GIOVANNI DI EGIDIO DA AQUILEIA

GIOVANNI DI EGIDIO DA AQUILEIA

ecclesiastico, medico

Figlio del medico cremonese Egidio, G. da chierico nel 1307 si trovava a Padova quale familiare del vescovo di quella città. Nei documenti relativi a tale esperienza viene sempre sottolineata la provenienza sia di lui sia del padre, che forse era uno dei tanti padani giunti nel patriarcato al seguito di Raimondo della Torre. La presenza di G. nella curia padovana s’intensificò a partire dall’ottobre 1310 finché il 10 aprile 1311 egli era definito “medico”, avendo quindi ottenuto l’abilitazione alla professione. Nel gruppo di persone raccolte insieme con lui si rileva il nome del canonico aquileiese Manino e in una circostanza anche quello del celebre Mondino cividalese, che G. avrebbe potuto incontrare qualche anno più tardi a Cividale. Vescovo di Padova era allora Pagano della Torre, dal quale egli il 20 settembre 1312, ormai suo cappellano e commensale, ricevette la collazione del beneficio di Vigodarzere. Ben presto tuttavia il medico si allontanò da Padova, perché il 10 marzo 1316 veniva segnalato per la prima volta nella sua casa di Aquileia, quando si citava il nome del padre come defunto ed egli prestava una piccola somma a due nipoti di Chioggia. È probabile che si fosse trasferito per raccogliere la sua eredità. La sua attività rimane per qualche tempo oscura nelle fonti documentarie, che, pur registrando la morte di tre sue mogli pressoché in un decennio (Caterina perduta nel 1322, Bartolomea nel 1328 e Gardeloia nel 1332) e l’esistenza di almeno quattro figli (il canonico cividalese Odorico, Giovanni, Martino e Fiore), concentrano invece l’attenzione sui suoi investimenti e sulla sua attività politica, piuttosto che sulla sua attività professionale, che pure dovette essere la molla per la quale è ricordato in particolare nella storia di Cividale. ... leggi Il personaggio, rientrato nel patriarcato con l’alone del prestigio derivante dagli studi compiuti e dalla posizione di “familiaris” di un vescovo che nel 1319 divenne patriarca di Aquileia, di certo s’inserì facilmente nella società aquileiese del tempo. Si dedicò con accortezza ai propri affari, come dimostrano gl’investimenti nell’acquisto della muta di Aquileia in diverse tornate: nel 1326 con Bertolino da Urbino; nel 1338 con Azzolino Viviani della compagnia dei Bardi nonché con Bonetto da Firenze ed Ettore Savorgnan; nel 1340 con il solo Bonetto. Dapprima in epoca torriana pare essersi mosso in Aquileia, come si desume dal fatto che il 13 novembre 1331 qui agiva a nome del podestà, del comune e del consiglio di quella città per scegliere un arbitro in una questione relativa a quel comune; ma già nel 1335 era elencato tra i grandi consiglieri del nuovo patriarca Bertrando accanto ad abati, “milites” e potenti signori feudali. Che allora fosse in buoni rapporti con Bertrando si evince dal fatto che ancora il 10 dicembre 1338 egli partecipò come astante alla importante seduta del tribunale patriarcale del 10 dicembre 1338 a Cividale, nella quale si stabilì di ritenere nulla qualsiasi sentenza non emessa dal patriarca o dai suoi giudici. Ma appunto di questo patriarca non condivise sempre l’impostazione politica, sposando invece quella della città di Cividale, dove era stato probabilmente chiamato per attività di docenza e dove ormai da tempo convenivano grammatici e giuristi sia canonisti sia civilisti di affermata competenza. Vi si andava allora riproponendo la possibilità, già ventilata al tempo del patriarca Ottobono, di ottenere dal papa Clemente VI il titolo di “studium”, come si auspicò nel concilio provinciale del 1339. A tutti i docenti il salto di qualità della scuola sarebbe stato gradito ed è quindi naturale che G. sostenesse e s’impegnasse in questo progetto. Nel frattempo egli s’introduceva nella politica locale: nel 1342 era uno dei due provisori del consiglio della comunità, la quale l’anno successivo lo incaricò di attivarsi in ogni modo “pro opere studi perpetrandi”. Le trattative gestibili dal patriarca e da altre personalità non sembravano sortire effetto. Nel frattempo un grave dissidio si era aperto fra il patriarca e la città, che si andava avvicinando alla politica del conte di Gorizia in aperta ostilità con lui. Da quel momento appare chiaro il disegno patriarcale di opporsi alla realizzazione di una università che avrebbe accresciuto l’importanza di Cividale: nel febbraio 1344 non erano ancora giunte nella sede competente le lettere del patriarca e del capitolo aquileiese che avrebbero dovuto appoggiare l’impresa. L’aggravarsi della complessa situazione, acuita anche dall’ostilità con Udine, indusse Bertrando a lanciare l’interdetto (27 aprile 1346) contro Cividale; tra gli scomunicati in prima linea era nominato pure G. Ne fu prosciolto soltanto il 1° maggio 1349. “Magister” G. nell’anno successivo fu provveditore nel consiglio di Cividale, proprio nel periodo nel quale Bertrando veniva assassinato. E qui si perdono le sue tracce.

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Bibliografia

BIANCHI, Documenti al 1332, n° 454; BIANCHI, Indice, n° 3529, 314; ZAHN, Austrofriulana, n° 32, 42-44; n° 37, 47-48; GRION, Guida, 160, 317, n° V, p. VI-VII; LEICHT, Il primo tentativo, in particolare 5, 7, 11-13; P. POSENATO, Dottori e studenti nel primo Trecento a Padova. Dai rogiti del notaio cremonese Gabriele di Enrigino, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», 3 (1970), 31-89; SCALON, Necrologium, 60, 68, 113 n° 68, 280, 327, 345, 380; ZENAROLA PASTORE, Atti, 80, 87, 141; BRUNETTIN, Gubertino, A 42, 101; A 63, 133; B 52, 152-153; B 53, 153-154; B 56, 156; B 61, 159-160; C 48, 303; C 60, 314-315; C 89, 338-339; BRUNETTIN, Bertrando, 365, 377, 512, 557, 578, 579, 717, 756, 767, 780.

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