SGORLON CARLO

SGORLON CARLO (1930 - 2009)

scrittore, insegnante

Immagine del soggetto

Lo scrittore Carlo Sgorlon ritratto da Nino De Carne, Udine, 2003.

Nacque a Cassacco (Udine) il 26 luglio 1930, da Livia Mattioni, maestra elementare, e da Antonio, sarto, che aveva vissuto la terribile esperienza della prigionia durante la prima guerra mondiale. Secondo di cinque figli, trascorse l’infanzia tra Udine e Tricesimo, presso i nonni, per i quali la compagnia del piccolo compensava la perdita immatura di un figlio. Il nonno Pietro Mattioni, insegnante elementare e appassionato scrittore, giornalista, poeta, soprattutto di cose friulane, fu dal 1919 uno dei primi soci della Società filologica friulana. Fu il nonno a trasmettere a S. la passione per la lettura, per il gusto della parola, per l’arte, per i classici, avviandolo a quella formazione umanistica che tanta parte avrebbe avuto nella sua narrativa. L’infanzia vissuta a contatto con l’ambiente gli trasmise la passione per la cultura rusticale e contadina, per i miti arcaici legati alla natura, mantenuti vivi dalla presenza assidua in casa delle illustri figure di scrittori quali Bindo Chiurlo, Chino Ermacora, Giuseppe Costantini, Giuseppe Lorenzon. Soltanto a nove anni S. iniziò a frequentare regolarmente la scuola, la quinta elementare, per poi sostenere l’esame di ammissione alle scuole medie a Udine, dove i genitori vivevano. La frequenza alla scuola pubblica durò due anni, per proseguire al collegio Toppo Wassermann di Udine come borsista interno. Fu in quegli anni che S. maturò la sua vocazione di scrittore e di narratore, unita all’amore per la poesia e per l’arte (S. stesso fu pittore). Proseguì gli studi classici al Liceo Iacopo Stellini di Udine. Terminato il liceo, a diciotto anni superò la selezione per entrare alla Scuola Normale Superiore di Pisa, nella classe di lettere, allievo dal 1948-1949 al 1952-1953; all’esame si classificò quarto. ... leggi Tra i compagni del corso ordinario vi era Giuseppe Velli, filologo classico e umanistico. A Pisa ebbe come maestri Luigi Russo, Delio Cantimori, Cesare Luporini, Giorgio Pasquali, Alessandro Perosa, Cesare Giarratano; la frequentazione della Normale gli fornì inoltre occasione di conoscere il grande storico dell’umanesimo e della civiltà rinascimentale Paul Oskar Kristeller, e il filologo e critico letterario Vittore Branca. Le attestazioni di stima di quest’ultimo nei suoi confronti sono testimoniate dal carteggio intercorso dal 1975 al 1995. Lo stesso Branca invitò più volte S. a tenere lezioni-conferenze alla Fondazione G. Cini di Venezia. Si laureò in lettere il 30 novembre 1953, con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi sulla narrativa di Franz Kafka sotto la guida di Vittorio Amoretti, docente di letteratura tedesca. La tesi fu pubblicata nel 1961 dall’editore vicentino Neri Pozza, che era un fine intenditore di letteratura, critica e arte. S. lesse in quel periodo Thomas Mann, si appassionò alla creazione di Tonio Kroger, ricevendo la conferma della sua vocazione di scrittore. Nel 1953-1954 poté fruire di una borsa di scambio presso il Maximilianeum di Monaco di Baviera, che gli consentì di perfezionare la sua conoscenza della lingua e letteratura tedesca. Insegnò materie letterarie dal 1954 al 1959 nella Scuola agraria S. Sabbatini di Pozzuolo del Friuli e dal 1960 al 1962 presso l’Istituto tecnico A. Malignani di Udine. Il 21 ottobre 1961 si unì in matrimonio con Edda Agarinis, di origine carnica, insegnante di scuola elementare, che condivideva con lui il fascino e l’attrazione per il mondo magico e arcaico, una delle note più originali di S. narratore. Di lei lo scrittore ebbe occasione di osservare che era «inclinata alle cose magiche, attirata dai miti, dagli archetipi, dalle fantasie, dalle leggende; di mentalità arcaica, tendeva a dare a ogni cosa spiegazioni favolose e improbabili, tipiche della cultura ancestrale» (La penna d’oro, Treviso, 2008). Nel 1963, in seguito a concorso, fu nominato straordinario di letteratura italiana e storia presso l’Istituto tecnico commerciale A. Zanon di Udine; assunse il ruolo nel 1965, svolgendo l’attività di docente in maniera continuativa fino al 10 settembre del 1980, anno nel quale lasciò l’insegnamento. S. è ricordato dai suoi ex allievi come un docente autorevole, dotato di profonda carica umana, sorretta da grande cultura. Per onorare la sua attività di educatore e di scrittore la Presidenza del consiglio dei ministri gli conferì la prestigiosa medaglia d’oro di “benemerito della scuola, della cultura e dell’arte”. La docenza nella scuola fu una sua scelta deliberata, presa fin dagli anni pisani di frequenza alla Normale, una scuola che per sua natura dischiudeva le porte della ricerca universitaria. Quegli anni di studio furono di grande importanza, segnata anche dal conferimento del premio Campano d’oro (1992). La formazione intellettuale, di matrice filosofica kantiana, permise a S. di assecondare la sua spiccata capacità di rielaborazione personale, mantenendo quell’individualità di giudizio che sarebbe stata caratteristica del suo essere uomo di cultura e scrittore del suo tempo. La sua concezione storica, d’ispirazione vichiana, si accompagnò ad una visione pessimistica e ciclica degli eventi, che non escluse la speranza del ritorno di una nuova età, come nel romanzo Gli dei torneranno (Milano, 1977), di intonazione epico-profetica, dove la narrazione della storia friulana supera la narrazione degli eventi e il senso della storia si unisce al fascino per il leggendario e il favolistico. La predilezione per l’interpretazione epica del mondo si accompagna alla scrittura di apologhi, di parabole, di ricostruzioni «che attingono qualcosa dal materiale fornito dalla storia e dall’accaduto, ma che subito vengono trasformate in vicende dai lineamenti leggendari, affini al mito». Il vero esordio di S. avvenne con il racconto e le novelle, genere letterario che lo scrittore sperimentò non in modo continuativo e generalmente su sollecitazione, poiché è nel romanzo che si esplicava a pieno la sua vena creatrice. Il primo racconto lo scrisse nel 1958, La casa di Coròss, riconosciuto dall’autore come il suo primo lavoro maturo. Altri ne seguirono, pubblicati su vari giornali e trasmessi dalla Rai di Trieste. La poetica di S. trovò voce già nell’esordio con Il vento nel vigneto (1960, poi diffuso nelle scuole), pubblicato in friulano nel 1970 con il titolo Prime di sere e premiato dalla Società filologica friulana. Seguirono Il Dolfin (1982, traduzione in italiano delle fiabe scelte da Giorgio Faggin), Il Calderas del 1988 (premi Fiuggi, Napoli e Nonino, 1989) e Ombris tal infinît (Udine, 2010), romanzi che racchiudono i motivi prediletti da S.: il mondo contadino e la visione intimistica ed ecologica dell’esistenza, motivi portanti della sua narrativa, nella concezione della natura come “Grande Madre” a cui l’uomo dovrebbe affidarsi. Il romanzo La poltrona (1968, premi Nino Savarese ed Enna), edito all’epoca della contestazione studentesca, rappresentò un momento di crisi esistenziale, dove i temi centrali sono la fuga del tempo e il “male di vivere” montaliano (chiaro è l’influsso di Kafka). L’interesse prevalente in S. per l’“uomo di pena” si esplica anche nel romanzo successivo del 1970, La notte del ragno mannaro (premio Rapallo), con influssi degli scrittori russi e francesi, da Dostoevskij a Sartre, a Camus. La nevrosi segnò solo un periodo nella poetica di S., presto superata nella sua ferma convinzione dell’importanza degli archètipi, dell’etica, dei miti, delle favole, delle tradizioni. La nuova fase dominata dalla scoperta del mondo in versione fantastica e la tendenza alla predilezione per temi corali e collettivi trovarono realizzazione nel romanzo La luna color ametista (1972), corrispondente ai nuovi interessi narrativi di S., che guardava con ammirazione agli scrittori dell’America Latina o dei Paesi dell’Africa e dell’Asia, pur mantenendo una preferenza per autori come Karen Blixen, Elsa Morante (di S. è il saggio Invito alla lettura di Elsa Morante, Milano, 1972) o Dino Buzzati, considerati cultori della letteratura d’invenzione. Nel 1973 S. scoprì ancor più in profondità il tema del mito e dell’archètipo, il mondo dell’epica, secondo la concezione junghiana, con l’edizione de Il trono di legno (Supercampiello), per il quale Biagio Marin si rallegrò con lui da Grado il 15 gennaio 1974, dedicandogli la sua opera El vento de l’Eterno se fa teso. Nel romanzo S. seppe dare piena esplicazione narrativa al senso degli archetipi intesi come «modelli che servono a concepire, pensare, paragonare, sentire, immaginare, agire», che trovano unità con una visione ecologica del mondo e con una concezione sacrale della natura. La visione globale, volta a cogliere non il singolo individuo ma la coralità dei popoli, si ritrova ne La carrozza di rame del 1979, che narra il terremoto del Friuli del 1976: consacrato alla civiltà agreste friulana, si apre a visioni generali sulla precarietà dell’essere e della vita, con chiari influssi del pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche, dove emerge anche uno dei motivi costanti della narrativa di S., il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale. L’amore per il Friuli, terra di “Nord-Est”, secondo un’accezione da lui considerata un conio personale, divenendo poi titolo di una raccolta di racconti per le scuole medie (1976, Racconti di Nord-Est), e il suo profondo attaccamento alla terra natìa gli furono riconosciuti attraverso molti premi: l’Epifania di Tarcento, il Nonino, il Carnia Alpe verde, il Nadal Furlan del 1995 per gli Opera omnia, il Plinio Clabassi nel 1997 («dato a un Friulano che ha onorato il Friuli nel mondo»). Ottenne numerosi riconoscimenti della regione, del comune di Udine, del Fogolar furlan di Milano e Roma e di molte istituzioni friulane. La profonda conoscenza della storia del Friuli portò S. a prediligere autori quali Giuseppe Marcotti, apprezzato, peraltro, anche da Benedetto Croce, poeti come Emilio Girardini, i pittori Giuseppe Zigaina e Anzil, esponenti dapprima un po’ appartati della cultura artistica, che in Friuli, secondo S., ha trovato piena realizzazione nel secondo dopoguerra. Quanto a Pier Paolo Pasolini, S. apprezzava soprattutto quello degli esordi, dell’Academiuta e dei romanzi romani; a lui lo lega lo stesso amore per la cultura popolare, anche se i modi e le forme in cui la espressero sono diversi. Il romanzo La contrada, del 1981, molto apprezzato dal critico Natalino Sapegno, ripercorre la vita degli antichi mestieri a Udine e introduce al tema del viaggio, dell’andata e del ritorno e soprattutto il tema, radicato nella mentalità friulana, dell’emigrazione, sviluppato poi nel 1983 con La conchiglia di Anataj (1983, premi Vallombrosa e Supercampiello), ambientato nelle vicinanze del Lago Bajkal al tempo della costruzione della Transiberiana, che segnò una nuova epica vicenda nella storia dell’emigrazione friulana. Il problema delle minoranze, dei gruppi etnici discriminati, delle loro migrazioni e dei drammi collettivi che portavano con sé, è stato oggetto di profonde riflessioni trasferite in forma narrativa nei romanzi di S. Da questo punto di vista egli rivelò una straordinaria sensibilità umana, storica e politica. Il Caldèras del 1988 (premi Napoli, Nonino e Fiuggi) ha per protagonisti gli zingari, di cui colse la natura estranea alla cultura della guerra. Il popolo ebraico è protagonista de I racconti della terra di Canaan (1991, premio Latina). Lo sguardo indagatore di S. era aperto anche verso il mondo slavo e dei Paesi dell’Oriente prima che scoppiassero con violenza i conflitti seguiti alla morte di Tito e alla disgregazione dell’ex Jugoslavia. Il romanzo l’Armata dei fiumi perduti (1985, premio Strega) si può considerare precorritore di eventi che sconvolsero l’intera Europa. Il racconto della tragedia di un’armata cosacca giunta in Friuli, riuscitissimo per l’aura quasi epica che circonda la narrazione, si muove sullo sfondo di fatti storici legati al vicino crollo della potenza nazista. Le vicende del trasferimento in massa dei cosacchi dalla pianura del Don al Friuli sono descritte attraverso la lente d’ingrandimento dello scrittore, che si muove tra storia ed invenzione, con rara forza drammatica. Così il racconto delle vicende terribili dell’Istria e della sua gente dal 1939 al 1947, ripercorse ne La foiba Grande (1992, premio Pianelle Roson d’oro, Pescara), riesce a trasformare fatti storici in simboli e metafore di una umanità straziata dalla guerra e dai conflitti etnici. Le vicende dell’ultima guerra narrate ne La malga di Sîr (1997, premio internazionale Isola d’Elba e premio Flaiano per la letteratura, premio Super Flaiano, premio Corrado Alvaro) costituiscono un ulteriore motivo per S. per guardare la storia dalla parte dei “vinti”, che, nella sua particolare visione, non depongono mai la speranza di riscatto e di cambiamento. Nel novero dei romanzi “storici” relativi a vicende novecentesche va ricordato Il processo di Tolosa (1998), ambientato durante la seconda guerra mondiale. L’apertura a temi di rinnovata attualità avviene con Le sorelle boreali (2004), che tratta del fenomeno dell’emigrazione. Con Lo stambecco bianco (2006), simbolicamente e significativamente dedicato ai giovani (premio Selezione Bancarella 2007), ambientato negli anni della guerra civile libanese, S. affronta temi scottanti e attuali di emarginazione e di scontri religiosi. La visione religiosa dell’esistenza e la sua essenza sacra, che è alla base della concezione dell’uomo elaborata da S. attraverso letture filosofiche condotte con impegno di studio e di riflessione costante, hanno rapporto «con l’Essere e la forza cosmica che lo sostiene». Questa relazione «sempre e comunque sacra» è indipendente da qualsiasi tipo di credo religioso, nel senso che S. ebbe un alto senso della tolleranza, al di là della risolutezza nel sostenere le sue convinzioni religiose. La religiosità di S., sorretta da profonde conoscenze bibliche, la concezione della vita come mistero e della presenza di forze nascoste a guidare le grandi azioni, sono i punti fermi su cui si reggono le vicende di Marco d’Aviano raccontate nel libro Marco d’Europa del 1999 (2001, premio Città di Padova) e quelle del romanzo Il filo di seta (1999), dove ripercorre, romanzandole, le avventure di Odorico da Pordenone tra Oriente e Occidente. La natura per S. è rivelatrice di verità, e studiarla è come studiare Dio e, con Dio, il cosmo, l’universo, l’essere nella sua totalità. Amava gli studi della fisica, soprattutto era attratto dall’ordine cosmico che egli pensava nato dalla forza di gravità. Ammetteva che nella sua visione del mondo c’erano degli elementi panteistici, intesi come forme originarie e antiche di religiosità, vanificate dal pensiero razionalistico e illuminista che ha indebolito il “versante irrazionale” della cultura e della tradizione. La concezione metafisica dell’essere, sostenuta da S., guarda la totalità del mondo. Un capitolo importante della sua opera riguarda il mondo femminile. Per sua personale ammissione, sentì molto l’influsso di Elsa Morante. Figure femminili (1975, Regina di Saba), dotate di istintualità e di qualità intuitive, legate in modo misterioso al mondo della natura, fate, streghe, “aganis”, sirene, interpreti dei lati oscuri e magici del mondo, generano in lui forte attrazione, come ne La fontana di Lorena (1990, premi Basilicata e Penne; 1991, premio Cypraea, Napoli). La produzione di S., vastissima, diviene racconto corale nell’opera Il patriarcato della luna (1991), per proseguire con il romanzo a sfondo filosofico, storia della delusione del movimento sessantottino, Il regno dell’uomo (1994), e con Il costruttore (1995, premio Ori di Taranto), di impianto realistico ed ecologico, tema che ritornerà insistentemente. S. ha definito quest’ultimo romanzo «una sorta di canto funebre sopra il progresso», che ripercorre le tappe del progresso economico e tecnologico fino ai drammi di tangentopoli. Il tema del magico, conteso tra la realtà e la finzione, è ancora il centro del romanzo edito nel 2001, La tredicesima notte (premi Fregene Internazionale e Frontino, Montefeltro), e così nel 2003 con L’uomo di Praga (premi Giorgio La Pira, Milazzo e PEN Compiano-Parma). S. ripercorre l’epopea friulana attraverso l’ideazione di un personaggio che utilizza la sua fortuna per il bene comune, su uno sfondo che contiene gli elementi dell’irrealtà; nel 2006 con Il velo di Maja (premio Scanno), S. dedica alla musica, anima del romanzo, il ruolo di tessere il legame tra l’uomo e la possibilità di attingere alla vera conoscenza. La visione metafisica e filosofica dell’esistenza si esplica in S. anche nel romanzo L’alchimista degli strati (Milano, 2008), che racchiude una delle idee fondanti del suo pensiero, proiettato verso un infinito cosmico attraversato da un’energia sconosciuta, che vede l’uomo come parte di un tutto che lo comprende. Dello stesso anno è la sua autobiografia La penna d’oro, con la quale S. racconta in prima persona le travagliate vicende di uomo e di scrittore. Postumo Il circolo Swedemborg (Milano, 2010), con il quale S. ritrova, come in un circolo che si chiude, la vena polemica e di aperta denuncia, attraverso lo sguardo acuto e mistico che si appunta sugli arcani misteri dell’universo, sui problemi metafisici, quelli che parlano a S. «delle questioni profonde dell’Essere» e del suo destino. Fu autore di una sterminata produzione di recensioni, saggi, articoli, comparsi su riviste e giornali. Dal 1969 iniziò la sua collaborazione alla “Terza pagina” de «Il Gazzettino», che durò quasi un quarantennio, ma collaborò anche con altri quotidiani: il «Corriere della Sera», «Il Giornale», «Messaggero Veneto», «Il Tempo», «Il Piccolo», «La Nazione» di Firenze, «Il Mattino» di Napoli e altri ancora. Non si trattava solo di articoli, ma anche di racconti. Pungenti sono i suoi interventi sulla cultura del tempo, sulle mode, sull’individualismo e relativismo dell’uomo moderno, sul consumismo e sulla necessità di un ritorno ad un rapporto naturale con la realtà. Di S. bisogna ricordare i carteggi che intrattenne con uomini di cultura di altissimo livello: con Biagio Marin, Riccardo Bacchelli, Primo Levi (che gli dedicò il suo Se non ora, quando? del 1982: «A Carlo Sgorlon, con sincera amicizia») e con Tania Albertini Tolstoj, nipote di Tolstoj. S. fu un autore di fama internazionale: i suoi libri sono tradotti in francese, inglese, sloveno, spagnolo, finlandese, svedese, greco e cinese; Il trono di legno, La conchiglia di Anataj, Il filo di seta, La tredicesima notte furono editi in cinese grazie alle cure di Lu Tong Liu, italianista della Repubblica Popolare Cinese, presidente dell’Accademia di scienze, lettere e arti cinese, che li ha pubblicati presso la Casa editrice del Popolo di Pechino. In linea con una precisa visione critica, Tong Liu vede in S. un «cantore della civiltà contadina». S. fu saggista, pubblicista, scrittore di teatro (Le parole sulla sabbia, Teatro Orazero, 1971), traduttore (J. von Schlosser, L’arte del Medioevo, Torino, 1961, e Konrad Fiedler, Venezia, 1963). Fu accademico ad honorem della Pontificia accademia di belle arti e lettere dei virtuosi al Pantheon (2002) e fu uno dei membri che diedero vita alla Fondazione Lorenzo Valla. Nel 2007 ebbe vari riconoscimenti: gli venne conferita la laurea honoris causa dalla Facoltà di scienze della formazione dell’Università degli studi di Udine e fu finalista al premio internazionale Bancarella; l’anno successivo ricevette il premio Grinzane-Cavour per gli scrittori di frontiera e appartenenti alle minoranze linguistiche. È morto, dopo una breve malattia, il 25 dicembre 2009 a Udine.

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Bibliografia

Notizie utili alla biografia dello scrittore sono conservate nell’archivio privato accuratamente ordinato dalla moglie Edda.

L. MESSEDAGLIA, Lettere ed altri scritti inediti di Carlo Sgorlon a Giacomo Bartolomeo Messedaglia, Venezia, Officine grafiche di Carlo Ferrari, 1934; E. GUAGNINI, La narrativa italiana in Friuli tra il 1968 e il 1969, «Ce fastu?», 44-47 (1968-1971), 147-157; ID., Simbolismo, immaginazione e realtà in Carlo Sgorlon narratore, ibid., 48-49 (1972-1973), 118-141; ID., Narrativa italiana in Friuli tra il 1976 e il 1977, ibid., 53 (1977), 177-193; A. DE LORENZI, Capire Sgorlon, «La Panarie», n.s., 6/4 (1973), 33-36; R. DAMIANI, Carlo Sgorlon narratore, Roma, Gremese, 1978; A. DE LORENZI, Carlo Sgorlon: dieci romanzi, «La Panarie», n.s., 16/62 (1983), 73-78; B. MAIER, Sgorlon, Firenze, Il Castoro-La Nuova Italia, 1984; L. NISSIM, Sgorlon teste insolente, Milano, Ed. Gamajium, 1985; G. D’ARONCO, Le illusioni perdute di un erede, ibid., 62 (1986), 342-345; G. LUTI, Introduzione a C. Sgorlon, Regina di Saba, Milano, Mondadori, 1992, V-XII; C. TOSCANI, Invito alla lettura di Sgorlon, Milano, Mursia, 1997; M. TURELLO, Teologia e narrazione ne I racconti della terra di Canaan di Carlo Sgorlon, «La Panarie», n.s., 29/112 (1997), 17-28; C. ALIBERTI, La narrativa di Carlo Sgorlon, Foggia, Bastogi, 2003; R. VECCHIET, Carlo Sgorlon, il piacere della lettura, «La Panarie», n.s., 38/144 (2005), 59-64; G. BORGHELLO, Miti, società e scrittura nell’universo romanzesco di Carlo Sgorlon, «La Panarie», n.s., 39/148 (2006), 71-73; J.I. GHIDINA, Mito, società e scrittura nell’universo romanzesco di Carlo Sgorlon, Udine, La Nuova Base, 2006 (a questa importante monografia si rimanda anche per la bibliografia sistematica); R. ROSSA, Venti cammelli sul Tagliamento, Udine, IFSML, 2007; F. SAVORGNAN DI BRAZZÀ, «Laudatio» per il Professor Carlo Sgorlon, «Annali della Pontificia Insigne Accademia di belle arti e lettere dei Virtuosi al Pantheon», 8 (2008), 405-413; G. BORGHELLO, Un labirinto pronto a inghiottirci: Sgorlon legge Pasolini. Con un inedito di Carlo Sgorlon, in Per Teresa. 1. Dentro e oltre i confini. Studi e ricerche in ricordo di Teresa Ferro, Udine, Forum, 2009, 139-166.

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