per i committenti. In occasione del suo cinquantennio di attività, gli fu dedicata la grande mostra udinese del 1998, cui seguì quella del 2010. Fu nominato nel 2009 Cavaliere di San Gregorio Magno da papa Benedetto XVI proprio per l’opera artistica svolta per la chiesa. P. continuò a lavorare fino all’ultimo eseguendo i ritratti dei nipoti e dipingendo con vivaci colori gli alberi morti del giardino di casa, che Poz chiamava Rinati grazie all’arte. Dopo aver lottato a lungo in piena consapevolezza contro la malattia, A.P. morì a Risano di Pavia di Udine il 27 marzo 2015.