GORTANI GIOVANNI

GORTANI GIOVANNI (1830 - 1912)

uomo di cultura

Immagine del soggetto

Giovanni Gortani (Udine, Biblioteca civica, Album fotografici)

Nacque ad Avosacco di Arta Terme (Udine) il 20 luglio 1830. Frequentò le scuole elementari a Cividale, presso uno zio paterno, per proseguire i livelli superiori, fino al liceo, a Udine, e laurearsi in giurisprudenza a Padova nel 1853. Avviò la pratica notarile a Cividale, fu per un breve tratto in Carnia, ma tra il 1860 e il 1861 indossò la camicia rossa e combatté con i garibaldini al Volturno (altra divisa aveva indossato nel 1848, partecipando a piccole scaramucce nella città di Udine). Pur nella delicatezza del frangente politico, furono dissapori familiari – con la madre e il fratello Vincenzo; l’altro fratello era Luigi, padre di Michele – a determinare il trasferimento a Milano: «umile lavoratore» presso la casa editrice Lampugnani, un ambito che tuttavia gli permise di stabilire legami e di affinare i propri interessi, in un primo tempo orientati verso la pittura. È di questi anni l’esordio letterario: Il conte Jeronimo Savorgnan in difesa di Osoppo e L’Annunziata furono accolti nella «Rivista contemporanea». Rientrato in Carnia nel 1864, si stabilì definitivamente ad Avosacco. Un anno cruciale il 1864, con gli ultimi moti garibaldini: ad Arta si sciolse la banda di Tita Cella e G., «deputato comunale politico», «provvide a salvare i fuggiaschi», con la coda di «un curioso e lungo processo» (Suttina). G. fu sindaco di Arta e consigliere provinciale; nel 1870 fu nominato ispettore scolastico (e nel 1871 diventò socio dell’Accademia di Udine), ma nella carica non resse più di un anno. ... leggi Nel 1870 sposò Anna Pilosio, di Cividale, dalla quale ebbe sette figli, ma i due maschi morirono in giovane età, cancellando per il padre attese e prospettive. Non arenando peraltro il fervore di una ricerca a tutto campo: dalla archeologia (nel 1873-1874 iniziò gli scavi a Zuglio) alla raccolta documentaria, affiancata da «schizzi di paesaggi e d’antichi edifici, rilievi di monete, piante topografiche», una raccolta straordinariamente ricca e ordinata «con pazienza infinita nella propria casa» (Battistella). Una casa dove G., in rapporti di amicizia con lo stesso Ascoli, ebbe modo di accogliere ospiti come Carducci, Caterina Percoto, della quale tradusse in italiano Il prin sarasin [Il primo grano saraceno], Pacifico Valussi, Giovanni Marinelli, Alessandro Wolf e Iacopo Cavalli. E a quella raccolta G. attinse per le sue pubblicazioni, numerose, anche se di regola risolte nel giro breve, nella minuzia erudita, ma disperse anche per sede e occasione (opuscoli per nozze, ingressi di parroci), o affidate a quel grande collettore dell’impegno intellettuale di fine Ottocento che è stato il periodico «Pagine friulane» (e Domenico Del Bianco, suo generoso patrono). G. morì il 2 agosto 1912, pur se: «Pareva veramente ch’egli fosse sparito dalla scena del mondo da molto tempo, poiché da parecchi anni s’era fatto il silenzio sul suo nome» (Battistella). Indizio (e corollario) della «sua ombrosa modestia», «d’una ritrosia un po’ rude, quantunque temperata da certa bonaria festevolezza» (Battistella), ma anche di una stagione ormai rivolta. Anche il cospicuo deposito di carte conobbe la durezza degli eventi: devastato dall’esercito austriaco nel 1917, risistemato negli anni Venti (e reso accessibile nel 1934), nel 1944 subì danni ulteriori con le incursioni cosacche, prima di trovare collocazione definitiva a Udine presso la Biblioteca comunale nel 1953 e presso l’Archivio di Stato nel 1959. Nella bibliografia di G. ha datazione alta (1863, Firenze, nella prima annata de «Il Borghini. Giornale di filologia e di lettere italiane», diretto da Pietro Fanfani) Del dialetto friulano, un anello significativo della dialettologia preascoliana, un contributo dalla impostazione arruffata e dalla terminologia improbabile (che nello stesso «Borghini» Adolfo Mussafia ridusse subito – e splendidamente – a sistema), con prevedibili (anche nella tendenziale prudenza) azzardi etimologici (basi celtiche per «bleón», lenzuolo, un longobardismo, «pantiane», ratto, e «piron», che derivano dal greco, con varie mediazioni). Tra i materiali dell’archivio si incrociano non episodici appunti per un glossario friulano. Del 1867 è il Saggio di canti popolari friulani (la prima Centuria di canti popolari friulani di Michele Leicht è di due anni prima), un saggio cospicuo di sole villotte, per il quale non si esplicitano modalità del rilevamento e località coinvolte, ma importa sottolineare che il friulano è di tipo centrale, non carnico, come verosimilmente alla fonte. Dei Bozzetti alpini, novelle stese tra il 1865 e il 1869, tra Milano e la Carnia, è stata sottolineata (e censurata) la lingua: «una lingua, starei per dire, un po’ fuori di corso, d’uno stile prezioso per un classicismo alquanto ricercato» (Battistella), «un italiano pretenzioso ed agghindato, persuasogli da una falsa educazione letteraria» (Chiurlo). In effetti la scrittura ignora (come altri nel tempo: da Carlo Cattaneo a Pacifico Valussi) il grande paradigma (grande per compattezza) che Manzoni offriva del suo romanzo nella redazione definitiva, la cosiddetta Quarantana, preferendo il registro più fluido e composito della Ventisettana. Non selettivo è G., che alterna «pulcelletta» e «tosa» (ragazza), che accoglie verbi come «battolare» (parlottare), «gattigliare» (litigare), «profendare la mandria» (profenda è la razione di cibo per la giornata), regionalismi come «mignagnole» (moine) o «spatafiona» (grande e grossa), «ammencito» (avvizzito) o «giovereccio» (rigoglioso e florido, tale da suscitare simpatia, entrambi toscanismi), con un gusto accusato per l’alterazione («occhiettuzzacci», «ominacci», «ragazzucciacce»), per la cadenza sdrucciola («brindaccola», pettegola, «ciammengola», inezia, «scabertola», rinsecchita e rugosa), a mescolare diatopia (il frequente clitico soggetto «la», un toscanismo che anche Manzoni autorizza) e diacronia (arcaico è «elleno» per loro, femminile). Un impasto che si giustifica alla luce di usi solo in seguito abbandonati, che è doveroso inserire in una cornice (come gli indugi sul paesaggio, che ricordano Manzoni). E comunque, a dispetto delle scelte linguistiche, le pagine mordono nella realtà, riferendo dei rituali della vita (il battesimo, le sagre) e della morte, delle consuetudini e delle credenze (la monticazione, le streghe del Tenchia), con isolati tasselli autobiografici. Pagine non scontate e non di maniera: come le considerazioni sui flussi migratori, in particolare sull’esodo femminile. G. segue le «sfilere» nelle segherie della Carinzia, dove la fatica segna il fisico, dove l’allentarsi del pudore giunge alla colpa più atroce: «una povera creatura» strangolata e nascosta «fra le ramaglie», sotto «un gran mucchio di rovi e di frasche recise». Con un imperativo categorico: «Ragazze, non perdete mai di vista la punta del vostro campanile, perché donne e galline con andar troppo in volta si perdono». Una ideologia severa e senza concessioni. Non saranno così imperative (e non morderanno nella realtà con forza analoga) le più tarde prose friulane. La ricerca storica, cuore della vicenda intera di G., non raggiunge la dimensione della monografia, ambita ma sempre rinviata, e si riversa in lavori di piccola mole, rivoli che «insieme formano, sia pure in modo frammentario e incompiuto, come una storia della Carnia» (Battistella): il puntiglio dell’accertamento minuto (genealogico: Le vecchie famiglie di Gorto, I Micoli di Muina, I Somma di Piano, Un cenno sugli Spinotti di Muina; con il comparto parallelo: I parrochi di Piano, Prepositi di S. Pietro, I Signori di Nonta; enti ecclesiastici e perimetri paesani: Il borgo e la chiesa di Chiusini in Piano d’Arta, Memorie di Avosacco, Memorie di Paluzza, La pieve di Cavazzo, La pieve di S. Lorenzo in Carnia), edizione di testi poetici (come Il testament di Marie da Sezze e Codicil e muart di Marie di Sezze di Giuseppe Marcellino Facci, il Pastizz furlan di Toni Broili), recensioni (Reliquie ladine raccolte in Muggia d’Istria dal prof. abate Jacopo Cavalli). La scrittura è chiara, aderisce al documento, in un discorso lucido e misurato. G. è di norma discreto anche nelle ipotesi etimologiche, un settore scivoloso e a rischio. Per Tolmezzo, ad esempio: «O perché non possiamo aggiungere anche Domegge a riscontro di Tumieç, che è la forma in cui scrivevasi in origine, e che perdura tuttavia nella parlata comune?», ipotesi peraltro non recepibile (Domegge deriva da «duo milia»). Battistella al G. storico rimprovera una «insufficente conoscenza di studi e di lavori altrui e di quella copiosa corrente del pensiero moderno che rinverdisce tutti i rami dello scibile umano; di qui una certa unilateralità nella critica e talvolta una soverchia soggettività di giudizi», una suscettibile chiusura umana e culturale. Tolazzi postula che «il vero progetto letterario» di G. «sia rimasto solo un’idea, e che la mancata realizzazione di una colossale storia della Carnia abbia amareggiato gli ultimi anni di vita»: una mancata realizzazione dovuta alla incontentabilità, alla urgenza mai soddisfatta di «verificare, approfondire, correggere». La solitudine dei giorni estremi è un dato acquisito, ma degli anni Novanta (e dello scorcio iniziale del nuovo secolo) sono le prose friulane, una pausa e un intervallo, un diversivo e un risarcimento. Del 1894 è Filantropie, una commedia in tre atti, «nella quale trovi dialogo spigliato e vivace, proprietà e ricchezza di frasi, studio di caratteri, conoscenza di affetti e sentimenti» (Del Bianco), nella quale «la lingua è buona, i personaggi veracemente riprodotti, il dialogo brioso, un po’ faceto, scorrevole» (Lazzarini), nella quale «il dialogo è sempre diligentemente e qua e là goldonianamente condotto» (D’Aronco). La commedia è ambientata a Udine, le didascalie sono in italiano, il friulano di tipo centrale, ma il dialogo si apre a qualche isolata escursione («Pezo il tacon del buso», «Un coeur ch’el ghe sta denter tutt Milan», trasparenti pur nella alterità), con qualche prelievo metrico (da Guadagnoli, Prati e Zorutti, a esibire un ordito di autori canonici), con il bordone di qualche intercalare («omo-chiomo»). La commedia ha il lieto fine (non chiassoso) di un matrimonio, ma nel suo intreccio figurano un suicidio, un dissesto economico dovuto a un non oculato salto professionale (da sartorelle a modiste), sanato da un benefattore che rifugge dalle cariche pubbliche, che opta per una vita nell’ombra e per studi disinteressati (evidenti i nessi autobiografici). Il titolo denuncia il debito con l’italiano (si aggiungano «cenobit» e «diurnist», a indicare l’impiego provvisorio), ma non mancano tessere di altra caratura: «in ce ángulis che jè!» [in quali angustie si trova!], «qualchi chiamese che scomenze a renà», «e’ saran lintis duttis biel avual», con «lintis» e «renà» non attestati nei repertori, nella costellazione unitaria del consumo, del logorio. Ma più enigmatico (e inquietante) è il profilarsi del lieto fine, con una battuta del protagonista: «Mi riservi di bussale cuanche sarìn a quattri voi dapis dal jett di mè mari; forsi in chell’att anchie je’ s’impensarà di che’ sur che ha sottierre, e magari invece di bussassi, ’o darìn di bevi insieme alla suris» [Mi riservo di baciarla quando saremo a quattrocchi ai piedi del letto di mia madre; forse in quell’atto anche lei si ricorderà di quella sorella che ha sotto terra, e magari invece di baciarci, daremo da bere insieme al topo], dove resiste alla spiegazione proprio il sintagma in punta, a provare con una manciata di esempi il rilievo di un vocabolario non ancora esplorato a fondo. Del 1904 sono le Macchiettis leggendariis [Macchiette leggendarie], che non annettono Lis istoriis di Palladio [Le storie di Palladio], già apparse in «Pagine friulane». Relativamente benevola l’accoglienza: «molto migliori sono quelle scritte in dialetto, del quale egli sa far risaltare le intime bellezze e la sana arguzia d’uno spirito pronto e originale» (Battistella), «Era la sua vera via, ma la ritrovava troppo tardi per scrivere cose perfette, e spesso alle sue macchiette leggendarie manca fusione, concisione, elasticità» (Chiurlo), una «produzione» «aderente al gusto popolare: di tono discorsivo, priva di abbellimenti» (D’Aronco), «storielle più o meno pervase da un umorismo di prima mano, ora diluito nella scansione impacciata di situazioni ancora molto legate all’equivoco, ora concentrato attorno a faceti dialoghi, ma mai fulminante, mai lapidario» (Tolazzi). Con Chiurlo (e con Tolazzi) si può convenire sui dislivelli interni, su un umorismo che a volte tradisce la stanchezza. Sono precise le coordinate, il c’era una volta calato in un orizzonte riconoscibile, che la memoria evoca e trattiene: aneddoti dal taglio grottesco, tra storia e cronaca spicciola, parentele che si ramificano, aspetti e figure della vecchia Carnia, cedimenti alla scatologia. Il friulano è di tipo centrale, ma affiorano anche tratti carnici: come la mancata apertura della vocale davanti a vibrante («december», «ottober», «polver»), la palatalizzazione della fricativa (negli infiniti: «adattasci», adattarsi, «esimisci», esimersi, «intardivasci», attardarsi, «tapponasci», nascondersi, ma anche «intorsci», addosso). L’italianismo è invasivo, con prestiti intatti («appoggio», «calibro», «disturbo», «scompiglio», «tumulto», «vecchietto») o acclimatati («lunch e distes», lungo e disteso). Non mancano gli inserti veneti (e dichiarano lo scambio di livello alto) e le schegge tedesche, con piega neutra («frachil», bicchierino) o sottoposte a tensione parodica (la terminologia militare). Ma sono distribuiti a piene mani i lemmi autentici: «barafuse», trambusto, «un chianiscli di predi», un cane di prete (privo di attestazioni), «fa comacchie», fare comunella, «corli», in accezione traslata, sciocco, «inmevolat», robusto. G. disegna anche immagini limpide di un mondo tramontato. Con tocco gentile: «Par di sotto vignive su une massarie cul buinz e cui chialdirs, che leve a urì sulla fontane» [Dal basso saliva una servetta con l’arconcello e con i secchi di rame, che andava ad attingere alla fontana]; con sottinteso sgangherato, pur nella verità oggettiva: «l’ha scomenzat a rasinà, ma nuje paure par chell: donne Sabide si ha tiradis lis cottulis parsore il chiav» [ha cominciato a piovigginare, ma nessuna paura per questo: donna Sabata si è tirata le gonne sulla testa]; a documentare una consuetudine: «second il costum vieri dal pais, nissune chiargnelle chiolleve mai part a un past di etichette» [secondo il vecchio costume del paese, nessuna donna carnica prendeva mai parte a un pasto di cerimonia]. Con il sapore (e il fascino) di una età trascorsa.

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Bibliografia

Bozzetti alpini. Novelle carniche, Premessa di P. Valussi, Udine, Tip. G.B. Doretti, 1885 (Udine, Libreria editrice Aquileia, 1929); Del dialetto friulano, «Il Borghini», 1 (1863), 580-590, riproposto in Studi sul dialetto friulano (1863), a cura di G.B. CORGNALI, Udine, Tip. Vatri, 1926 (con uno studio di G. Gallia e uno di A. Mussafia); Saggio di canti popolari friulani, Udine, Paolo Gambierasi, 1867; Filantropie. Commedia in tre atti, Udine, Del Bianco, 1894 (nozze Alfonso Gortani - Fidalma Ganza); Cenni storici sulla Carnia, in G. MARINELLI, Guida della Carnia, Udine, SAF, 1898, 207-248; Frammenti di storia patria, Udine, Del Bianco, 1903; Prose friulane. Macchiettis leggendariis, Udine, Paolo Gambierasi, 1904 (con traduzione italiana e a cura di C. TOLAZZI, Coordinament Circui Culturai de Cjargne, 2000).

DBF, 403; D. D[EL] B[IANCO], Recensione a Filantropie, «Pagine friulane», 7/4 (1894), 3-4 di copertina; L. S[UTTINA], Necrologio, «MSF», 8 (1912), 228-229; A. BATTISTELLA, Dott. Giovanni Gortani. Commemorazione fatta all’Accademia udinese nell’adunanza del 28 dicembre 1912, Udine, Tip. G. B. Doretti, 1913, con un elenco delle opere; B. CHIURLO, La letteratura ladina del Friuli, Udine, Libreria Carducci, 19224, 52; A. LAZZARINI, Bibliografia del teatro friulano, «Rivista della Società filologica friulana», 4 (1923), 165; CHIURLO, Antologia, 334-335; P. CELLA, Il dott. Giovanni Gortani e l’archivio di Arta, Tolmezzo, Stab. tip. Carnia, 1934; A. RIZZI, Vicende dell’Archivio Gortani, «Ce fastu?», 30 (1954), 155-157; I. ZENAROLA PASTORE, L’archivio di Giovanni Gortani, ibid. ... leggi, 40 (1964), 160-171; EAD., Notizie sugli archivi storici di Arta, in Darte, 300-304; R. BIASUTTI, Bibliografia del teatro friulano, Udine, Clape culturâl Acuilee, 1982, 8; D’ARONCO, Nuova antologia, II, 91-92; G. PA[RADISI], Gortani, Giovanni, in Letteratura italiana. Gli autori, a cura di A. ASOR ROSA, Torino, Einaudi, 1992, 935; R. PELLEGRINI, La scrittura degli (e sugli) emigranti, «M&R», n.s., 17/2 (1998), 20-22; M. C. CESCUTTI, Il friulano nei vocabolari, in G. ASQUINI, Lingua friulana o gallo-carnica, a cura di EAD., Udine, SFF, 2008, 96-99.

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