POLCENIGO (DI) GIORGIO

POLCENIGO (DI) GIORGIO (1715 - 1784)

giurista

Immagine del soggetto

Frontespizio del libretto per le nozze di Colloredo-di Maniago, opera di Giorgio di Polcenigo, Venezia 1765.

Nacque nel 1715 a Cavasso Nuovo (Pordenone) da Girolamo della famiglia dei giusdicenti di Polcenigo e Fanna, aventi diritto di seggio nel parlamento della Patria del Friuli, e dalla nobile veneta Maria Dandolo. Studiò dapprima al collegio di San Vito di Anton Lazzaro Moro, lo scienziato legato alla sua famiglia; poi a quello dei padri somaschi di Capodistria per laurearsi infine in giurisprudenza all’Università di Padova. Sposò in tarda età la nobile padovana Angela di San Bonifacio. Ospite del fratello Lelio, capitano dell’esercito del re di Francia, fu nel 1748-49 a Parigi dove conobbe tra l’altro Voltaire. Viaggiò anche in anni successivi a lungo attraverso la Francia, il Lussemburgo, la Germania e l’Austria, frequentando ambienti aristocratici e circoli colti ed eleganti, come attestano le lettere ai familiari, alcune delle quali comprese nella raccolta Lettere inedite d’illustri friulani del secolo XVIII o scritte da altri uomini celebri a personaggi friulani (1826). Fu iscritto all’Arcadia di Roma, alle accademie di Udine e Conegliano, in contatto con l’ambiente culturale veneto, conoscitore della più recente produzione intellettuale e di opere classiche della storiografia francese, come il Mezeray e il gesuita Daniel. La buona conoscenza del francese fu occasione della Traduzione della famosa lettera del sig. Rousseau al sig. Racine sopra il di lui sublime poema della religione (1763) e della traduzione del Panegirico di Luigi XV re di Francia di Voltaire (1768). In Friuli partecipò quale rappresentante del seggio di Polcenigo nell’ordine dei castellani alle sessioni del parlamento, convinto della necessità di un rilancio della sua attività legislativa. ... leggi Nel 1782 fu eletto nella commissione di tre soggetti (con lui Francesco Florio per i prelati e Giovan Battista Flamia per le comunità) che avrebbe dovuto riformare le costituzioni della Patria del Friuli, la seconda revisione dopo quella iniziata nel 1658 e data alla stampe nel 1673, ma il lavoro non fu mai portato a termine. L’opera del P. fu rivolta principalmente alla difesa giuridica dell’ordine nobiliare all’interno del parlamento, alla satira letteraria contro fatti e personaggi del mondo friulano contemporaneo, alla poesia d’occasione secondo un genere alla moda. Nel 1761 uscì il suo saggio De’ nobili, de’ parlamenti, de’ feudi, concepito come lettura per l’iscrizione all’Accademia di Udine, in cui il P. asserisce l’origine di età longobarda della feudalità e del parlamento friulano. Citando Montesquieu, facendo propria e adattando la tesi di Henry de Boulainvilliers, egli sostiene la natura allodiale dei feudi friulani che sarebbero stati liberamente posseduti e retrodata all’epoca di Rotari e Liutprando l’origine del parlamento, inteso come un’assemblea di nobili guerrieri a cui sarebbe spettato il “gius delle genti”. L’opera, inviata a Voltaire e da lui garbatamente apprezzata in una lettera al P. per il servizio reso a «la science et la raison», con la dimostrazione che i feudi in Europa sarebbero antecedenti a Carlo Magno si presenta in un dibattito di ampio respiro, ma si rivolge con forza polemica soprattutto al conflitto tra corpi cetuali e sociali del Friuli, dove è vivo lo scontro tra la nobiltà feudale arroccata nel parlamento e la nobiltà urbana, in particolare quella di Udine. La città infatti come comunità è una voce del parlamento, ma pretenderebbe di rappresentare la generalità della Patria di fronte a Venezia; questa, se da un lato si destreggia in un difficile equilibrio, dall’altro di fatto tenta di ridurre il potere giurisdizionale dei feudi, chiedendo il rinnovo delle investiture, controllando il rapporto tra giusdicente e comunità. Il P. vuole dimostrare che le comunità sono entrate nel parlamento soltanto per concessione patriarchina, mentre la nobiltà feudale avrebbe avuto il suo posto nell’assemblea anteriormente agli stessi patriarchi, nel tentativo di costruire in questo modo una tradizione tale da legittimare il privilegio del suo ceto e di difenderne la superiorità di fronte alle pretese della comunità di Udine, a loro volta sostenute da giuristi che ribadivano invece l’illegittimità del privilegio feudale. Il P. non va oltre, non afferma cioè possibili limiti dell’autorità di Venezia sul parlamento, limiti che le deriverebbero dall’essere l’erede del potere dei patriarchi, mentre più antica sarebbe l’origine dell’assemblea; si limita ad esaltare il potere feudale sulle nuove forze sociali emergenti. La difesa di vecchi ideali nobiliari è un motivo che si ritrova in molte sue satire letterarie in versi che ebbero larga circolazione manoscritta anche con lo pseudonimo di conte Nolini presso i contemporanei, come attestano le lettere di ringraziamento di Melchiorre Cesarotti da Padova, di Durante Duranti da Venezia, di Giovanni Lami da Firenze, di Pietro Metastasio da Vienna, di Gio. Batta Roberti da Bassano, di Voltaire da Ginevra, i quali si compiacciono con l’autore per il tono giocoso e l’originalità. Di fronte a significativi eventi politici e culturali del Settecento, il P. si schierò con i gesuiti contro la soppressione del loro ordine, si avvicinò alla linea del padre domenicano Tommaso Maria Mamachi contro il giurisdizionalismo di Antonio di Montegnacco in materia di beni di chiese e luoghi pii, scrivendo versi verbalmente violenti in proposito. Nonostante la cortesia formale di Voltaire nei suoi confronti, il P. fu avverso alla sua ideologia, su cui satireggiò riservandogli un posto nell’inferno quale «istorico imperfetto, filosofo ignorante, empio perfetto». La sua polemica si riversava su tutto ciò che sapeva di nuovo o modificava il vecchio mondo, criticava il costume, ma indulgeva troppo spesso al pettegolezzo mondano. La difesa di un astratto concetto di antica nobiltà fa da sfondo a un poemetto del 1764, il Viaggio concineo, attestato da numerose copie, in cui il P. satireggia sia su una famiglia della vecchia nobiltà come gli Strassoldo sia su una famiglia di “parvenus” come i Concina di San Daniele, originari di Clauzetto e bollati come «montanari». Pochi anni prima c’era stato un fatto che aveva fatto scalpore: nel 1756 Giacomo Concina aveva acquistato dai conti di Varmo il loro feudo di San Daniele, che dava diritto di seggio in parlamento, ottenendone l’investitura dalla Repubblica di Venezia, ma provocando la violenta reazione dei nobili castellani che non accettavano che nel loro ordine potesse sedere un soggetto proveniente dal mondo mercantile. Il Viaggio concineo inizia proprio con l’evidenziare la scalata cetuale della famiglia di San Daniele così che i versi, per quanto giocosi e irridenti, vivono di una polemica che il P. aveva condotto in prima persona, mentre l’ironia si estende fino a comprendere anche vecchie famiglie. Gli Strassoldo, infatti, accettano il matrimonio economicamente conveniente con un giovane Concina (che ha acquistato il «Varmeo trono»), i Concina si recano in visita senza preavviso dai Boiani di Cividale che li trattano con disprezzo. Il P. prende le distanze da comportamenti che offendono l’idea e il ruolo che egli affida alla nobiltà: gli Strassoldo per aver ceduto al denaro, i Concina per non saper osservare il decoro formale. Il rispetto delle regole, intese come esteriorità, è il tema di un altro poemetto, la Lettiera precipitata. Seguono Il tempio della gloria, Fra Simone, Il Caffè, l’Imeneo cusano, in cui il P. satireggia sul matrimonio dell’ottantenne Orazio di Cusano con una giovane, Il tempio d’Imeneo, stampato nel 1770 e dedicato all’amico Pietro Antonio di Maniago per le nozze con Caterina di Brazzà. Il P. fu autore pure di molti versi d’occasione per ingressi di luogotenenti, matrimoni, monacazioni, occasioni di intrattenimento mondano, brindisi augurali o scherzi nella forma dell’ode, del sonetto, dell’epigramma, alcuni dei quali furono stampati in sillogi poetiche, altri si conservano in copie manoscritte presso la Biblioteca civica e l’Archivio di stato di Udine. Tra questi componimenti particolarmente pesante è l’epitafio del borghese Antonio Zanon, a cui il P. rimprovera, in versi violentemente satirici fino alla volgarità, di essere stato di origine ebraica, di non avere rispettato «del Friuli i zentilomini», di essersi comportato da «ingrato buffon». L’accusa, come sembrerebbero attestare le lettere del 1764 dello Zanon a Fabio Asquini, nacque da una questione per terreni di Chiasottis e relative accuse malevole (tra l’altro avrebbe dovuto essere arbitro della lite l’odiato Antonio di Montegnacco) da parte di Gasparo di Strassoldo, appartenente alla stessa famiglia che aveva patrocinato il battesimo del padre dello Zanon, già Caprileis. Oppure le divergenze avrebbero avuto un’origine antecedente, forse da una difesa (ma non attestata) da parte dello Zanon dei deputati della città contro il capitolo del duomo per una questione del 1739 che contrapponeva agli interessi giurisdizionali di Udine sulla chiesa metropolitana anche gli Strassoldo. In ogni caso si tratterebbe di un episodio circoscritto, in quanto lo Zanon fu invece in buoni rapporti con Giulio di Strassoldo, fratello di Gasparo e interessato ai problemi della nuova agricoltura. Non soltanto, ma Gasparo è lo stesso Strassoldo la cui figlia ha sposato il Concina del Viaggio concineo. Piuttosto, al di là di questi pretesti, l’antipatia nei confronti di Zanon del P., che pure nella corrispondenza dall’estero del 1748 con la sorella Vittoria si mostra interessato ai problemi dell’agricoltura, può spiegarsi con motivazioni più ampie, con il rifiuto del tutto snobistico verso l’iniziativa della Società d’agricoltura pratica di Udine, promossa soprattutto da borghesi o da esponenti di una piccola nobiltà urbana, avversata o ignorata dalla grande nobiltà terriera. Il P. morì a Fanna (Pordenone) nel 1784. Il conte Sebastiano Florio in una lettera al fratello Filippo, conservata presso l’Archivio di stato di Udine, commentò così il fatto: «Avrete saputo prima d’ora la morte del conte Giorgio di Polcenigo per idropisia. Vi sarà alcuno che farà la di lui orazione funebre e il di lui elogio con stile alquanto piccante». La sua opera non ebbe diffusione nella prima metà dell’Ottocento, tranne che per la pubblicazione di alcune sue rime nel 1800 presso l’editore Pasquali di Venezia nell’Anno poetico ossia raccolta annuale di poesie inedite di autori viventi (dove il P. è dato erroneamente per vivente) e per la riedizione nel 1838 presso Vendrame di Udine di Il tempio di Imeneo. Nel 1884 il Marcotti in Donne e monache presenta il P. come originale poeta inedito, fonte per conoscere i pettegolezzi quotidiani del suo mondo, ma bollandolo per la volgarità e per lo spirito reazionario. Eppure in quegli anni Joppi, negli appunti dei Letterati friulani, ne sottolineava oltre alla capacità poetica il modo nuovo di fare satira costruendola su fatti «veri». Con la pubblicazione nel 1901 del Viaggio concineo su «Pagine friulane» iniziò l’interesse per il P. Subito dopo comparve, infatti, sulla «Patria del Friuli» del 17 settembre un articolo di un anonimo bibliofilo che esaltava il valore altamente civile di una satira che avrebbe corretto tante «spagnolesche alterezze» della nobiltà, quasi memore del Giorno pariniano. La prima sistemazione critica si deve nel 1929 a Fattorello, che individuava nel P. una personalità diversa dal clima arcade dominante, preoccupata di indicare valori civili. Tale giudizio è stato ripreso dal Fabbrovich nell’introduzione all’edizione della Lettiera precipitata del 1933. Più recentemente, nell’ambito del rinnovato interesse per gli studi sul Settecento e i dibattiti sull’idea di nobiltà, l’opera e la figura del P. sono state oggetto di una rivisitazione che ha portato alla definizione di una sua precisa biografia e a un inquadramento dei suoi scritti come espressione di una volontà di ricostruire una tradizione fondata sul privilegio feudale di contro alle dinamiche che davano invece sempre maggior peso ai nuovi corpi sociali emergenti.

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Bibliografia

Ms ASU, Florio, 40, Lettera di Sebastiano Florio al fratello Filippo (20 ottobre 1784); mss BCU, Principale, 167, G. di Polcenigo, Fra Simone; ivi, 1765, Id. [pseudonimo conte Nolini], Imeneo cusano; Ibid., Ioppi, 156, Id., Raccolta di poesie serie, critiche, giocose con note di P.A. di Maniago. Aggiunte tre lettere, di cui una di P. Metastasio; Ibid., Principale, 281, P.A. di Maniago, premessa a G. di Polcenigo, Raccolta di poesie diverse; Ibid., Joppi, 710b, IV, n. 2, V. Joppi, Letterati friulani.
G. DI POLCENIGO, De’ nobili, de’ parlamenti, de’ feudi. Saggi del conte […], Venezia, Fenzo, 1761; ID., Traduzione della famosa lettera del sig. Rousseau al sig. Racine sopra il di lui sublime poema della religione, Venezia, Recurti, 1763; ID., Al signor marchese Rodolfo del S. R. I. conte Colloredo, de’ baroni di Walsa […] per le sue nozze colla signora contessa Claudia de’signori di Maniago […], Venezia, Fenzo, 1765; ID., Panegirico di Luigi XV re di Francia di Voltaire, Venezia, Bassaglia, 1768; ID., Il tempio di Imene, Udine, Del Pedro, 1770 (= Udine, Vendrame, 1838, nozze Menini-Pizzati); ID., Il tempio di Imeneo: al signor conte Antonio di Maniago per le sue felicissime nozze con la signora contessa Caterina di Brazzacco, Udine, Del Pedro, 1773; ID., Viaggio concineo, «Pagine friulane», 14 (1901), 2; ID., La lettiera precipitata. Poemetto giocoso inedito settecentesco, a cura di E. FABBROVICH, Udine, Bosetti, 1933; ID., Lettere, in Lettere inedite d’illustri friulani del secolo XVIII o scritte da altri uomini celebri a personaggi friulani, Udine, Mattiuzzi, 1826, 168-184.
G. MARCOTTI, Donne e monache, Firenze, Barbera, 1884, 351-354; F. FATTORELLO, Storia della letteratura italiana e della coltura nel Friuli, Udine, Ed. ... leggi La Rivista letteraria, 1929, 181-182; E. FABBROVICH, introduzione a G. DI POLCENIGO, La lettiera precipitata, Udine, Doretti, 1933; P. FERRO, Il conte Giorgio di Polcenigo e la cultura friulana del Settecento, in Polcenigo. Mille anni di storia, a cura di G. FORNASIR, Polcenigo, Comune di Polcenigo, 1977, 85-93; E. MIRMINA, Ideologia e poesia in una singolare testimonianza dell’ancien régime in Friuli, Udine, Missio, 1990; G. TREBBI, Il Friuli da1420 al 1797. La storia politica e sociale, Udine, Casamassima, 1998, 368-370; L. CASELLA, Storia istituzionale e Friuli veneto. Temi della storiografia locale tra Ottocento e primo Novecento, in Rappresentanze e territori. Parlamento friulano e istituzioni rappresentative territoriali nell’Europa moderna, a cura di L. CASELLA, Udine, Forum, 2003, 436-438; ID., Scritti sulla città, scritti sulla nobiltà. Tradizione e memoria civica a Udine nel Settecento, «Annali di storia moderna e contemporanea», 12 (2006), 351-371.
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