SPORENO PLUTARCO

SPORENO PLUTARCO

ecclesiastico, poeta

Sono davvero gracili le notizie sulla vicenda umana di P. S. che per quattro anni, dal 18 settembre 1611, resse la vicaria di Mereto di Tomba e fu poi promosso al servizio della chiesa maggiore di Udine: a questo più impegnativo compito si riferiranno le felicitazioni iperboliche e amidate di Girolamo Missio, “Lambin”, Brunellesco Brunelleschi, “Mitit”, Francesco di Cucagna, “Ritur”, Gasparo Carabello, “Rumtot” e Paolo Fistulario, “Turus” per l’amico «fat pastoor d’un mont di iint» [fatto pastore di un mondo di gente]. La cosiddetta Brigata udinese a ranghi quasi compatti. Secondo un appunto di Vincenzo Joppi nel manoscritto 435 del fondo Joppi della Biblioteca civica di Udine, P. S. «viveva ancora nel 1626». Nella Brigata lo S. figura con lo pseudonimo di “Ruptum”, ma il manoscritto 575/b del fondo Joppi («tutto di mano di Paolo Fistulario», Comelli), Compositions in furlan di trops queiettis par man di Turus, che della Brigata allestisce un archivio a suo modo ufficiale, gli assegna solo tre sonetti, tre canzoni e un madrigale. Gli pseudonimi già citati evocano in termini perentori l’estro curioso, il ghiribizzo, la lunatica singolarità di una piccola accademia che asseconda lo spirito del secolo nella ricerca del nuovo anche linguistico, nel rito un po’ futile e irrinunciabile delle corrispondenze metriche, nella esibizione di abilità consumate, come richiede la poetica seicentesca. ... leggi L’esercizio accademico non respinge il contatto (tutto di carta, non solidale, schietta dimostrazione di virtuosismo, di distaccata capacità mimetica) con l’universo popolare. Lo S. è autore di una Canzone furlana per nozze che mette in scena, disegnando una cornice pertinente, personaggi di rango basso e anche il linguaggio ne recupera tonalità e movenze, ottemperando peraltro a schemi ben definiti (il topos carnevalesco del cibo, l’inventario dotale, con assaporati ricorsi alla figura del catalogo grottesco e straripante): «No vuei chiantaa d’Amoor, / ni ’l vuei plui par signoor, / ma sun un fonz di podine / di gnozzis io vuei dii dauur la godine […]» [Non voglio cantare d’Amore, né lo voglio più come signore, ma su un fondo di mastello voglio dire di nozze seguendo la mandola (…)]. I versi sono stati poi fagocitati dal corpus collorediano e confluiti nella stampa Murero del 1785 delle poesie di Ermes. Il confronto però segnala scarti sensibili e si direbbe plausibile l’ipotesi del plagio, non in contrasto con la morale letteraria del secolo, quando anzi il furto, il procedere con il “rampino”, è teorizzato da Giambattista Marino. Campo privilegiato della scrittura è la tematica amorosa, con una variazione di registri e di tonalità documentata anche dal canzoniere minuscolo di P. S., nel quale sono sperimentate le antitesi risapute, rese amabilmente domestiche, immerse in una fraseologia feriale, accattivanti a dispetto (e forse in forza) delle zeppe, del sonetto Di Ruptum inemoraat [Di Ruptum innamorato]: «Su la mee Ghetie par no fami tuart / ridint mi mostre un voli biel e clar, / chu luus tant tas ch’in tiarre non ha paar, / io speri e m’inemori in iee plui fuart. // Ma su chun voli brut mi chiale in stuart, / io mi sint la personne dutte in svaar, / io mi chiatti in furtune in miez dal maar, / trimuli di paore e soi miez muart […]» [Se la mia Lucrezia per non farmi torto ridendo mi mostra un occhio bello e chiaro, che brilla tanto che in terra non ha pari, io spero e mi innamoro di lei più forte. Ma se con occhio brutto mi guarda storto, io mi sento la persona tutta in scompiglio, mi trovo in burrasca in mezzo al mare, tremo di paura e sono mezzo morto (…)]. Nel quale sono praticati anche i ritmi agili e chiabrereschi, con un lessico più vicino all’italiano (e con il solito apporto delle zeppe), della Chianzon di Ruptum inemoraat da sen [Di Ruptum innamorato davvero]: «Lu mio martueri, / la dulie grande e ’l maal, / lu cruci vieri, / lu maal chu mi cunsume tant e taal, / ognun lu sa / ch’habite chà. // E tu lu saas, / tu ’l viooz anchi’ […]» [Il mio martirio, il dolore grande e il male, il cruccio antico, il male che mi consuma tanto e tale, lo sanno tutti quelli che abitano qui. E tu lo sai, tu lo vedi anche (…)]. Con isolata disponibilità per la grazia un po’ legnosa di un madrigale, Di Ruptum sore un pavei chu svolave intorn la soo signore [Di Ruptum sopra una farfalla che volava intorno alla sua signora], genere che nel Seicento conosce ampi favori, ma che in friulano è coltivato solo all’interno della Brigata, con una bella eccezione in Eusebio Stella e nessuna emergenza in Colloredo: «Malitioos pavei, / maimodant io vedei / chu tu lavis svolant / intorn chee ch’ami tant. / Ti vustu metti a risi di tocchiaa / lis rosis de soo muse e di zuppaa / lu miil de bocchie e ’l lat? / Su tu ’l faas, tu soos mat / chu, se m’ha brusat ’l cuur a mi, lis alis / tant miei tu piardaraas s’tu mai la chialis» [Maliziosa farfalla, or ora ho visto che andavi volando intorno a quella che amo tanto. Vuoi metterti a rischio di toccare le rose del suo viso e di succhiare il miele e il latte della bocca? Se lo fai, sei matta ché, se ha bruciato il cuore a me, tanto meglio perderai tu le ali se mai la guardi]. Anche lo S., pur nella opacità della sua mano, tra le meno scaltrite della Brigata, azzarda l’immagine nuova, la prospettiva non ancora esplorata: come esigono i precetti e le attese del secolo.

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Bibliografia

Mss BCU, Joppi, 575/b, Compositions in furlan di trops queiettis par man di Turus; Ibid. Principale, 346, Rime friulane del secolo XVII (copia di Jacopo Pirona); Ibid., Joppi, 435; BNMV, Marc. lat., XIV, 50 (4238), f. 110-111; ASU, del Torso, 3.

PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 169-177; P. RIZZOLATTI, Una «Canzone per nozze» da Plutarco Sporeno a Ermes di Colloredo, «Diverse lingue», 10 (1991), 73-93; E. DI COLLOREDO, Versi e prose, a cura di R. PELLEGRINI, Udine, AGF, 1994, 73-88; P. SOMEDA DE MARCO, Mereto di Tomba nella storia e nell’arte, Udine, Arti grafiche friulane, 1969, 25 e 165; G. MARCHETTI, Gli pseudonimi sibillini della «Brigata udinese», «Sot la Nape», 13/3 (1961), 43-44; G. COMELLI, Il canzoniere friulano Joppi 575b, «Ce fastu?», 24-25 (1948-1949), 37-49.

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