BELLINA PIETRANTONIO (ANTONIO)

BELLINA PIETRANTONIO (ANTONIO) (1941 - 2007)

ecclesiastico, scrittore

Immagine del soggetto

Antonio Bellina con i genitori.

Immagine del soggetto

Antonio Bellina durante un'omelia.

Nacque a Venzone (Udine) l’11 febbraio 1941, figlio terzogenito di Francesco (1908-1973) e della carnica Elena Zuliani (1912-2002). Entrato nel Seminario minore di Castellerio, proseguì poi gli studi nel Seminario maggiore di Udine, nella cui metropolitana venne ordinato prete il 29 giugno 1965. Di questi suoi primi anni di formazione egli stesso fornì una biografia, licenziando per la stampa, nel 1999, il volume La fabriche dai predis [La fabbrica dei preti], libro che, immediatamente ritirato dal commercio, su istanza della curia arcivescovile, per motivi di “opportunità” ecclesiale, conosce tuttavia ampia circolazione privata. Ne emerge il dolente ritratto, vergato con ironica franchezza, di un ragazzo molto povero, che l’istituzione seminariale contribuisce a disprezzare ed umiliare, pur non riuscendone né a piegare la fierezza del temperamento né a conformare la vivacità dell’intelligenza, poiché in lui rimane intransigente l’opposizione all’opera di disumanizzazione perseguita per forgiare l’identità del futuro chierico. Durante le sue prime esperienze pastorali, a Codroipo come cappellano (1965-1968) e poi, soprattutto, come pievano a Valle-Rivalpo e a Trelli in Val d’Incaroio (1968-1982), si affiancò al gruppo ecclesiale Cjargnei cence dius [Carnici senza idoli], animato dal carisma di don Francesco Placereani, pre Checo, che egli avrebbe considerato sempre come suo «mestri e ispiradôr» [maestro e ispiratore] e al quale avrebbe dedicato, nel 1997, una importante biografia. ... leggi A questo magistero si debbono indubbiamente talune scelte radicali del giovane B., fra le quali l’opzione privilegiata per l’uso della lingua friulana come indicatore della peculiarità, nazionale non meno che ecclesiale, del Friuli; di qui, la grande attenzione ai temi dell’inculturazione della fede nella storia e l’individuazione del vetusto patriarcato di Aquileia quale cifra simbolica di un’identità ecclesiale “altra” rispetto a quella romana. Trasferito, per motivi di salute, alla parrocchia di Basagliapenta (“Visepente”), intensificò la sua produzione letteraria, divenendo un punto di riferimento nel gruppo di Glesie Furlane [Chiesa Friulana], che rappresenta uno degli interpreti più acuti e combattivi delle problematiche suscitate dalla ormai sempre più remota stagione conciliare. Assunse, nel 1978, la direzione de «La Patrie dal Friûl» [La Patria del Friuli], il giornale fondato nel 1946 da don Giuseppe Marchetti e dal dott. Felix Marchi, rinvigorendo così una delle più autorevoli e vigili scolte della “questione friulana”. Per quanto i suoi rapporti con le istituzioni ecclesiastiche siano stati sovente problematici, quando non decisamente conflittuali (ricostruiti in Apologje [Apologia], la cui stesura è del 1993, ma tuttora inedita), gli venne affidata sul settimanale diocesano «La Vita Cattolica» la rubrica «Cirint lis olmis di Diu» [Cercando le impronte di Dio], scritti che sarebbero stati poi raccolti in alcuni volumetti da Glesie Furlane, che ha iniziato la pubblicazione degli Opera omnia dell’Autore. Il fuoco prospettico alla cui luce è possibile considerare la vasta produzione letteraria di B. è acceso dalla sua vocazione sacerdotale: pur se ostacolato dall’indigenza economica della famiglia, pur se contrastato dalla pressoché generale sfiducia dei superiori (va però ricordata l’eccezione di mons. Giuseppe Perissutti, allora padre spirituale in seminario, cui B. dedicò, a vent’anni dalla morte, un affettuoso ricordo edito nel 1989), egli intese risolutamente farsi prete e, tra i suoi scritti, significativa è la riflessione su questo “ordo” che il vento conciliare stava, al pari di molti altri aspetti, in quegli anni scompaginando. Meritano essere ricordati due medaglioni biografici, l’uno – Siôr Santul (titolo affettuosamente riservato ai pievani) – dedicato nel 1976 a don Luigi Zuliani, parroco per mezzo secolo a Cercivento, morto fra il generale compianto dell’intera Carnia; l’altro – Pre Pitin [don Pittino] – dedicato nel 1991 a don Aristico Pittino, cappellano “indisciplinato” di Codroipo. Ne emergono due figure a tutto tondo, ricche di un’umanità non esente da difetti, il cui carisma principale sta nell’immediatezza e nella sincerità del rapporto con le loro comunità, che generosamente li ricambiano. Questo “modello” sacerdotale era già stato proposto, in trasparente opposizione a quello seminariale, in una lunga lettera indirizzata, al momento della sua ordinazione, a don Pier Luigi Di Piazza: Fasiti predi e rangjiti [Fatti prete e arrangiati], edito nel 1975, nel suo brusco titolo bene sintetizza il ritratto del prete che, dopo aver subito un’educazione astratta e disumanizzante, deve saper recuperare nell’attività pastorale il suo volto di uomo che, attraverso il servizio ai fratelli, può sperare nella misericordia di Dio. Incessante, per altro, è l’attenzione che B. dedicò, direttamente o quale ispiratore di Glesie Furlane, alla situazione del clero che conobbe, anche in Friuli, a fianco di una drastica riduzione numerica (e al connesso invecchiamento), una profonda crisi d’identità, ben evidenziata, nel 1994, nella Letare a un plevan scuintiât [Lettera a un pievano abbacchiato]. Protagonista vivace delle assemblee dei sacerdoti (i cui Atti vennero pubblicati nel 1975, 1977, 1978), egli contribuì, anche attraverso un fitto contatto epistolare reso pubblico da Glesie Furlane, alla delineazione di una pastorale che tendesse a una sempre più incisiva “incarnazione” nel contesto, per altro in tumultuosa trasformazione, della realtà sociale friulana, con una netta e decisa apertura al ruolo del laicato. Vennero prodotti numerosi documenti, frutto dell’impegno pastorale della stessa Glesie Furlane, tra i quali vanno almeno ricordati Puedie nassi une gnove sornade pe Glesie? [Può sorgere un nuovo giorno per la Chiesa?] e La pastorâl dai paîs piçui [La pastorale dei piccoli paesi], editi entrambi nel 1988: si tratta di un’impostazione vigorosa e schietta delle problematiche del ruolo del prete, impostazione che, rifuggendo dagli schematismi curiali (la cui maggior preoccupazione era quella di “tappare i buchi” sempre più numerosi tra le fila del clero), pare delineare una struttura “carismatica” delle comunità cristiane, all’interno delle quali ogni credente è in grado di concorrere, pur nella distinzione delle funzioni, all’“aedificatio ecclesiae”. Ripercorrendo la tumultuosa produzione letteraria di B., emerge con grande evidenza che, all’interno della sua chiesa, il carisma di cui egli si sentiva investito è quello della profezia, al quale tenta invano, come Giona, di sottrarsi: «Ce tantis voltis – scrive in Apologje – che o ài sintût dentri di me la voe di fermâmi, di fâle finide cu lis cuistions, di tasê… Ma ogni volte, cul cûr insanganât, o soi lât indenant. Parceche une vôs mi sburtave a fevelâ, a intervegnî, a sclarî. Come une condane a fâ une vore plui grande di me, par int plui buine di me» [Quante volte ho sentito dentro di me il desiderio di fermarmi, di farla finita con le polemiche, di tacere. Ma ogni volta, con il cuore insanguinato, sono andato avanti. Perché una voce mi spingeva a parlare, a intervenire, a chiarire. Come una condanna a compiere un’opera più grande di me, per gente più buona di me]. Questa evocazione, da ritenersi irriflessiva, del profeta biblico aiuta certo a trovare il principio ispiratore dell’agire di B., che esplicitamente si richiamava anche al magistero spirituale di don Lorenzo Milani, cui, nel 1995, avrebbe dedicato – in un trittico nel quale sono raffigurati anche Oscar Wilde (La moralitât di un inmorâl [La moralità di un immorale]) e Pier Paolo Pasolini (Om contraditori e segnâl di contradizion [Uomo contraddittorio e segnale di contraddizione]) – un profilo di straordinario respiro: nel Predi in scuele e mestri in glesie [Prete nella scuola e maestro nella chiesa] che aprì la Trilogjie Tormentade [Trilogia Tormentata]. B. ritrovava, a quasi trent’anni dalla morte del priore di Barbiana (1967), il modello a cui comunque aveva già conformato la propria esistenza, soprattutto nella breve ma intensa esperienza che lo vide insegnante unico per tutti i bambini di Valle-Rivalpo, impossibilitati a raggiungere la scuola elementare del capoluogo. Del resto, affettuosa attenzione egli manifestò sempre nei confronti dell’infanzia, cui dedicò, tra l’altro, la traduzione in friulano delle favole di Fedro (1974) e di Esopo (1978). Il compito più arduo cui B. si accinse, per oltre un decennio, fu certamente la traduzione in friulano della Bibbia. Progettato nel 1970 da don Francesco Placereani, il lavoro di traduzione, con la collaborazione di don Pietro Londero, era proceduto con grande lentezza e numerose interruzioni, senza che, peraltro, si fosse stabilita una reale collaborazione tra i due coautori; nel 1976, in pieno terremoto, B. chiese ed ottenne di essere associato all’impresa, cui don Placereani esplicitamente affidava il ruolo che, negli anni Venti del XVI secolo, aveva svolto la traduzione in tedesco di Martin Lutero. La lunga malattia di pre Checo, che lo avrebbe portato a morte il 18 novembre 1986, lasciò sostanzialmente nelle mani di B. la realizzazione definitiva del progetto, che si concluse l’anno successivo. Dismessa ogni velleità di una traduzione diretta dai testi originali (ebraico, aramaico e greco), B. si confrontò piuttosto con le migliori versioni disponibili nelle lingue europee e, sorretto dalla consulenza di illustri biblisti, pervenne a un risultato d’indubbia qualità letteraria, dando eminente prova di quanto duttile potesse diventare l’utilizzo della lingua friulana che, se nella sua lunga storia letteraria conserva un cospicuo patrimonio di tradizioni religiose (preghiere e canti sopra tutto) e rapsodiche traduzioni bibliche, mancava fino ad allora di una sua “volgare” traduzione complessiva, lacuna questa resa ancora più grave dal rinnovato fervore biblico della stagione conciliare. B. si dichiarò sempre fiero di questa laboriosa realizzazione anche se, lucidamente, aveva chiara coscienza che, se la Bibbia in tedesco di Lutero aveva creato una “nazione”, quella sua in friulano avrebbe potuto certo testimoniare la nobiltà di quella lingua, spesso degradata a vernacolare domestico, ma difficilmente avrebbe potuto esercitare un ruolo analogo a quell’illustre precedente dell’evo moderno, e ciò per tre ragioni: la prima dipendeva dal sempre più sistematico prevalere, anche in Friuli, della lingua italiana, favorito indubbiamente dalla pervasività di tutti i mezzi di comunicazione; la seconda era connessa a una sostanziale assenza dell’insegnamento della lingua friulana nelle scuole, per quanto, in anni molto recenti, qualcosa, con fatica e contraddizioni, si stia comunque modificando; la terza, e forse per il Nostro la più dolorosa, concerneva la progressiva emarginazione, nella “città secolare”, del discorso religioso, il cui affievolimento non può non coinvolgere anche la “fortuna” della Bibbia. Esaminato singolarmente, nessuno degli ambiti dell’attività di B. può dare ragione della poliedrica complessità della sua produzione, poiché essa riflette complessivamente il suo “esserci nel mondo”, senza soluzione di continuità tra sacro e profano o privato e pubblico: la frastagliata polisemia dei generi letterari utilizzati, che producono un corpus facilmente assimilabile a quello di un imponente zibaldone, testimonia la spiritualità della sua vita interiore e l’intensità del suo impegno culturale, che concorrono solidarmente a tracciare la sindone di un percorso umano di straordinaria profondità. In questa prospettiva, illuminanti risultano le pagine del diario di due viaggi, l’uno in Terra Santa (1995), l’altro a San Giacomo di Compostella (1996): lungo venerandi itinerari del pellegrinaggio cristiano, l’Autore riflette, come un prisma, pensieri, problemi, inquietudini, sofferenze della vita contemporanea, cercando di sottrarsi all’angosciosa percezione del fallimento e dell’inanità (si veda: Un cîl cence stelis [Un cielo senza stelle], 2004). B., dopo lunga e sofferta malattia, morì a Basagliapenta il 23 aprile 2007.

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Bibliografia

Non è attualmente possibile fornire neppure un elenco bibliografico delle opere di A. Bellina: si tratta di un’imponente produzione in parte ancora inedita, in parte edita soltanto a ciclostile, in parte edita a stampa in diverse edizioni, senza contare i contributi giornalistici e le registrazioni d’interventi radiofonici e televisivi. Per un primo orientamento, si veda il sito di Glesie Furlane, cui si deve, del tutto recentemente, la meritoria iniziativa dell’insediamento di una commissione scientifica per l’edizione degli Opera omnia.

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