Nato a Udine il 4 maggio 1842, conseguì la laurea in medicina a Padova. Nel 1866, in qualità di sottotenente medico, partecipò alla campagna per la liberazione del Veneto nel 4° corpo d’armata. Nei primi anni esercitò l’arte medica a Udine, a Porcia, a Fagagna; quindi, dal 1873, a San Daniele del Friuli, dove rimase quasi quarant’anni, fino ai suoi ultimi giorni. Pensatore raffinato e colto, aderente alla massoneria, ebbe il culto della scienza, della patria, della famiglia. Fu aperto convincimento dei contemporanei che, con la sua morte, fosse venuto meno uno dei medici più illustri fra coloro che onorarono l’età delle lotte per la libertà della patria, oltre che un liberale di antico stampo, degnissimo erede della gloriosa tradizione medica, patriottica e civile locale. Fin dai primi mesi della sua opera a San Daniele seppe accattivarsi stima e considerazione per i suoi meriti di sanitario valente e di ottimo cittadino, per cui venne ben presto nominato presidente della Commissione sanitaria comunale (1874). Vero creatore in campo sanitario, e ricco di umanità nonostante il carattere burbero, si dedicò anima e corpo allo storico ospedale civile (ospedale di S. Antonio Abate dal 1882), di cui fu direttore: trovatolo in stato deplorevole, lo rese fra i migliori della provincia (ma non solo della provincia) e sviluppando mirabilmente – in modo particolare durante la collaborazione col dottor Ettore Sachs, a stretto cavallo del Novecento – i reparti medico e chirurgico. Ma V. fu soprattutto il fondatore del manicomio, nel quale precorse i tempi con il trattamento libero e coloniale degli alienati. Cesare Lombroso, all’apice della fama, disse di lui: «Quell’uomo ha fondato un ospedale ed io darei tutti i miei libri, tutto quello che posseggo, per avere avuto la gloria di averlo fondato». Nel 1874 si aprì, come sezione staccata del manicomio di Udine, l’esercizio del reparto psichiatrico, da tutti considerato all’avanguardia. Fra alti e bassi, ma con indubbia incidenza storica e sanitaria, V. iniziò a sperimentare la concessione della libertà ai ricoverati, messi in condizione di lavorare e di produrre, oltre che di partecipare a varie attività di svago interne ed esterne (potevano, ad esempio, intervenire a feste patriottiche come quella, all’epoca importantissima, del 20 settembre), il tutto nell’ambito di una custodia di tipo familiare, col fine di avvalersi di un mezzo efficace di trattamento del malato di mente e sensibilizzando, nel contempo, la coscienza pubblica, rassicurandola che l’alienato non è un essere fatalmente violento e antisociale, da condannare all’inerzia. Nonostante gli ostacoli derivanti sia dagli alienati più gravi (ve n’erano anche di incapaci, o di criminali) sia, soprattutto, da impedimenti organizzativi e di gestione (inizialmente i ricoverati erano solo quattordici, ma nel 1907 si registrò la presenza di ben 330 pazienti, il cui numero aumentò sensibilmente negli anni successivi), l’istituto si ampliò progressivamente, anche col contributo dei malati stessi, aggiungendo ai locali già esistenti corpi quali la stalla, il fienile, la lavanderia, il reparto per i ricoverati facoltosi o per quelli d’oltre confine, e organizzando al meglio ambienti come la cucina o il macello interno. Sempre negli anni a ridosso dei due secoli, il medico fu anche istitutore e direttore della cucina economica (volta a razionalizzare la beneficenza), di due locande sanitarie (per i poveri pellagrosi) e dei bagni curativi, coinvolgendo nelle iniziative non solo enti e istituzioni, ma anche la popolazione. Rimasero impresse nella memoria locale le incessanti cure di V. per chiunque, ma soprattutto per i pellagrosi. Si distinse altresì in diverse cariche civili, quali le presidenze del Monte di pietà, della Congregazione di carità e della Banca cooperativa, e nel 1902 fu insignito della croce di cavaliere della Corona d’Italia; in quello stesso anno ricevette un secondo, importante riconoscimento dalla cittadinanza (il primo, nel 1899, gli era stato conferito per i venticinque anni di servizio). Convinti che le virtù di V. – al quale, fra l’altro, è intitolata una via della città che lo adottò – si dovevano perpetuare di generazione in generazione, in occasione della morte (16 dicembre 1912) i sandanielesi vollero erigere nell’atrio primitivo dell’ospedale una lapide in bassorilievo che recita: «A Giacomo Vidoni / che questo istituto resse / e vivificò del suo illuminato fervore / con riordinamenti / e con la cura libera scuotendo / da gl’inerti torpori i ricoverati / ora sotto l’aperto cielo operosi». I funerali pubblici furono un’imponente testimonianza della «gratitudine e venerazione» di cui godette presso i cittadini di San Daniele. Un omaggio analogo gli fu reso anche dalla Società reduci patrie battaglie, di cui faceva orgogliosamente parte. Uno dei suoi quattro figli, Giuseppe (1884-1951), compì una rapida e brillante carriera, divenendo professore di psichiatria a Genova e direttore dell’ospedale psichiatrico provinciale, oltre che direttore provinciale di igiene sociale.