Poche e vaghe notizie biografiche compongono finora il profilo del S., cosicché risulta difficile esplorare con appigli sicuri una carriera letteraria feconda, variegata e complessa, consumata fra lo scorcio del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Il primo dato proviene da un manoscritto autografo, conservato presso la Biblioteca arcivescovile di Udine, nel quale Bartolini accenna a un sonetto che il S. dedica alla suocera, Vittoria Saracina, madre di Laura. Il medesimo manoscritto contiene versi composti per la giostra svoltasi a Udine nel carnevale del 1583, a parziale integrazione del quadro offerto dal Liruti nel Supplemento alle notizie delle vite de’ letterati del Friuli. Lo studioso suppone che T. sia figlio del nobile udinese Antonio, autore di due epigrammi inclusi nella raccolta In mortem Ioannis Fontisboni (edita nel 1556), e finora nessun dato permette di smentire o confermare l’ipotesi. Ancora Liruti riferisce che il S. è «uno de’ primi istitutori dell’Accademia udinese degli Sventati col nome di Refrigerato», che interviene attivamente nel governo della città e che intrattiene rapporti epistolari con molti letterati friulani e forestieri, tra i quali l’abate Angelo Grillo. Segnala, inoltre, che le sue poesie compaiono «in quant’altre raccolte si fecero al suo tempo», e allega una lunga sequela di opere alla quale si associano ulteriori titoli ricordati più tardi dal Valentinelli. Un semplice sguardo ai frontespizi permette di intuire il carattere delle occasioni: sillogi per nozze (del conte Scipione Collalto nel 1595, di Giulio della Torre e Caterina Marchesi nel 1601) e per eventi luttuosi (la morte di Alfonso Belgrado nel 1593, di Lucina Savorgnana Marchesi nel 1599, di Giorgio Gradenigo, padre del futuro patriarca di Aquileia Agostino, nel 1600); sonetti e lettere dedicatorie per opere di altri autori (per le Rime amorose di Girolamo Giorgia, date alle stampe a Venezia nel 1581; per un inno alla Vergine composto dal Bratteolo nel 1591; per una canzone di Troilo di Savorgnano sulla guerra degli Austriaci contro i Turchi, nel 1593; per un Ragionamento di Flaminio Rossi nel 1594; per Le muse sacre, o scelta di rime spirituali de’ più eccellenti autori d’Italia, pubblicata da Pietro Petracci a Venezia nel 1608); e infine è folta, naturalmente, la serie di contributi nelle raccolte encomiastiche: si ricordano qui almeno quella per il patriarca di Aquileia Francesco Barbaro (1594), per i luogotenenti Niccolò Contarini (1598), Stefano Viaro (1599), Alvise Foscarini (1603), Vincenzo Cappello (allestita nel 1615 a cura del figlio Goffredo S.), per il provveditore alla sanità in Friuli Niccolò Contarini (1602). Il S. stesso è curatore, nel 1594, di un volume di Rime di diversi nobilissimi ingegni furlani composte nella occasione de la nova fortezza di Palma […] e dedicate al provveditore generale delle fortezze Marc’Antonio Barbaro. Quella del S. è dunque una produzione esuberante e copiosa, pienamente conforme con la funzione socializzante di molta letteratura coeva e inserita in un quadro letterario, quello del Cinquecento udinese, che sollecita indagini a tutto campo. Conta, infatti, la rete dei rapporti, ma soprattutto in funzione dell’espandersi del petrarchismo, fenomeno che gli studi friulani non hanno ancora portato completamente alla luce. Sono contenuti in due manoscritti udinesi i saggi letterari più consistenti e più utili ai fini della conoscenza della personalità dell’autore. Il già citato codice della Biblioteca arcivescovile è eloquente per il clima di intrattenimento e per la profusione di complimenti galanti che accompagnano l’evento della giostra del 1583; più in dettaglio, esso ospita alcune stanze e numerosi distici italiani In lode delle gentildonne del Friuli […], alcuni In lode delle soprascritte gentildonne del Friuli in lingua friulana, e infine altri distici italiani di Risposta delle gentildonne in laude d’alcuni gentill’huomini di Udine inviata al signor Federico Savorgnan patricio veneto. Il manoscritto della Biblioteca civica di Udine ha carattere composito e sconcerta per la varietà tematica nascosta sotto il titolo generico di Prose e rime originali di Tommaso Sabbadini udinese; vi sono riportate otto epistole amorose destinate a nobildonne della città (Alla signora Giulia A. Onde nasca negli amanti tanto ardimento), parecchie rime in italiano e una “oratio macharonica”; diciotto prose di indole compilativa su argomenti assai disparati: etnologia (Modo che usavano diversi populi in seppellire i morti) ma soprattutto scienze naturali, con sensibili e curiosi sconfinamenti (Della virtù di alcune pietre; Delle specie di metalli et minerali e come si chiamino dagli alchemisti). Al corpus di cui si è detto si aggiungono, infine, Canzoni friulane originali sec. XVI di un manoscritto goriziano che riunisce alcuni versi adespoti e altri di Giacomo Bratteolo, Cornelio Frangipane, Girolamo Sini e del nostro, qui chiamato Sabatini. A governare la poesia (ma anche le epistole) interviene il registro petrarchistico, con il corollario di temi ricorrenti, stilemi canonici, formule cristallizzate e rigorosi paradigmi: «La signora Helena Popaita. / Sparse del latte onde s’imbianca ’l cielo / Natura ’l vostro bel corporeo velo». I rilievi valgono anche per i versi friulani, con gli opportuni adattamenti del repertorio: «La siore Zenevre Pavone. / Chel mestri chu vus fees dute di lat / vus sglipignà di vin ang in chel trat» [La signora Ginevra Pavona. Quel maestro che vi fece tutta di latte vi spruzzò anche di vino, in quel momento]. Sebbene la serialità trovi giustificazione nella diffusione e nel consumo da parte di una cerchia che esige uniformità di linguaggio, di stile e di immaginario, si comprende che ogni imitazione, anche la meno originale, merita una considerazione non diffidente né riduttiva; essa costituisce infatti la traccia dell’evoluzione degli stereotipi in una fase letteraria che tende alla fissità e alla immobilità, seppure in una ricerca in cui, come nella “variatio” del S., prevale il sapore manieristico.