CAVALCANTI GIOVANNI

CAVALCANTI GIOVANNI

giurista, vicario patriarcale

Dottore in diritto civile, aveva studiato probabilmente a Roma. Era figlio di Francesco da Firenze e di Lucia, ancora viva nel 1405, per i quali era stato steso il contratto dotale nel 1351. La famiglia, pur mantenendo contatti con la città di origine, dalla prima metà del Trecento aveva posto radici in Friuli. Nella numerosa figliolanza che contava due figlie e quattro figli, oltre a lui, assunsero un ruolo particolare nella Patria del Friuli Tommaso, domenicano, abate di Moggio dal 1403 al 1431 con un’interruzione al tempo di Alessandro V, Rainerio notaio e nel 1396 cancelliere della comunità di Udine, e Antonio, politico e uomo d’affari, che fu l’ultimo custode della moneta aquileiese sotto il patriarca Ludovico di Teck. Il C. assunse il primo incarico di prestigio nel 1396 quando contribuì alla riforma della legislazione daziaria di Udine. Il 21 aprile dell’anno successivo egli metteva piede nel parlamento della Patria rappresentando la comunità di Udine. La nomina a “vicario in temporalibus” del neopatriarca Antonio Caetani spiega la sua sospensione dalla rappresentanza in parlamento fino al 1405. Ma nel frattempo, sostituito nella sua funzione da Andrea Monticoli, egli poté impegnarsi nel consiglio della città di Udine, dove venne eletto nel settembre del 1398. Dapprima non si espose con interventi importanti. Il 21 aprile 1400 tuttavia fu di nuovo incaricato di riformare alcuni statuti con il giurisperito Andrea Monticoli, con il notaio Tealdi e con il protocancelliere Brunacci, statuti forse approvati – almeno quelli relativi alle liti – alla fine del mese. ... leggi L’esperienza si sarebbe ripetuta nel 1415, quando insieme con Ettore Miulitti il C. avrebbe composto lo statuto Quod nulla mulier seu domicella suo iure existens extra terram Utini maritetur. Nella tornata del 29 settembre 1400 veniva nominato deputato “super pace”. L’anno successivo era tra i tre “calculatores rationum” e subito dopo primo dei sette deputati. Tra le mozioni presentate per l’amministrazione della città s’inserivano anche preoccupazioni familiari di carattere economico, che egli cercava di risolvere nel consiglio con l’autorità della sua carica. Con la nomina del fratello Tommaso ad abate commendatario di Moggio, le questioni familiari coinvolsero maggiormente il C., che nel dicembre 1403 con il fratello Rainerio protestava contro le “enormità” del capitano di Belgrado spadroneggiante sulla villa di Biauzzo di giurisdizione dell’abbazia di Moggio. Il 3 ottobre 1404, il giorno seguente alla sua ricomparsa in parlamento dopo due anni, egli fu di nuovo eletto uno, anzi il primo, dei sette deputati del consiglio della comunità udinese. L’impegno civile lo prese totalmente per quell’anno. La potenza di Tristano Savorgnan era così assodata in quel periodo ed egli ne avvertiva talmente l’autorità, che in assenza del signore, pur essendo scaduti i termini, esortava gli Udinesi a non procedere all’elezione dei nuovi deputati. Nella tornata successiva il C. fu deputato “super pace” e poi di nuovo “ad regimen”. Non era evidentemente sgradito al Savorgnan. La capacità di mediazione se non di asservimento al Savorgnan è ulteriormente confermata dall’incarico che egli ricevette il 21 aprile 1410 di accordarsi con lui sul modo di scrivere a Mattia di donna Florida Goriaz per chiedergli la restituzione dei manoscritti sottratti all’abbazia di Moggio dal signore di Trochinberg. È significativo il fatto che, rallentata l’attività in città, riprendesse con vigore quella nel parlamento della Patria. Erano gli anni torbidi nei quali si misuravano in quell’ambito giuristi quali Pietro Marchesini, Giovanni Moisi, Andrea Monticoli, Alvise Cignotti , Pantaleone Bredi e Filippo Fontanelli, tutti fortemente impegnati almeno a sopravvivere, quando non a emergere. Con il Cignotti in particolare egli si trovò in consonanza sotto l’aspetto politico durante l’occupazione del Friuli da parte di Sigismondo. Le truppe ungheresi alla fine del marzo 1412 vennero in aiuto agli Udinesi del partito antisavorgnano per liberarli da Tristano che si era introdotto in città (dove già i Cavalcanti tra gli altri erano pericolosamente additati come suoi oppositori) e, per soprassedere al saccheggio, chiesero l’enorme somma di dodicimila ducati oltre al grano e al vino. Il fatto sembra essere stato decisivo per portare allo scoperto i fautori del partito imperiale. Allorché il Friuli passò sotto il dominio di Sigismondo e il parlamento fu convocato dal suo luogotenente Paolo Glovicer, il C. fu scelto come uno dei tre rappresentanti della città di Udine. Ne conseguiva pertanto che il dottore ormai palesemente da questa parte accettasse come naturale la nomina imperiale del patriarca Ludovico di Teck. Alla cerimonia solenne d’investitura il 12 luglio 1412 nel duomo di Cividale i Cavalcanti erano schierati tra i testimoni della Patria, come cittadini borghesi scelti. L’opera del C. fu di nuovo richiesta dalla comunità udinese il 30 ottobre dell’anno successivo, quando egli insieme con Nicolò d’Attimis fu mandato a Venezia per chiedere – inutilmente – un’attenuazione dei danni che il Savorgnan continuava imperterrito a provocare nella Patria con l’appoggio indiretto della Repubblica Veneta, nonostante la tregua stabilita nell’aprile precedente. Per un paio d’anni, dal maggio del 1412 all’aprile del 1414, il C. non partecipò molte volte alle sedute del parlamento, ma non mancò a quella del 28 aprile del 1414, nella quale lui, il Monticoli e il Cignotti a nome della città di Udine chiesero il risarcimento dei danni provocati dal Savorgnan. Durante il 1415 invece la sua presenza fu particolarmente frequente (diciotto volte). Nel luglio con Macora di Filippussio fu incaricato di accompagnare il patriarca a Villaco all’incontro con i conti di Cilli, Ortenburg e Gorizia. Da parte del parlamento alla fine dello stesso mese gli venne richiesto di esaminare la vertenza circa i diritti sul traghetto dell’Isonzo presso Fogliano fra Giusto di Prampero e Giacomino di Strassoldo e di emettere sentenza, che fu favorevole al primo e indusse lo Strassoldo a ricorrere al concilio di Costanza. In ottobre il C. sostenne la posizione di Udine che voleva rimanere fedele all’imperatore. Un importante successivo suo intervento di rilievo nella vita politica della Patria del Friuli avvenne dopo il drammatico sacco di Aquileia, quando egli con altri tre ambasciatori fu inviato a Venezia per cercare di trattare la pace e alla fine della guerra nel marzo del 1419 ancora colà per lo stesso motivo. A conclusione del conflitto, con l’avvento della Repubblica Veneta, pur non rinunciando alla professione, con coerenza il C. non comparve più in prima linea. Soltanto nel 1425 lui e Nicolò Filittini furono pregati di ottenere un appoggio da parte del capitolo di Aquileia in vista di un’ambasceria a Venezia per richieste e pretese dei castellani friulani circa la servitù di masnada. Per il resto egli si occupò di arbitrati, fu giudice, ma anche testimone a processi del luogotenente e gestì i propri affari. Era ancora vivo il 27 luglio 1433, quando fu testimone a un matrimonio in Mercatonuovo; ma il 19 novembre 1434 suo figlio Giovanni veniva richiesto di restituire una marca e mezza di denari che suo padre defunto aveva ricevuto in prestito dal defunto speziale Rigo e che la vedova di costui reclamava.

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Bibliografia

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