MONTELONGO (DI) GREGORIO

MONTELONGO (DI) GREGORIO (? - 1269)

patriarca di Aquileia

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Denaro con aquila del patriarca Gregorio di Montelongo (coll. privata).

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Pagina di Bibbia atlantica che si riteneva donata dal patriarca Gregorio di Montelongo al capitolo di Cividale (Cividale, Museo archeologico nazionale, cod. II, f. 112v).

Figlio di Lando, G. nacque presumibilmente a Ferentino, forse all’inizio del Duecento. Una tradizione poco probabile lo vorrebbe nato nel 1190. Di certo ebbe due sorelle e un fratello, i cui figli (Lando, Giovanni e Luca) gli furono accanto durante la carriera ecclesiastica. Egli apparteneva a una famiglia di vocazione militare della campagna romana, che prendeva il nome dal castello di Montelongo. Lando era cugino di Lotario dei conti di Segni, papa Innocenzo III, che lo nominò rettore di Campagna e Marittima. Il legame di parentela con Innocenzo fu importante anche per G., allora giovinetto, ma già indirizzato alla carriera ecclesiastica. Il pontefice nel giugno del 1213 chiese al vescovo di Vercelli di riservargli una prebenda nel capitolo della cattedrale di quella città. In armonia con le usanze dell’epoca, si trattava verosimilmente di un modo per procacciare i mezzi economici indispensabili per un incipiente percorso di studio. G. ebbe un beneficio pure nella cattedrale di Novara. Non ci sono però fonti che attestino con esattezza le scuole che G. frequentò. Di certo ebbe un’ottima preparazione anche nell’arte militare, ereditata dalla tradizione familiare, ma rafforzata dalla lettura di trattati teorici: il cronista parmense Salimbene de Adam, ricorda che G. aveva un libro De sagacitate et arte pugnandi. Nel 1238 egli è ricordato con il titolo di “magister”, segno della conclusione degli studi, e due anni prima compare come suddiacono papale: una qualifica che tradiva stretti rapporti con la curia pontificia, ancora una volta dovuti a relazioni parentali, e che preludeva a importanti compiti diplomatici. Dal 1227 era papa Gregorio IX, anch’egli della stirpe dei conti di Segni e quindi imparentato con i di Montelongo, sebbene non sia chiaro con quale grado di vicinanza. Nel 1236 G. svolse una prima missione diplomatica per il pontefice e nel corso del 1238 entrò a far parte del collegio dei notai della curia romana. ... leggi Con tale qualifica viene ricordato infatti in due lettere papali indirizzate a Federico II, presso il quale si recò come ambasciatore, suscitando una subitanea antipatia nell’imperatore. Il 1238 è comunque un anno cruciale per la biografia di G., poiché il 6 agosto il papa lo nominò legato “de latere” per l’Italia settentrionale. Qui la situazione stava precipitando a danno degli interessi della Chiesa romana e a vantaggio del sovrano svevo, che nel novembre precedente aveva sconfitto l’esercito milanese e poteva contare sulla fedeltà dell’intera Marca Trevigiana, in mano a Ezzelino III e Alberico da Romano, e del patriarcato d’Aquileia, governato fin dal 1218 da Bertoldo di Andechs. Nel giugno del 1238 Federico aveva posto sotto assedio Brescia e in questo contesto inizia la missione di G. come legato, proseguita poi ininterrottamente sino al 1251. La sua azione fu subito positiva, guadagnando l’alleanza di Treviso (dominata da Alberico da Romano, che si allontanò dal fratello), di Genova e di Venezia. Durante la legazione G. ebbe più volte destro di mettere in luce le sue doti di condottiero militare, sebbene non vi siano evidenze di sue partecipazioni in prima persona “manu armata” a eventi bellici. Egli fu impegnato con continuità in campagne guerresche, ma con delle accentuazioni in due periodi, fra il 1238 e il 1241 e fra il 1245 e il 1249. In tali circostanze seppe con successo assumere il coordinamento delle forse ostili a Federico II, servendosi pure di uno stuolo di collaboratori, per lo più prelati e frati mendicanti, tra i quali spiccava il minore Leone da Perego, poi divenuto arcivescovo di Milano. Nel giugno 1240 G. fu artefice, sebbene con l’inganno, della presa di Ferrara, sottratta a Salinguerra Torelli. Dopo la morte di Gregorio IX (22 agosto 1241), la condotta spesso spregiudicata del legato spinse Federico II in più occasioni a lagnarsi con il nuovo papa Innocenzo IV (che era stato eletto nel giugno 1243), ma questi non volle mai sollevarlo dalla legazione, sebbene gli affiancasse il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, all’inizio del 1247. La seconda metà di quell’anno fu dedicata da G. alla difesa di Parma, che aveva abbandonato lo schieramento federiciano, ma era stata subito posta sotto assedio dall’imperatore. Federico era fermamente intenzionato a far capitolare e a punire la città infedele e si dispose a trascorrere la stagione invernale, fondando una vera e propria città antagonista: Vittoria. Proprio alla distruzione del campo imperiale, avvenuta per una improvvisa sortita dei Parmensi il 18 febbraio 1248, si lega il maggior successo militare di G., che impresse una svolta favorevole alla “pars Ecclesiae” in Italia settentrionale, sebbene parzialmente vanificata dai tentennamenti che ne seguirono. Infatti, nonostante la personale abilità politica e diplomatica di G., restava alta la dialettica tra lui e il suo collega, il cardinale Ottaviano, che faceva valere la maggiore dignità ecclesiastica, e ciò non favoriva la rapidità e univocità delle decisioni. Nel febbraio del 1249, lo squilibrio tra i due prelati fu in parte bilanciato da Innocenzo IV, che elevò il di Montelongo ad arcivescovo eletto di Tripoli. Il pontefice pensò pure a suddividere le zone d’influenza dei legati: a G. sarebbe toccata la parte occidentale dell’Italia del nord, a Ottaviano quella orientale. I contrasti tra i prelati, tuttavia, non parvero appianarsi, tanto che nell’incertezza che ne derivava Federico pareva recuperare posizioni, quando la morte lo colse nel dicembre del 1250. G. mantenne la legazione anche dopo la scomparsa dello Svevo e, per buona parte del 1251, restò a Genova, dove il 24 ottobre ricevette dal papa la nomina a patriarca d’Aquileia, sede rimasta vacante in seguito alla morte di Bertoldo di Andechs (23 maggio 1251). Fu il primo patriarca “italiano” dopo secoli di prevalenza germanica. Ma sarebbe più significativo segnalare che fu il primo ad essere eletto tramite l’esercizio del diritto della riserva papale, chiaramente orientata a sottrarre una potente e ricca sede episcopale all’influenza imperiale. Fu così inaugurata una prassi giuridica mai più smessa, che testimonia dell’importanza nodale che la Chiesa romana assegnava al controllo della cattedra aquileiese e delle sue consistenti temporalità, che ne facevano un principato ecclesiastico del tutto atipico nella tipologia delle diocesi italiane. Vista sotto questo profilo la spiegazione della decisione di Innocenzo IV appare meno ingenua di quella, pur realistica, formulata da Pio Paschini, che aveva indicato nell’«impossibilità di trovare in seno al clero friulano una persona capace dell’alto ufficio» la ragione della designazione di G. quale patriarca. Certo è che le aspettative del pontefice non furono deluse, nonostante non siano mancati i dissapori, e G. non smise la propria attitudine all’azione una volta giunto in Friuli, il 13 gennaio 1252, sebbene abbia dovuto attendere sino all’agosto del 1256 per avere la consacrazione episcopale, mantenendo nel frattempo la qualifica di “electus”. Fin dal suo arrivo G. volle conoscere di persona lo stato reale in cui versavano tanto le giurisdizioni temporali quanto quelle spirituali del patriarcato. Restano documentate per il 1252 varie visite nelle terre soggette, fra le quali l’Istria, e le indispensabili assemblee della “curia vassallorum” per il rinnovo dei vincoli feudali di subordinazione e di fedeltà. G. pose la sua residenza preferita in Cividale, anche se non abbandonò la consueta itineranza della corte patriarcale. I suoi primi anni di patriarcato furono contraddistinti dall’urgenza di alcuni problemi, primo fra tutti quello delle precarie condizioni economicofinanziaria in cui versava la Chiesa aquileiese, sommersa da onerosi debiti contratti soprattutto con banchieri senesi. La congiuntura era talmente pesante che G. fu costretto ad alienare temporaneamente ai creditori alcuni diritti di pedaggio (Chiusaforte e Tolmezzo) e a sfruttare gli introiti dei benefici ecclesiastici, adottando misure non certo idonee a ingraziarsi il clero locale, come la soppressione della prepositura di Cividale. Tentò pure di farsi pagare le procurazioni mai riscosse che gli sarebbero spettate durante la legazione in Lombardia. Nonostante tutto la situazione rimase grave, e la scomunica in cui incorse sul finire del 1254 forse non fu estranea alle complicazioni derivate dalla necessità di restituire ingenti somme di denaro ai Senesi, allora particolarmente vicini alla curia di Innocenzo IV. Solo nei primi mesi del 1255 ottenne l’assoluzione. Parallelamente G. continuò la lotta contro i nemici suoi e della Chiesa, in primo luogo Ezzelino III da Romano e il fratello Alberico, signore di Treviso, che contavano in Friuli numerosi alleati, fra i quali i più potenti erano i di Prata e i di Porcia. Il patriarca diede man forte al legato Filippo Fontana, arcivescovo di Ravenna, nel 1256 quando fu riconquistata Padova e partecipò anche alle fasi finali della guerra contro Ezzelino, sconfitto e ucciso a Cassano d’Adda, nel 1259. La vittoria contro i da Romano comportò la riconciliazione dei nobili ribelli con G., che in tal modo riuscì a recuperare alcuni castelli e ville (come San Stino di Livenza e Corbolone) importanti per il controllo e la difesa dei limiti occidentali del patriarcato, a contatto con le aspirazioni espansionistiche trevigiane e veneziane. La strenua difesa dello stato patriarcale e il desiderio di ricomporne i diritti portarono G. a un continuo attrito con i conti di Gorizia, gli avvocati ma pure i tradizionali nemici della Chiesa aquileiese. Il confronto ebbe fasi alterne e di fatto non trovò una soluzione definitiva, sebbene si possano leggere alcune costanti. Una di queste fu l’interferenza interessata di potentati vicini (i duchi di Carinzia, i conti di Ortenburg, i re di Boemia, le città della Marca Trevigiana…), un’altra fu l’amicizia di G. con Venezia, che durava dagli anni della sua legazione e che era cruciale per consentirgli di mantenere, in cambio di concessioni commerciali, i possessi istriani acquisiti da Bertoldo di Andechs e che erano stati inefficacemente revocati da Corrado IV nel dicembre del 1251. Un primo accordo di G. con il conte Mainardo di Gorizia (Premariacco, 1255) comportava il riconoscimento di quest’ultimo delle amichevoli relazioni tra G. e Venezia. Nel 1257 il patriarca si impadronì del castello di Cormons, un importante baluardo contro le minacce provenienti da Gorizia, e il diritto di custodia del castello gli fu confermato da Mainardo, anche a nome del fratello Alberto, nel 1259. Era una delle concessioni più significative che il conte, indebolito per la disfatta patita da Ezzelino, dovette accordare a G. La partita non era però chiusa e sarebbe assai complicato seguirne analiticamente lo svolgimento. Qui è necessario ricordarne alcune tappe. La pace di Pinguente del 1264 comportava un ridimensionamento consistente delle presenze dei Goriziani in Friuli: con la cessione di Gemona e Monfalcone, oltre che Cormons, prevedeva lo smantellamento di numerosi luoghi fortificati, come Lucinico e Canale d’Isonzo, e la promessa di non aggressione contro i rispettivi alleati. I conti potevano riscattare comunque il castello di Belgrado e riavere Porto Latisana, essenziali per i loro interessi commerciali. La bilancia a questo punto pareva pendere dalla parte di G. Ma le scaramucce proseguirono, si complicarono con l’interferenza di questioni istriane che condussero a un’illusoria alleanza fra i contendenti, fino alla proditoria cattura di cui l’ormai anziano prelato fu vittima per opera di Alberto di Gorizia, il 20 luglio 1267 a Villanova di Rosazzo. Il fatto destò forte impressione in Friuli, il papa Clemente IV scomunicò il conte, ma il patriarca fu liberato il 27 agosto solo dopo aver promesso di non agire a punizione dei colpevoli. Un anno più tardi, il 3 luglio 1268, i collegati del conte Mainardo uccisero il vicedomino del patriarca, il vescovo di Concordia Alberto. La reazione armata di G. ci fu, ma non scalfì la determinazione dei Goriziani: segno di una situazione che stava comunque volgendo a loro favore. Persisteva così l’inevitabile convivenza conflittuale che, senza mai trovare soluzioni definitive, sarebbe proseguita anche nei decenni successivi, costituendo una delle principali ragioni di debolezza del patriarcato, fino alla sottomissione a Venezia. Pio Paschini ha evidenziato come il patriarcato di G. di M. sia stato caratterizzato da alcuni provvedimenti favorevoli allo sviluppo di alcuni centri “urbani” allo stato embrionale. Più che di vere e proprie città, si tratta di “quasi città”, quali Portogruaro, Tolmezzo, Monfalcone, Sacile, che si aggiungevano ai centri più antichi di Aquileia, Cividale e Gemona, e insieme con Udine, negli anni attorno alla metà del Duecento, sembravano costituire il barbaglio di una nuova vivacità economica e sociale, imperniata soprattutto sul commercio e sull’esercizio del mercato e sullo sviluppo, per quanto assai limitato, di autonomie comunali. La sottolineatura di Paschini si collegava in verità con un giudizio storiografico che risentiva fortemente di influssi “patriottici” e valorizzava l’italianità di G., come del Friuli, a confronto con il limitrofo mondo germanico. G. sarebbe stato il principale artefice di una “riscossa” italiana, che sarebbe proseguita nonostante le difficoltà degli ultimi anni di vita del patriarca e avrebbe dato i migliori frutti dopo la sua morte: «Il feudalesimo germanico, che non era mai riuscito a snaturare la tradizionale latinità della regione, si trovava a lottare ormai con un più sviluppato complesso di ordinamenti politici e sociali dovuti alla geniale attività della stirpe e agli influssi della contermine civiltà italica». È bene rinunciare a una tale propensione al giudizio e correggere certe esuberanze “nazionali” del tutto anacronistiche, ma è comunque un fatto che G. si trovò a governare una fase di crescita sociale ed economica del Friuli e trovò soluzioni (soprattutto commerciali e di controllo delle spinte autonomistiche dei centri demici maggiori) che egli aveva evidentemente sperimentato nei suoi lunghi anni di legazione nell’Italia settentrionale, fortemente caratterizzata – com’è ben noto – dalla presenza delle città rette a comune. Ciò che resta in ombra nelle biografie di G. è la sua azione come ordinario di una delle diocesi più vaste della Chiesa occidentale. È abbastanza nota la sua tendenza – assolutamente non eccezionale per l’epoca – al nepotismo e a favorire i membri della sua “familia”, che già l’avevano servito negli anni di legazione e che lo seguirono nella sede aquileiese. Il nipote Lando ebbe un ruolo notevole nell’amministrazione civile e militare dei beni del patriarcato e un suo figlio, Gregorio, intraprese una carriera ecclesiastica che nel 1301 lo condusse alla sede arcivescovile di Siponto. Un altro nipote del patriarca, Giovanni, fu arcidiacono di Aquileia e vicino allo zio fino alla morte, fu poi eletto, nel 1288, vescovo di Perugia da Nicolò IV. Sono tre esempi di un costume dettato non solo dall’esigenza di premiare i propri congiunti, ma pure di essere contornati da un nucleo di persone conosciute e fidate, cui affidare gli incarichi più delicati e difficili. Quanto all’organizzazione della pastorale, si sa che G. tenne almeno un sinodo diocesano, di cui restano alcuni statuti, ma è assai probabile che tale pratica sia stata ben più frequente e sia stata uno degli strumenti correnti di governo spirituale della diocesi. Egli favorì pure gli insediamenti degli ordini mendicanti, il cui primo stanziamento però (i minori a Cividale e, forse, a Gemona) si deve ascrivere all’ultimo periodo di governo di Bertoldo di Andechs. Nel 1252 fu fondato il convento cividalese di S. Domenico, nel 1259 quello udinese dei minori, ed il patriarca ebbe sempre alcuni frati Minori e predicatori tra i suoi collaboratori e confessori. Grazie all’ausilio dei frati mendicanti, G. iniziò anche a regolare l’efflorescenza di istituti monastici femminili (fondazione di S. Maria della Cella di Cividale, nel 1267), secondo una linea che fu perfezionata dal successore, Raimondo della Torre. Gli anni finali di G. conservano le prime testimonianze documentarie di una prassi regolare di registrazione degli atti, dovuta soprattutto ai notai Giovanni e Nicolò da Lupico. I registri superstiti attestano l’azione di G. anche nelle sue vesti di metropolita. Egli interveniva correntemente quale giudice d’appello nelle cause dei suffraganei, spesso scegliendo e consacrando i vescovi delle sedi soggette, almeno di quelle più direttamente controllabili, come quelle istriane. Gli ultimi mesi di vita di G. furono segnati da un’infermità che lo immobilizzò a Cividale. Il 31 agosto 1269 egli dettò il proprio testamento, con numerosi legati in favore sia dei frati mendicanti, sia di istituzioni ecclesiastiche locali, sia di familiari. Volle dividere una sua Biblia magna tra i predicatori e i minori di Cividale, mentre destinò un’altra Biblia parva al nipote Gregorio, pievano di Gemona. Il 5 settembre donò alcuni terreni ai capitoli di Cividale e di Aquileia. Si spense l’8 settembre 1269 e fu sepolto nel duomo di Cividale, come aveva stabilito, se fosse stato eccessivamente oneroso il trasporto del suo cadavere nella cattedrale aquileiese. Il suo sarcofago reca un’epigrafe latina che ne esalta la fortezza e la prudenza quale patriarca d’Aquileia. La sua morte fu pianta pure in un anonimo “chan-plor” in provenzale indirizzato al nipote Giovanni arcidiacono d’Aquileia, oltre che da un “complanctus” latino. I due componimenti esaltano le virtù di G. e soprattutto il suo senso della giustizia e la difesa dei deboli e degli oppressi. Al di là di contenuti, di circostanza e stereotipi, è interessante sottolineare la dignità letteraria delle opere, che denunciano un altro aspetto poco conosciuto e per nulla valorizzato della biografia di G.: i suoi legami – verosimilmente stretti ben prima di assumere la dignità patriarcale – con una cultura letteraria in quei decenni ampiamente diffusa e nota nel Veneto e in Italia settentrionale, ma che per suo tramite trovò un significativo terminale anche nel Friuli aquileiese.

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Bibliografia

H. FRANKFURTH, Gregorius de Montelongo. Ein Beitrag zur Geschichte Oberitaliens, Marburg, M. G. Helwert, 1898; G. MARCHETTI LONGHI, La legazione in Lombardia di Gregorio de Monte Longo negli anni 1238-1251, «Archivio della R. Società romana di storia patria», 36 (1913), 225-285; 37 (1914), 139-226; 38 (1915), 283-362 (raccolti in ID., Gregorio de Monte Longo, legato apostolico in Lombardia (1238-1251), Roma, 1965); P. PASCHINI, Ciociari e altri italiani alla corte di Gregorio da Montelongo patriarca di Aquileia, «MSF», 10 (1914), 483-494; G. MARCHETTI LONGHI, La famiglia di Gregorio da Monte Longo patriarca d’Aquileia. Note storico-genealogiche, «MSF», 19 (1923), 105-130; 20 (1924), 91-121; Registro degli atti e delle lettere di Gregorio de Monte Longo (1233-1269), a cura di ID., Roma, 1965; PASCHINI, Storia, 379-400; M.P. ALBERZONI, Le armi del legato: Gregorio da Montelongo nello scontro tra Papato e Impero, in La propaganda politica nel basso medioevo. Atti del XXXVIII convegno storico internazionale del Centro italiano di studi sul basso medioevo - Accademia Tudertina e del Centro di studi sulla spiritualità medievale (Todi, 14-17 ottobre 2001), Spoleto, CISAM, 2002, 177-239; ID., Gregorio da Montelongo, in DBI, 59 (2002), 268-275.

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