MARCUZZI EUGENIO

MARCUZZI EUGENIO (1920 - 2000)

scrittore, artigiano

Immagine del soggetto

Lo scrittore Eugenio Marcuzzi.

Nacque a Udine il 25 aprile 1920, dove morì il 15 ottobre 2000. Artigiano, alla scrittura approdò «senza pretese e senza spinte, timido nei quotidiani rapporti e in apparenza incerto di sé» (D’Aronco), ma la bibliografia è notevole e non sembra tradire incertezze o perplessità. I repertori ricordano Evasione, una raccolta di liriche italiane edite a Milano nel 1955 (e italiana sarà una dozzina di racconti affidati alla terza pagina del «Messaggero Veneto», tra gli anni Sessanta e Settanta), ma il profilo di M. è essenzialmente friulano: decisivo l’incontro con Giuseppe Marchetti (e con il gruppo di Risultive). Volume d’esordio è Tiliment [Tagliamento], del 1960, a distanza seguiranno Bocons di viaz [Scampoli di viaggio], nel 1976, Su la strade di Pers [Sulla strada di Pers], nel 1977, vincitori nel concorso indetto dalla Società filologica friulana nel 1975 e nel 1976. Del 1982 è un romanzo, Liende a San ’Zuan [Una storia a San Giovanni], ma altri racconti e poesie sono sparsi in rivista. Una mano convinta, dalla cifra accusata, a tratti impervia, una lingua che non sempre elude il prestito crudo, che oppone «molte inaderenze alla comune denotazione, tali poi da non avere giustificazione nella resa tonale». Così Andreina Ciceri. In termini analoghi Faggin, che pur sottolinea «l’inesausta ricerca di una piattaforma ontologica»: «i suoi impasti verbali sono privi sovente di una vera giustificazione, e la lingua friulana viene usata talvolta in modo troppo personale». Importa ad ogni modo il filo che unisce i tre volumi di versi, la metafora del viaggio, l’idea di un «andare» nella cornice di una geografia dichiarata. ... leggi Il Tiliment, «nume patrio» (Ciceri), che divide la regione in due fasce, ma allaccia la pianura alla montagna, alla Carnia, e carnica era la madre di M., a dare corpo all’archetipo dell’acqua vettore di vita, nido amniotico, e insieme immagine del tempo che va: «Aghe ’e passe, ’e passe, ’e passarà…» [«Acqua passa, passa, passerà…]. E da osservare è il nesso con la natura. Secondo Andreina Ciceri «l’occhio che guarda il paesaggio raramente è quello fisico», secondo D’Aronco «le metafore sono frequenti», «ma più spesso il paesaggio è solo tale: vogliamo dire che la poesia resta (mirabilmente) descrittiva». In effetti il disegno si incide limpido, con accattivante cordialità di modi. Come in Vite [Vita]: «Schìriis di agazzis e plombâ di ucei / tal vert: sul ôr dal flum / ’e passe la speranze e la figure / dal omp in bampe di soreli / si slungje su la glerie / e ûl fâsi grande. / Une aghe ’e côr di secui, / lontan il cîl al cale sui cipres» [Schiere di acacie e precipitare di uccelli / nel verde: sulla sponda del fiume / passa la speranza e la figura / dell’uomo in vampa di sole / si allunga sulla ghiaia e vuole farsi grande. / Un’acqua corre da secoli, lontano il cielo cala sui cipressi]. Un piccolo “idillio” che alla notazione paesaggistica dell’avvio, tutta nominale, fa seguire il commento, più disteso e sottile: la vanità dell’uomo nel cono del sole, la sua implicita pochezza a fronte dello scorrere dell’acqua, con a sigillo il luttuoso emblema dei cipressi. Più contratto è il registro di Bocons di viaz, fogli di diario, pagine della vita. Il verbale della giuria coglie il bordone della «chiusa e scabra amarezza», il nesso formale dell’«esacerbato gioco linguistico, al limite della compiacenza barocca». Lemmi inconsueti (o desueti) si possono spigolare ad apertura di libro: «indâz» [destinati], «sclabaz di pantan» [spruzzo di fango], «’o solenghi peraulis di frut» [balbetto parole di bambino], «supît» [sazio]. Ed è pronunciato il gusto per la procedura analogica: «i agn a’ cìsin…» [gli anni sfrigolano…], «intorteâsi tal glemuz dal scûr…» [avvilupparsi nel gomitolo del buio…], «al lampe scribizzant il scûr…» [lampeggia scarabocchiando il buio…], dove è palpabile la curva dell’ossimoro. È stata persuasivamente sottolineata la continuità («tornano i motivi ispiratori, e si fa più vivo il senso del destino, del ‘pànta rhéi’», D’Aronco), il tratto pensoso, non estroverso. Pure a introdurre e a congedare la raccolta sono due testi che affermano la fiducia nella vita, una catena che non si sgretola, con un bel primo piano delle figure parentali: «Il fì par un pari / al è un ramaz vert / che si dispede ’e glove / e si insede in algò par dâ lidrîs…» [Il fìglio per un padre / è un ramo verde / che si dirama alla biforcazione / e si innesta in qualche luogo per mettere radici…]; e, non senza un tocco di realismo rude: «Apene nassûz si sflade / cui vôi ch’a spìzzin il ueit. / La mari sporcje di sanc / nus fâs numar te comune; / la gjonde dal pari ’e clame / a crodi tal timp novel…» [Appena nati si respira / con gli occhi che fissano intenti il vuoto. / La madre sporca di sangue / ci fa numero in municipio; / la felicità del padre invita / a credere nel tempo rinnovato…]. Più contratto ancora il registro di Su la strade di Pers: «Più raziocinante» e «nello stesso tempo ineffabilmente poetante» (D’Aronco). Il componimento eponimo, situato in avvio, dichiara subito: «La strade ch’o soi passât / qualsisci strade ch’o soi passât / no si dissepare mai / di ce ch’o ài dentri di me. // Lant pe strade di Pers / tune serenade di gnot…» [La strada dove sono passato / qualsiasi strada dove sono passato / non si separa mai / da ciò che ho dentro di me. // Andando per la strada di Pers / in una serenata di notte…], postulando (e autorizzando, prevedendo) itinerari non referenziali, intrecci e scarti tra geografia data e più sottili e riposte inquietudini. Il lessico è sempre ricco di voci inconsuete (o desuete): «nissun si volte s’o cîr di anïâmi» [nessuno si volta se cerco di muovermi], «gavedete di mâr» [gòmena], «gjambastìn pelôs» [larva di farfalle irta di peli pungenti], «veligjon» [legame di tralci di salice], in accezione traslata. E la maglia delle analogie è folta e accesa: «a’ lupìin lis cisis…» [scintillano le siepi…], «gnot grande ch’e sflamèe cidinôrs…» [notte grande che fiammeggia silenzi…], «al sampogne il sangloz di fueis lontanis…» [suona il singhiozzo di foglie lontane…]. Con inserti più propriamente onirici, stralunati: «Un gjaul dut neri al bat l’inquìn / e jo no rivi a sglonfâ il fol…» [Un diavolo tutto nero batte l’incudine / e io non sono capace di tirare il mantice…], «jê che ti tint / il siulìn des rêz cu la lune nere» [lei che ti tende / la cordicella delle reti con la luna nera], dove lei è la sirena, ma dove si impone, inquietante, la luna nera. Una lingua chiusa a riccio, con il sapore di un gergo privato, pura endofasia. Ma nelle poesie sparse in rivista, dove peraltro non vengono meno gli apporti italiani («orguei», orgoglio, «solitùdin», solitudine) e dove continuano ad affiorare lemmi non codificati («’O cjamini tal vert sagrâl de viarte…» [Cammino nel verde festoso della primavera…]), l’impasto è più bonario e discorsivo, più aperto e piano. Più distesi ancora, più arrendevoli e chiari, sono i racconti, per i quali può in sintesi valere il verbale del concorso bandito dalla Società Filologica nel 1961: «Sono narrazioni abbastanza bene congegnate e scandite, sostenute dalla necessaria solidità e varietà di peripezie, collocate in ambienti popolari, ma senza rifritture provincialesche, senza inutili remore descrittive né aperti spunti pedagogico-moralistici; in un linguaggio straordinariamente ricco e vario (al punto di apparire qualche volta volutamente copioso anche con l’adozione di termini desueti o pescati in qualche limitata varietà dialettale)» (Marchetti, Cantarutti, D’Orlandi). Con il romanzo M. abbandona il mondo della tradizione per immergersi nel presente, nella realtà intricata dell’industria della sedia, nel triangolo che ne interpreta al meglio lo sviluppo. La novità lessicale invade la scrittura: «modanatricjs» [modanatrici], «mortasatricjs» [mortasatrici], «scurnisatricje» [scorniciatrice], «trucjolât» [truciolato], i non attestati «si incartele», «si limbele», per lambire il comparto più tecnico, che si incrocia con voci di altra grana, come «gju-box» (per juke-box) e «rulot» (per roulotte), «enfresegno» [congettura], «missete» [mediatore, tramite], «serpegnâ» [aggirarsi], «’e jere sprote» [era pronta di parola], in una compagine non sempre trasparente e coesa. Protagonista è un «cramar», un emigrante di ritorno sbandato e scontroso, e la vicenda procede un po’ a sbalzi, tra psicologie sfuggenti (e senza volto: l’aspetto fisico si sottrae alla presa), progetti enigmatici, in una geografia zeppa di toponimi, fin troppo determinata, ma asettica, una mappa che non si fa paesaggio (rari gli incisi: «Te campagne ’e jere brume, seseladiz, un ce di piardût» [Nella campagna c’era nebbia, stoppie, un qualcosa di perduto]). Il romanzo ha il lieto fine non gioioso di un matrimonio che, pur nell’attesa di un figlio, non ha la certezza dell’amore. Ma a riassumere i modi (e lo sconcerto che ne discende) del racconto basterà un fotogramma del protagonista, dettaglio irrelato, che non crea una rete di riferimento: «Lui, a binore, al sfreolave la palme de man sui rosârs par insanganâsi e vê di lapâ, corint vie, e par inacuarzisi cu la man su la criniere di un cjaval di vê un brusôr» [Lui, la mattina, sfregava la palma della mano sui rosai per insanguinarsi e avere da succhiare, correndo via, e per accorgersi con la mano sulla criniera di un cavallo di avere un bruciore].

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Bibliografia

E. MARCUZZI, Tiliment, Prefazione di G. Facchin, Udine, Edizioni della FACE, 1960; ID., Bocons di viaz, Udine, SFF, 1976; ID., Su la strade di Pers, Udine, SFF, 1977; ID., Liende a San ’Zuan, Udine, SFF, 1982.

DBF, 490; Mezzo secolo di cultura, 161; CHIURLO - CICERI, Antologia, 775-776; Mezzo secolo di cultura Sup. 2, 39; Mezzo secolo di cultura Sup 3, 51; Mezzo secolo di cultura Sup 4, 53; Mezzo secolo di cultura Sup 5, 72; D’ARONCO, Nuova antologia, III, 177-179; BELARDI - FAGGIN, Poesia, 70; L. VERONE, Rassegne di leterature furlane des origjinis al nestri timp, Udine, SFF, 1999, 247-248; L. CJANTON, In morte del poeta Eugenio Marcuzzi. Addio a un uomo moderno, «Il Gazzettino», 27 ottobre 2000.

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