PALAZZINO DA PALAZZOLO

PALAZZINO DA PALAZZOLO

rettore di scuola

P. giunse a Sacile nel 1474 come rettore della scuola pubblica, per un compenso di 100 ducati annui e con l’assegnazione di una casa di abitazione in Plazuta; ma già il primo ottobre dell’anno successivo egli vi moriva. Il giorno stesso il notaio sacilese Lauro Zane fu chiamato dai suoi eredi a redigere l’inventario dei suoi beni, documento oggi illuminante per capire l’irradiamento della cultura umanistica nell’entroterra veneto e nel contempo per intravedervi lo specchio della preparazione e della didattica di maestri che vi circolavano. Che Sacile si affacciasse con vivo interesse al panorama di studi coltivati nell’Università di Padova è documentabile anche dalla scelta dei rettori della propria scuola: P. era stato preceduto fino all’aprile 1474 da tale Gerolamo “patavino” e lui stesso aveva insegnato retorica nello Studio di quella città, come risulta dall’elenco dei testimoni all’esame di dottorato in arti e medicina di Paolo da Bergamo e di Michele Teutonico il 30 gennaio 1368. P. inoltre aveva trasferito con sé un numero e un tipo di opere che da loro stesse testimoniavano le consistenti basi culturali della sua formazione; il testamento stesso poi indicava, sia pure marginalmente, le relazioni che doveva avervi intrattenuto, poiché al momento della morte un suo manoscritto di Servio era detenuto dall’umanista padovano Francesco Buzzacarini. In realtà non si possiedono molti elementi direttamente riferibili alla biografia del grammatico, ove si escludano le scelte relative ai testi della sua biblioteca (centocinquantasette opere segnalate per autore o soltanto per l’incipit, più alcune greche, forse cinque, non identificate dal notaio) generosamente legati ad Antonio di Montereale, pievano di Sacile dal 1472, appartenente a un ramo di antica famiglia ormai decaduta, i cui rampolli, perduti castello e feudo, operavano nel Pordenonese, quindi a tale ser Ficherio Gaiotti, e a un terzo erede, per un solo manoscritto di un Plauto («in papiro, ligatus et copertus totus corio rubeo cum brochis») indicato con il nome di Ludovico da Rodengo di Brescia e infine un Lattanzio a Pietro Certaldo. ... leggi Nel testamento non sono ricordati familiari, neppure quel Francesco da Palazzolo, che la comunità sacilese nominò come suo successore: più che di un parente, si trattava forse di un ripetitore o di un conoscente di fiducia condotto da P. al suo seguito. L’identità dei legatari indicherebbe in ogni modo la mancanza di eredi diretti cui affidare un tesoro del genere. Per la località indicata come provenienza si potrebbe collegare il grammatico con il giurista padovano Lauro da Palazzolo, se Giorgio Ronconi non avesse chiarito che quest’ultimo era rampollo della nobile famiglia Palazzi originaria di Fano, la quale aveva dato un lettore allo Studio di Padova e un archiatra ai Carraresi. Nella genealogia ricostruita dallo studioso non c’è spazio per il nostro P. Il Ronconi spiega altresì che a Padova esisteva una famiglia modesta, ugualmente definita «da Palazzolo», di origine bresciana, dove si contava anche un Antonio docente di retorica, morto di peste nel 1465, il quale fu maestro di Francesco Buzzacarini, che il grammatico docente a Sacile aveva dimostrato di conoscere. All’origine bresciana si potrebbe collegare anche l’amicizia che P. dimostrava con Ludovico da Rodengo, in ogni modo non presente all’operazione del notaio. Il lavoro di quest’ultimo si protrasse per tre giorni, dato l’alto numero di elementi da elencare. A parte i capi di vestiario e i vari oggetti di valore d’oro e d’argento, l’impegno dello Zane senz’altro derivò dalla biblioteca, straordinariamente ricca per un maestro di scuola che avesse dovuto acquistarsela con i proventi della propria attività. Del resto non si sa se si trattasse, almeno in parte, di beni ereditati (da un padre a sua volta grammatico?) o se i libri fossero stati accumulati nel corso di una lunga fortunata carriera, non si sa perché conclusasi in un piccolo centro come Sacile. Ma è soprattutto l’insegnamento all’Università di Padova che giustifica la presenza di una così ricca biblioteca. Subito colpisce la presenza di cinque tavole “ad lineandum”, che denunciano un esercizio allargato di copisti. P. appartenne dunque all’ultima schiera di quei maestri di scuola che insegnavano ai loro allievi l’arte della scrittura. Tra i testimoni illustri che lo avevano preceduto nella Patria del Friuli basta annoverare Giovanni da Spilimbergo a Udine nel 1451. Soltanto da pochi anni era cominciata l’attività tipografica a caratteri mobili – Gerardo da Lysa a Treviso già stampava nel 1471 – e già P. ne aveva adottato i sistemi: in una cassetta di noce nella “camera cubiculari” custodiva un «alphabetum de litteris magnis scultum sive in stampa». Dato che inoltre aveva tre «tabulae de lineando sive rigando», si può facilmente dedurre che fosse anche copista. Ciò è inoltre dimostrato dalla presenza di varie opere ancora fascicolate, non cucite, alcune delle quali espressamente indicate come «in quinternis non ligatis». Il settore professionale comprendeva per la massima parte autori latini, dai manuali per principianti ad opere impegnative di classici. La serie apriva gradatamente con testi per le prime esercitazioni degli allievi, dal catechetico Donato “minor” con il quale s’insegnava la struttura delle quattro coniugazioni; del Donato “maior” aveva manoscritta la terza parte, il famoso Barbarismus. Accanto a questo i latinantes potevano usufruire del Prisciano maggiore (Institutiones grammatica maius volumen). Così per le letture si prevedevano i Disticha Catonis. Analogamente per il greco il maestro si era provvisto degli Erotemata del Crisolora, che Guarino per la sua scuola aveva tradotto e amplificato, ma non ancora stampato (1484); P. pertanto li aveva in qualche modo acquistati o copiati. Non mancava un manuale per l’interpretazione allegorica dei miti antichi, quale il De dictis gentium illorum allegoriis del Mitografo vaticano. L’insieme trasmette l’idea di una cultura ormai orientata verso la letteratura e solo marginalmente verso materie diverse. Nell’insegnamento del latino P. evidentemente apprezzava l’antico metodo catechetico italico, tipico di Donato, Prisciano e Servio. A prescindere dal sistema, con sensibilità da uomo del suo tempo, seguiva l’opinione del Valla, secondo il quale dopo quei maestri nessuno aveva più saputo scrivere in latino. Possedeva tuttavia anche il Notabilia grammaticae di Giovanni da Soncino (che non faceva ancora distinzione fra morfologia e sintassi). Per l’ars dictandi aveva accolto pure testi come il Doctrinale di Alessandro da Villa Dei, il Graecismus di Everardo da Bethun e i Poetria nova di Goffredo da Vinsauf. Naturalmente per gli epistolantes era prevista la pseudociceroniana Rhetorica ad Herennium (che impostava i tria genera dicendi), addirittura in tre copie, con quattro relativi commenti. La fortunata diffusione di quest’opera, dovuta, oltre che all’autorevolezza del supposto autore Cicerone, poteva giustificare la sua presenza nella biblioteca di un insegnante di retorica, tanto più perché essa introduceva alla cultura letteraria latina con una terminologia tecnica e con esempi derivati da autori latini. Guarino la usava e la commentava nella sua scuola. Proprio nel corso del secolo XV la paternità ciceroniana era stata messa in dubbio con l’attribuzione a Cornificio non ancora oggi universalmente accettata. Il professore di retorica si era quindi munito sia di testi antichi sia di opere rimesse in discussione o del tutto nuove. Così alla cultura della scuola veneziana si collegava la Rhetorica di Giorgio Trapezunzio che brillava in questo settore. Che si trattasse di un’influenza a distanza o di un contatto diretto con il maestro di Trebisonda non si è ancora in grado di definire; si può ancora una volta sottolineare che, grazie alla mobilità dei docenti, la cultura dei piccoli centri si arricchiva di nuova linfa. Quanto allo studio della metrica latina, le valide mitiche opere dei grandi classici ritornavano ancora utili. I ragazzi di Sacile potevano avvalersi dell’opera di Censorino, che dal terzo secolo in poi ne trasmetteva le nozioni più antiche insieme con quelle della musica. E, forse effetto delle Elegantiae del Valla, P. era stato indotto a fornirsi di un De verborum significatione e di un Altum pro alte. I classici latini erano ampiamente rappresentati sia in poesia sia in prosa. A parte i carmi di Catullo, per merito del manoscritto veronese ormai largamente circolanti, P. offriva i classici poemi, molti dei quali studiatissimi nel medioevo (Virgilio e Lucano, Ovidio delle Metamorfosi e dei Fasti), poi Orazio, Terenzio e Plauto, quet’ultimo tanto amato nel contubernio guariniano. Naturalmente c’erano gli storici: i Commentarii cesariani, biografie quali la Vita Pomponi Attici di Cornelio Nepote, le Vitae di Svetonio (che in tempo di signorie doveva piacere molto, benché P. lavorasse nel territorio della Repubblica Veneta). Fondamentale per un umanista doveva essere Cicerone, massicciamente rappresentato con varie Epistolae (un libro ne era stato stampato a Venezia nel 1470), il De amicitia, il De senectute, il Somnium Scipionis, estrapolato fin dall’antichità dal contesto, a quel tempo ancora ignoto, del De republica), il De divinatione, i Topica, nonché un commento al De oratore. P. si era procurato anche alcune clamorose scoperte degli umanisti del secolo: parte degli Argonautica di Valerio Flacco, trovati da Poggio a San Gallo nel 1416, il pliniano Panegyricus in laudem Traiani, che l’Aurispa aveva recuperato a Magonza nel 1433; il De ave Phoenice di Lattanzio, scovato nel 1432 dal Cusano a Strasburgo durante il concilio di Basilea e il De grammaticis et rhetoribus di Svetonio recuperato dallo stesso Cusano. Se inoltre tanti autori latini familiari presso maestri del suo tempo mancavano nella sua biblioteca (Livio, Lucrezio, Marziale, Properzio, Fedro), tuttavia P. aveva accolto o copiato il De corographia di Pomponio Mela, cui si accostava un mappamondo custodito nella prima cassa, il De re rustica di Columella nonché i varroniani De re rustica e De lingua latina a stampa, forse nell’edizione veneziana del 1470. Aveva anche il De sanitate tuenda di Pietro d’Abano. Con questo tipo di opere sembra che volesse emulare l’impostazione didattica di Guarino, attento a trasmettere, accanto a nozioni letterarie, quelle che allora potevano essere considerate scientifiche. Un ulteriore elemento di raccordo con il circolo ferrarese è dato dalla Laudatio Leonelli Estensis, naturalmente manoscritta. Non stupisce poi il fatto che in quell’epoca ormai ci si preoccupasse di fornire ai ragazzi almeno gli elementi della lingua e della cultura greche. Ecco infatti, oltre ai ricordati Erotemata, il manoscritto di In aureos versus Pythagorae di Ierocle, abbastanza noto se circolante nella traduzione Mercurius, stampato a Treviso nel 1471 e a Padova nel 1474, quindi facilmente familiare a un intellettuale veneto. Nella biblioteca del maestro erano presenti poi opere filosofiche, quali il celeberrimo Timeo platonico, molto amato, che aveva attraversato il medioevo nella versione di Calcidio, e curiosamente il dialogo Teofrasto di Enea da Gaza, il tardo ellenista che, pur allievo di Ierocle, su formazione platonica aveva sostenuto l’immortalità dell’anima e la resurrezione dei corpi. P. però si mostrava allievo di scuola padovana conservando la Metafisica di Aristotele nella traduzione dugentesca di Guglielmo di Moerbeke, ormai stampata, e, sempre dello stesso filosofo greco, il De generatione et corruptione. L’interesse per la filosofia è sottolineato dalla presenza della Logica parva di Paolo Veneto, certamente diffusa a Padova e alla fine del Quattrocento divenuta curriculare nello Studio per la sua chiarezza e praticità. Nell’inventario è segnalata poi la presenza di opere greche indicate in modo generico, evidentemente perché il notaio non ne conosceva la lingua. Oltre ad alcune decisamente professionali, come l’Esopo, probabilmente nella versione medioevale di Romolo, comparivano un testo di Erodoto a stampa, un dialogo di Luciano, gli Apophtegmata ad Traianum di Plutarco nella versione del Filelfo, il Liber de optimo imperatore del filosofo platonico Onosandro, tradotto da Nicolò Saguntino e una parte dell’opera di Strabone nella versione di Guarino (1453). Pure Ermete Trismegisto era entrato nella traduzione del Filelfo, ancora manoscritto nella biblioteca di P., anche se pubblicato nel 1470. L’opera era sicuramente importante per i collegamenti con Dionigi l’Aeropagita e la teoria delle categorie angeliche (benché nell’inventario manchi in toto Dante). Il professore di retorica, nell’ottica del suo concetto di eccellenza, non aveva inoltre potuto omettere opere di colossi del Trecento e del suo stesso secolo, come il De Terencii vita del Petrarca, probabilmente da affiancarsi allo studio del commediografo, e ancora del Petrarca due quinterni manoscritti dell’Africa (da notare che il poema era stato trascritto e pubblicato da P. P. Vergerio nel 1396 da un autografo perduto e fatto circolare ancorché incompleto). E il Vergerio stesso era presente attraverso il trattato De ingenuis moribus, considerato fondamentale per gli studia humanitatis. L’interesse pedagogico del P. si rivela anche nella presenza di due copie del De educandis liberis di Ognibene Scola da Lonigo, suo contemporaneo, attivo nell’officina veneziana del Jenson. Forse dallo stesso tipografo provenivano le Elegantiolae stampate del maestro di eloquenza Agostino Dati, le quali tuttavia a quell’epoca erano state edite già quattro volte. Singolare appare la presenza di un’opera dell’Alberti in volgare (sculptus in vulgari), forse identificabile nella Novella di Ippolito e Lionora, edita a Padova nel 1471. Certamente nello spirito del recupero scientifico del passato attraverso le fonti P. si era procurato il De Roma triumphante composto da Biondo Flavio fra il 1457 e il 1459, che offriva un quadro sistematico del diritto, delle istituzioni, del costume e della religione di Roma antica. Infine nel lungo e qui necessariamente non completo elenco di libri esistenti nella casa di P. solo quattro in qualche modo riportano a un interesse per la religione cristiana o a una pratica relativa: un Officiolum beate Virginis, i Moralia in Iob di Gregorio Magno (unico padre della Chiesa presente nell’inventario), un testo indicato come Requiem aeternam (forse un ufficio per i defunti) e una versificazione di sentenze agostiniane di Prospero d’Aquitania, neppure una Bibbia, benché P. possedesse una scultura lignea rappresentante il Cristo. Sembra pertanto che la scuola avesse un orientamento decisamente laico. Chiari appaiono i collegamenti con l’ambiente culturale patavino e veneziano; ma soprattutto s’insinuano con frequenza l’ombra di Guarino e l’influenza dell’ambiente ferrarese. In sostanza tuttavia si può dire che, nonostante la generale emarginazione nella quale lavoravano molti maestri nell’entroterra veneto, P. rappresentava la figura di un umanista aperto alle novità dell’Italia centro-settentrionale. Certo a Sacile non dovette essere facile subentrare a un rettore supportato da una così ricca biblioteca e dalla fama di tanta dottrina; tanto è vero che dopo Francesco da Palazzolo rimase nella cittadina per poco tempo e già nel 1477 il povero maestro Pasquino da Venezia, a questo subentrato, risultato «ignarus legendi debito modo auctores et libros atque instruendi constructiones grammaticales», fu licenziato «pro sua imperitia atque insufficientia».

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Bibliografia

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