DE PAOLI LUIGI

DE PAOLI LUIGI (1857 - 1947)

scultore

Immagine del soggetto

Lo scultore Luigi De Paoli (Spilimbergo, Archivio Furlan).

Nato nel 1857 a Cordenons (Pordenone) da Giacomo e da Lucia Cardin, nel 1871, quattordicenne appena, entrò nella bottega di uno scalpellino a Vittorio Veneto, frequentando nel contempo la locale Scuola di disegno. Passò in seguito alla Scuola di arti e mestieri di Trieste, per iscriversi infine all’Accademia di Venezia, dove ebbe come maestri il pittore Pompeo Molmenti e lo scultore Antonio Dal Zotto e dove si diplomò nel 1877. A Venezia ebbe anche modo di frequentare lo studio di Valentino Panciera, detto Besarel, di cui divenne poi amico. La politezza accademica delle sculture di Antonio Dal Zotto e la maniera cordiale e domestica di quelle del Besarel, per lo più prive di slanci emotivi e tutte giocate sulla ripresa della tradizione, avrebbero avuto un peso determinante nella evoluzione della poetica dell’artista. Nel 1877 D. P. diede inizio alla sua attività scultorea; nel 1883 era presente alla grande Esposizione provinciale di Udine, con un gruppo di opere il cui solo elenco dà l’idea delle incertezze degli esordi: Costume olandese dipinto ad olio sopra un piatto; Testa da bambino in marmo; Cornice in terra cotta dorata; Testa di donna in marmo; Sior Todaro Brontolon, grande studio in gesso bronzato. Partecipò all’Esposizione di Torino del 1884, dove era stato inviato quale aiuto per l’allestimento della mostra del suo maestro Besarel, con un Busto di donna; di seguito, all’Esposizione di Milano del 1886, con il bassorilievo Luna di miele, conosciuto anche come Venere e Amore, che avrebbe ripetuto in seguito più volte, in gesso, marmo e bronzo. Una replica in gesso, risalente al 1914, è conservata anche presso i Civici musei di Udine: è un tondo arioso e luminoso, con delicati passaggi chiaroscurali, in cui le figure dei due amanti pervase da amorosi sensi emergono dal piano di fondo con ritmo armonioso tra uno svolazzare di panni cui si contrappone la linea curva della luna. ... leggi Il 1890 segnò forse l’apice della sua carriera, dal momento che all’Esposizione di Palermo presentò una statua in gesso raffigurante La caduta di Icaro che riscosse grande successo, fece vincere all’autore la medaglia d’oro e nel 1892 venne inviata a rappresentare la scultura italiana all’Esposizione mondiale di Chicago, dove ottenne il Gran premio. Una copia in bronzo dell’opera, fusa nel 1926 presso la Fonderia di campane Francesco Broili, si conserva oggi nel Museo civico d’arte di Pordenone e mostra a sufficienza le qualità dell’artista, capace di imprimere ritmo e dinamismo al tragico evento. Lo scultore sembra rifarsi alle esperienze ed alla statuaria di Giulio Monteverde, alla libertà espressiva del quale sembra attingere, senza però raggiungere quella profonda attenzione ai dati psicologici ed emozionali che spesso si rinviene nello scultore ligure. Insieme con l’Icaro partente (conservato nel Kensington Palace di Londra) e con l’Icaro portato dalle onde della Galleria d’arte moderna di Udine, l’opera fa parte di una trilogia sul mitico personaggio ed evidenzia la capacità dello scultore di rendere con naturalezza le forme. Straordinaria è la scultura in gesso patinato, donata dallo stesso autore al Museo udinese e raffigurante Icaro portato dalle onde sulla riva del mare: opera chiaramente mutuata, fin nell’impaginazione, dall’Abele morente eseguito dal giovane Giovanni Dupré nel 1842 che tante polemiche suscitò a suo tempo. L’ultimo decennio dell’Ottocento vide il nostro artista passare da Venezia a Roma e trasferirsi infine, intorno al 1895, a Pordenone. Ottenne un premio al Salon de Paris del 1893; fu presente alla Rassegna d’arte di Londra nel 1899; soggiornò poi, per un paio di anni, a Monaco di Baviera, dove vinse un concorso per un gruppo statuario a carattere decorativo. Nel 1903 espose alcune sue opere alla grande Esposizione regionale di Udine: una statua in marmo, Il pensiero, un busto in gesso raffigurante suo padre ed un gruppo scultoreo intitolato Gioventù che scherza con la morte, particolarmente ammirato dal re e dalla regina d’Italia in visita alla mostra. A partire dal 1893 D. P. si cimentò con la scultura cimiteriale: la sua prima opera in proposito fu il monumento alla defunta contessa Carolina di Porcia, cui seguirono, nel 1894, un medaglione marmoreo raffigurante la marchesa Alda Gherardini, per la cappella gentilizia della villa di famiglia a Reggio Emilia, e la tomba di Giorgio Aghina nel cimitero di Udine. Negli anni seguenti, numerosissime furono ancora le opere destinate a vari cimiteri del Friuli (Casarsa, Castel d’Aviano, Cordenons, Porcia, Pordenone, Portogruaro, Sacile, Udine, Zoppola), ma anche a quelli di Genova, Lugano, Mandello Lario. Una produzione imponente, ma non sempre di alta qualità, condizionata dalle richieste dei committenti; lavori per lo più stereotipi, spesso seriali (figure che si ripetono a Pordenone e Portogruaro), invenzioni prese a prestito da artisti lontani (ad esempio, dalla figura sulla tomba Poggi, eseguita da Emanuele Giacobbe per il cimitero di Staglieno a Genova nel 1873, deriva l’immagine di una giovane donna con croce collocata sulle tombe Cossetti a Pordenone, Granzotto a Sacile e Buora a Portogruaro). Talvolta, comunque, si assiste ad eccellenti invenzioni, come nella tomba Marioni del cimitero di Udine, talaltra ad eleganza di forme (tomba Masotti Venerio, 1910), altre volte ancora a momenti descrittivi variamente risolti (Portogruaro, tomba Maronese, con Resurrezione e figlia di Giairo; Udine, tomba De Puppi 1912, e Casarsa, tomba Roberto Canciani, con bassorilievo riproducente l’assalto sulle Dolomiti del tenente Canciani contro un reparto nemico). Anche le opere di soggetto sacro sono numerose, ma diverse per risultato: tra le più ispirate, i gruppi scultorei inseriti negli altari della chiesa parrocchiale di San Marco in Friuli (Mereto di Tomba), ideati nel 1902 dal giovane Raimondo D’Aronco, o il bassorilievo con Il Battesimo di Cristo nella lunetta del portale della parrocchiale di S. Giovanni di Casarsa che, oltre a tutto, testimonia di una collaborazione con l’architetto Domenico Rupolo che ebbe modo di esprimersi anche in altre occasioni. Non mancano, nella produzione di D. P., monumenti dedicati ai caduti della grande guerra (a Cordenons, Maron di Brugnera) o a illustri personaggi (a Giuseppe Ellero, Paolo Sarpi), ma sono lavori per lo più scarsamente ispirati. Nell’ultima fase della sua vita si dedicò alla medaglistica e soprattutto alla pittura, anche con ottimi risultati, come mostra un suo autoritratto di collezione privata: questa sua attività, ancor oggi pressoché sconosciuta, così come quella di “cronista” o “critico d’arte”, permette di completare la conoscenza della personalità dell’artista, che morì, novantenne, a Pordenone il 17 luglio 1947.

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Bibliografia

DAMIANI, Arte del Novecento I, 54-56; C. DONAZZOLO CRISTANTE, De Paoli, Luigi, in DBI, 39 (1991), 12-13; ALOISI, Vita e opere, 113-114; F. METZ, Luigi De Paoli (1857-1947): una gloria di Cordenons, «La nostra comunità», Bollettino della parrocchia di S. Maria di Cordenons, dicembre 1994, 2-3; G. BERGAMINI, De Paoli Luigi, in SAUR, 26 (2000), 208; Mille protagonisti, 168-169; L. DAMIANI, L’opera di Luigi De Paoli e la scultura italiana fra i secoli XIX e XX, «Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone», 4-6 (2002-2004), 737-776 (con ampia bibliografia); Tra Venezia e Vienna, 221-231; G. BERGAMINI, Luigi De Paoli scultore, in Ado Furlan nella scultura italiana del Novecento. Atti del convegno di studio (Pordenone, 2-4 dicembre 2004), a cura di F. FERGONZI - C. FURLAN, Udine, Forum, 2005, 32-58; Luigi De Paoli e gli altri. La scultura a Zoppola 1880-1960, a cura di S. ALOISI, «Quaderni zoppolani d’arte», 5 (2007).

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