LODI EMANUELE

LODI EMANUELE (1770 - 1845)

vescovo

Immagine del soggetto

Emanuele Lodi, vescovo di Udine dal 1838 al 1846, disegno e litografia di Giuseppe Malignani (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nacque a Milano il 13 agosto del 1770 da Gaspare e Teresa Corletti. Di famiglia agiata ma non nobile, ricevette la sua prima formazione nel Seminario arcivescovile di Milano e, superata l’opposizione paterna, entrò non ancora quindicenne nel convento di S. Severino nelle Marche, dove il fratello Luigi si era aggregato alla Congregazione dei chierici regolari di S. Paolo, detta dei barnabiti. Due anni dopo si sentì chiamato ad abbracciare l’ordine dei padri predicatori. Entrò, a Bologna, nel convento patriarcale di S. Domenico, dove compì gli studi di filosofia sotto la guida del padre Ermenegildo Meazza, e il noto teologo Pietro Maria Gazzaniga lo guidò alla comprensione del pensiero teologico dell’Aquinate. Ordinato sacerdote nel 1793, si dedicò all’oratoria sacra, che sentiva conforme alla sua indole, acquisendo notevole fama come predicatore per la eloquenza solida ed elegante. Godette della simpatia e dell’amicizia del duca di Parma, il religiosissimo «cacciatore di reliquie» Ferdinando I di Borbone, che apprezzava le sue doti oratorie e spesso lo invitava a predicare nel convento domenicano di Colorno, da lui edificato nel 1780. Allorché il Senato di Bologna decretò il 6 giugno 1798 – in conformità alle disposizioni impartite dal governo della Repubblica Cisalpina – la soppressione dell’ordine dei predicatori, L. ottenne dal vicario generale dei domenicani Pio Giuseppe Gaddi il permesso di ritirarsi nel convento dei Ss. Giovanni e Paolo in Venezia, divenendone poco tempo dopo priore. Conseguì inoltre il titolo dottorale di “magister sacrae theologiae” il 21 novembre 1808. Soppressa la comunità conventuale dei frati domenicani nel 1806, in attuazione del decreto napoleonico dell’8 giugno 1805, la chiesa dei Ss. ... leggi Giovanni e Paolo, con decreto patriarcale del 24 ottobre 1810, venne eretta in parrocchia secolare e L. ne fu il primo parroco per nove anni, conquistandosi con le sue doti di tenacia e pazienza la stima dei veneziani. L’imperatore Francesco I lo prescelse, non solo per le sue virtù religiose e sociali, ma anche per il suo attivismo e per le sue abilità negoziali, come vescovo di Chioggia nel gennaio del 1816 e lo promosse al vescovato di Udine il 4 dicembre 1818. Consacrato vescovo in Roma il 24 agosto 1819, riscosse attestati di stima e benevolenza sia dal pontefice Pio VII che dal cardinale Consalvi e fece il suo ingresso solenne in Udine il 30 novembre dello stesso anno. L. assunse la guida della chiesa udinese dopo un quinquennio di sede vacante – dal febbraio 1814 al novembre 1819 – in cui era stata retta dal vicario capitolare, il carnico Mattia Capellari (1745-1832), inviso alle autorità di governo del Regno Lombardo-Veneto e, in particolare, al conte Pietro di Goëss, governatore a Venezia, per la sua ferma opposizione alla politica ecclesiastica neogiuseppinista dell’imperatore d’Austria Francesco I. Con la bolla De salute dominici gregis, datata primo marzo 1818, la Chiesa udinese era stata privata del titolo di arcidiocesi e metropolìa (che comprendeva sino a quella data le chiese suffraganee di Belluno, Ceneda, Concordia, Feltre, Padova, Treviso, Verona e Vicenza) ed era divenuta suffraganea, come le altre diocesi del Veneto, del patriarcato di Venezia, a cui era stata assegnata la dignità metropolitica. Non appena prese possesso della diocesi, L. si affrettò ad uniformarsi alle sovrane prescrizioni del governo austriaco, con l’intento di far sì che una diocesi definita «agitata e sconvolta» gareggiasse in sudditanza con le altre, e già il 26 dicembre 1819 ricevette «un encomio dal governo per aver emanato le norme sulla patente matrimoniale». Il criterio a cui si mantenne fedele durante il suo lungo episcopato fu quello della ricercata uniformità al volere dell’autorità imperiale, da cui la sua nomina era dipesa, e di cui si proclamava «suddito» fedele, per il quale non v’è cosa più dolce «che il coadiuvare alla gloria e alla sicurezza» del suo sovrano. Fin dalla prima lettera pastorale, in occasione della sua consacrazione episcopale, non solo ribadì la tradizionale dottrina della Chiesa sul potere politico (Lettera ai Romani, 13, 1-2), fondata sulla necessità dell’obbedienza nei confronti di chi esercita l’autorità politica («chi si oppone alla Podestà, ai comandi si oppone di Dio»), ma le fece assumere tratti assolutistici: anche nei confronti di un sovrano che esercita il potere in forma tirannica, il cristiano è tenuto ad essergli «suddito il più fedele», come seppero esserlo i primi cristiani durante «le più ingiuste persecuzioni». Auspicò inoltre quell’«unione veramente ammirabile, per cui la civile e l’ecclesiastica autorità con prezioso e dolce nodo si stringono». Ancor più esplicitamente nella lettera pastorale del 2 settembre 1820 formulò sul secolo XIX un giudizio severo e sconsolato: la luce che esso diffonde «è funesta all’uman genere» in quanto le potenze spirituali del male sono riuscite a penetrare nella società degli uomini e i loro seguaci, «legati in empie Sette», non si sono limitati a corrompere le sane dottrine, ma si sono coalizzati per «usurpare i Troni». Durissima fu la condanna di L. dei moti italiani del 1821 e delle sette, in particolare della Carboneria, poste sullo stesso piano dei movimenti ereticali medioevali e moderni e, come questi ultimi, da estirpare con una nuova crociata. La considerazione di cui godette L. presso la corte di Vienna trovò la sua manifestazione più carica di valore simbolico nel ruolo attribuitogli di primo assistente regio durante la solenne incoronazione in Milano di Ferdinando d’Austria con la Corona dei re d’Italia il 6 settembre 1838. Non sempre sereni furono invece i rapporti con le autorità municipali. L’aperta adesione di L. ai dogmi dell’assolutismo politico, la sua ostentata condiscendenza alle autorità di governo e l’enfasi adulatoria nei confronti della casa d’Austria, alimentarono le prese di posizione ostili e denigratorie nei suoi confronti e fecero sì che crescesse la distanza tra il vescovo lombardo e i settori dell’opinione pubblica più sensibili al rinnovamento politico e religioso. Va menzionata l’ospitalità che Ferdinando I re delle Due Sicilie, di passaggio a Udine per recarsi al congresso di Lubiana, ricevette nell’appartamento nobile del palazzo del vescovado sia il 5 gennaio 1821 sia il 4 marzo 1821, al ritorno da Lubiana – dopo aver violato il giuramento di fedeltà alla Costituzione che aveva accordato nel luglio 1820 e aver richiesto l’intervento armato dell’Austria per ripristinare il regime assolutistico a Napoli –, e anche nell’anno successivo. In una composizione poetica anonima, fatta circolare ampiamente nel 1844 e attribuita a Carlo Alessandro Carnier di San Daniele, L. venne accusato di coltivare «pensier tiranni», di circondarsi di delatori e «gente vile», di essersi alleato agli «oppressori» e di collusione con la polizia austriaca, infangando in tal modo «la magione vescovile». Il vescovo L. soffrì sia fisicamente sia spiritualmente per questi attacchi, che riteneva ingiusti – e che vennero riproposti in un feroce epitaffio diffuso clandestinamente dopo la sua morte –, e limitò le sue apparizioni in pubblico. Queste accuse accentuarono i disturbi nervosi, accompagnati da malinconia e incubi, dal terrore della morte e del giudizio divino, di cui soffriva, che lo resero a tratti impotente al compimento dei suoi doveri negli ultimi anni del suo episcopato. L., dalla figura alta e possente e dal portamento ieratico, ebbe un senso assai vivo della dignità episcopale e resse la diocesi con uno stile autoritario e talora imperioso, tanto da meritare l’appellativo di «Prelato di bronzo» da parte del filosofo friulano Sebastiano De Apollonia. Esercitò un severo controllo sull’educazione seminariale, sia sotto il profilo disciplinare, sia per quanto concerne gli indirizzi culturali dei docenti. L’autocratismo di L. si espresse inoltre nel rifiuto opposto a uomini di valore della Chiesa friulana di entrare a far parte dell’Istituto della carità fondato da Antonio Rosmini nel 1828. Durante il lungo ministero episcopale di L., indirizzato soprattutto alla restaurazione dello spirito religioso e ispirato a un modello di Chiesa fondato sulla rigida sottomissione del clero e dei fedeli all’autorità del vescovo, riuscì a compiere due visite pastorali: la prima, indetta il 10 gennaio 1820, si svolse dal 12 aprile al 18 luglio; la seconda, indetta il primo gennaio 1826, fu più faticosa per il vescovo a causa delle peggiorate condizioni di salute e si protrasse dal 4 giugno 1827 al 19 luglio 1829. Non completò invece la terza, indetta il 15 marzo 1841, limitandosi a visitare solo la Carnia e le parrocchie della città di Udine. L. cercò di far sì che i parroci della diocesi non solo fossero moralmente ineccepibili, ma anche sapessero ben governare con forza, prudenza e saggezza senza entrare in urto con i nobili, i possidenti e le autorità. Si adoperò per sostenere e finanziare la “Casa delle Derelitte”, destinata a raccogliere fanciulle orfane o abbandonate dai genitori; sovvenne inoltre generosamente alle necessità dei colpiti dall’epidemia di colera che scoppiò violentissima in Friuli nel 1836. L. – che negli anni veneziani si era adoperato per conservare e avere di ritorno da Parigi i capolavori d’arte che decoravano il tempio dei Ss. Giovanni e Paolo e inoltre per abbellirlo con monumenti provenienti dalla chiusura e demolizione di altre chiese – aggiunse alla Biblioteca arcivescovile una grande sala per accogliere la biblioteca Bartoliniana, ampliò il palazzo arcivescovile e trasformò l’abbazia di Rosazzo in residenza estiva dei vescovi di Udine, restaurandola profondamente. Avvertì inoltre la necessità di dare alla diocesi un nuovo e funzionale seminario, data l’impossibilità di ritornare in possesso di quello gradenighiano, secondo un progetto da lui studiato fin nei più minuti particolari. L’imponente edificio, per la cui edificazione rivolse incessanti richieste di sostegno al clero e ai cittadini facoltosi, venne ultimato nel novembre 1841 e sotto il pavimento della chiesa di S. Bernardino, interna ad esso, il vescovo volle essere sepolto alla sua morte, avvenuta l’8 febbraio 1845.

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Bibliografia

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