TORE BARBINA MARIA

TORE BARBINA MARIA (1940 - 2007)

insegnante, lessicografa, traduttrice, poetessa

Immagine del soggetto

La scrittrice Maria Tore Barbina.

Nata a Udine il 22 luglio 1940, da padre sardo e madre carnica, è scomparsa il 28 agosto 2007. Visse l’infanzia e la fanciullezza a Tarcento. Si laureò in lettere a Trieste con una tesi su un commentario a Plauto, da un codice conservato presso la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli. Si era sposata con Guido Barbina, noto geografo, che definì marito «eccezionale, intelligente e spiritoso». Si interessò di filologia classica, paleografia latina, lessicografia ladina, e insegnò traduzione letteraria nei corsi per traduttori in lingua friulana organizzati dall’Ateneo di Udine. Nella pubblicistica a sua firma, l’attenzione verso le donne rappresenta una costante imprescindibile. Esemplare in questo senso è la ricognizione del ruolo attribuito ai personaggi femminili nei romanzi di Carlo Sgorlon, nei quali la donna o è massaia senza personalità o è giovane e bella, zingaresca, dai nomi floreali, esotici, ma sempre «in funzione dell’uomo». T. rileva che non vi è «accenno al disagio profondo della donna contemporanea» ed afferma che «i romanzi di S. contribuiscono a mantenere idee antiquate sulle donne e ne diffondono un’immagine stereotipa e falsa». T. traduttrice in lingua friulana è in linea con l’interesse volto all’altra metà del cielo, senza tuttavia scivolare mai nella militanza femminista. Era infatti attratta da figure di donne intellettualmente libere, al di là dei tempi di emancipazione scanditi dalla storia, come la Lisistrata di Aristofane. Nell’introduzione alla sua traduzione in lingua friulana, corredata di note e con la prefazione di Vittorio Citti, T. ricorda che Lisistrata fu la prima commedia greca con una protagonista femminile, ma fu anche il primo testo della cultura occidentale ad affrontare il problema dell’emarginazione femminile «senza fermarsi alle lacrime o mostrare soluzioni che valgono solo per qualche donna fuori dal normale». La soluzione dello sciopero del sesso ideata da Aristofane «è tanto più meravigliosa in quanto la Grecia di quel tempo non badava di certo ai fastidi delle donne». Quello che colpisce T. della commedia di Aristofane è il riconoscimento delle donne quali soggetti storici. ... leggi Lo sciopero del sesso non è vissuto da oggetti passivi del rapporto sessuale, dato che questo è visto da loro «come un piacere e un diritto». La commedia, sempre secondo T., mostra la leggerezza degli uomini, che cedono al ricatto non per ragioni filosofiche e politiche, ma per pura sollecitazione sessuale: «La differenza fra femmine e maschi è nell’idea di pace e di guerra, non nel desiderio». Dal punto di vista formale, da traduttrice T. lavora a partire dal testo in lingua originale, rispettandone il plurilinguismo: i personaggi si esprimono così in friulano centrale, ad eccezione di Lampitò e degli Spartani che parlano nella variante di Codroipo, cioè una variante rustico-campagnola volta a riprodurre il dialetto ionico-attico, come ha osservato Bruno Londero. La traduttrice ha inoltre conservato i nomi greci originali friulanizzandoli laddove possibile, senza ricorrere a traduzioni etimologiche («Lisistrate», «Cleoníche», «Mirí- ne», ma anche «Gjenetílide» per Afrodite accoppiatrice). Sempre Londero segnala le felici soluzioni di «par Diu» [per Giove] e di «erriptasménon», che in italiano altri avevano restituito con «agitato» e «sballottato» e nella versione friulana di T. diventa un pregnante «masanât», più consono alla libertà espressiva aristofanesca. L’universo femminile è ancora sotto la lente scrupolosa di T. traduttrice, che si concentra su una poetessa del Cinquecento anticonformista quale Gaspara Stampa e sull’americana, ottocentesca e riservatissima Emily Dickinson. Sia le Rimis di amôr della prima, ovvero dodici sonetti ed un madrigale, che le Poesiis della seconda (diciannove poesie) vengono pubblicate da La Nuova Base nell’ambito di Pagine Provinciali nella collana “I traduttori di poesia” diretta da Geda Jacolutti, senza testo originale a fronte. Così si presenta il frammento 55 della Dickinson: «Cortesiis minudinis / – un butulùt o un libri – / semensis di ligrie son semenadis / che e’ flurissin tal scûr» [Cortesie minuscole / – un boccioletto o un libro – / semi di allegria sono seminati / che fioriscono nel buio]. Ancora in direzione delle donne è il lavoro a quattro mani con Andreina Nicoloso Ciceri, Scrittrici contemporanee in Friuli, del quale T. ha curato la sezione dedicata alle autrici in lingua italiana. Ha scritto anche per il teatro: il testo Un rap di ùe [Un grappolo d’uva] è stato rappresentato nel 1985, a Udine e a Milano, dall’udinese Gruppo della Loggia. Non ultimo per importanza è l’impegnativo lavoro di lessicografa, che si concretizza negli ottomila lemmi della prima stesura del Dizionario pratico e illustrato Italiano-Friulano (1980), seguito dopo undici anni dal Vocabolario della lingua friulana. Italiano-Friulano, che offre ventunomila voci. Nel recensire quest’ultimo, Federico Vicario rileva che il Vocabolario, «per la notevole mole complessiva e la ricchezza delle singole voci», non si presenta come un ampliamento o un rifacimento del lavoro precedente, bensì come una raccolta del tutto nuova di materiali, di argomenti e di indicazioni fraseologiche che lo affianca ai maggiori dizionari dialettali italiani. L’aspetto più qualificante e non scontato sta nel proporre il lessico friulano a partire dall’italiano. Nella realizzazione dell’opera, T. ha tenuto presenti le questioni della definizione di una koinè linguistica che costituisce la base del friulano comune e della modernizzazione del lessico, attraverso l’introduzione di neologismi ritenuti necessari: nel primo caso, accanto al lemma italiano, il Vocabolario indica la voce friulana corrispondente nelle principali varianti della lingua locale; per innovare il lessico, si ha l’introduzione di una lista di parole selezionate in base alla loro frequenza e importanza. L’edizione, che è della Società filologica friulana, della quale l’autrice adotta la grafia friulana, presenta una prefazione di Giovan Battista Pellegrini ed una chiusura con Vocabolario dei toponimi di monsignor Aldo Moretti. In veste di critica, si incontra la firma di T. in calce a cataloghi d’arte, come nell’introduzione ad Amôrs di Pierluigi Cappello, del quale aveva recensito la prima raccolta in italiano in «Sot la nape». A proposito delle liriche inedite in friulano osservava: «sono sicura che quando verranno pubblicate rappresenteranno una vera sorpresa per chi pensa al friulano ancora come lingua solo ‘da stalla e da osteria’, ma saranno certamente un regalo per chi ama la poesia, al di là della lingua in cui si esprime». La vitalità dell’idioma friulano è ricorrente in altri scritti di T., come nel contributo Bilinguismo in Friuli, frutto di una ricerca condotta attraverso questionari linguistici somministrati agli allievi di alcune scuole medie di Udine e Tarcento. Dopo le raccolte poetiche in italiano, T. ha pubblicato versi in friulano, che secondo Gianfranco D’Aronco, nella presentazione alla silloge Cjantant l’amôr in rimis. Madrigai [Cantando l’amore in rime. Madrigali], «sembrano appartenere ad autori non dico del ’300, ma del ’500» per cura stilistica e metrica. Nella seconda parte dedicata ai Madrigai par ledrôs / Madrigali scortesi erompe l’altra faccia dell’amore, quella rabbiosa ma con ironia squisitamente femminile, com’era nello stile dell’autrice: «Maladèt, bardassòt, bricòn, / birbant, canae, baròn / mangjòn e muse rote / mussat, musòn, pandolo / e buzaròn, / brute cjamoe, carogne, stupidàt / vergonzôs, mascalzòn / e vreasàt, / pelandròn, folc ti trai e ti sfruçoni, / e chest t’al dîs / dome par scomençâ, / no tirâmi a ciment: / mi pues rabiâ» [Maledetto, giovinastro, briccone, / birbante, canaglia, mariolo / mangione e sfacciato / zanzara, musone, balordo / e buggerone, brutto vigliacco, carogna, stupidaccio / vergognoso, mascalzone / e ubriacone, / pelandrone, ti prenda il fulmine e ti sbricioli, / e questo te lo dico / solo per cominciare, / non mettermi alla prova: / mi potrei arrabbiare].

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Bibliografia

Bilinguismo in Friuli, «La Panarie», 8/1 (1975), 28, 27; La donna nell’opera di Carlo Sgorlon, ibid., 14/51 (1981), 41-50; Dizionario pratico e illustrato Italiano-Friulano, Udine, Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia/AGF, 1980; Scrittrici contemporanee in Friuli, in collaborazione con A. NICOLOSO CICERI, Torre di Mosto, Rebellato, 1984; Vocabolario della lingua friulana. Italiano-Friulano, Udine, Giorgio Verbi Editore, 1991; Tra nebbia e luce: il percorso di un giovane poeta, «Sot la nape», 49/4 (1997), 83-86; Diplomi del monastero benedettino di S. Maria di Aquileia (Biblioteca Comunale di Verona, ms. 707), Aquileia, Gruppo archeologico aquileiese, 2000; Oltre il silenzio, Udine, DARS, 2001; D’amore e d’altro poco, Foggia, Bastogi, 2002; Furlanis, Udine, Campanotto, 2004; Cjantant l’amôr in rimis - Madrigai, Udine, Campanotto, 2007. Traduzioni: ARISTOFANE, Lisistrate. Introduzion, traduzion e notis di Maria Tore Barbina, Udine, La Nuova Base, 1985; E. DICKINSON, Poesiis, Udine, La Nuova Base, 1986; G. STAMPA, Rimis di amôr, Udine, La Nuova Base, 1986.

DBF, 795-796; R. PELLEGRINI, Recensione a Dizionario pratico e illustrato Italiano-Friulano, «M&R», 1/3 (1980), 88-92; Mezzo secolo di cultura Sup 3, 85; PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 127, 320; G. ELLERO, L’amore e l’infinito: la poesia di Gaspara Stampa e di Emily Dickinson nella versione friulana di Maria Tore Barbina, «Sot la nape», 39/2 (1987), 73-78; Mezzo secolo di cultura Sup 4, 89; F. VICARIO, Recensione a Vocabolario della lingua friulana. Italiano-Friulano, «Ce fastu?», 67/2 (1991), 305; Mezzo secolo di cultura Sup 5, 114; A. LUCCHITTA, Poesia italiana e poesia friulana di Maria Tore, «La Panarie», 39/148 (2006), 67-69.

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