Nacque a Gorizia, nella curazia di S. Rocco, il 2 aprile 1874, figlio di Francesco, militare in pensione, e Maria Pellizzoni di Trieste, di condizioni agiate. Cresciuto in ambiente cattolico, nel nativo borgo, dove la famiglia possedeva dei terreni, U. sostenne la società di S. Vincenzo e aderì alle idee cristianosociali allora in forte ascesa nel Friuli orientale. Frequentò lo Staatsgymnasium di Gorizia e, dopo il conseguimento del diploma, si iscrisse all’Università di Innsbruck, ove acquisì una perfetta padronanza della lingua tedesca; vi si trattenne alcuni anni prima di passare in Italia e dedicarsi pienamente all’attività giornalistica. Abbandonata l’iniziale propensione verso il sacerdozio, U. decise di formarsi una famiglia e nel novembre 1904 sposò a Treviso Angiolina Tomadini, legata da vincoli di parentela al grande compositore cividalese Iacopo, anticipatore delle istanze di rinnovamento della musica sacra italiana sul finire dell’Ottocento. Parlando di U., Giovanni Tebaldini, caposcuola del cecilianesimo italiano, lo qualificò «prossimo congiunto del nostro antesignano mons. Iacopo Tomadini». Collaboratore dell’«Eco di Bergamo», divenne in seguito direttore artistico del periodico bergamasco «Pro Familia», fondato ed inizialmente diretto dallo storico Agostino Pinetti. Accanto all’affetto verso la moglie e le figlie che ella gli diede, U. nutrì per la musica una passione che lo accompagnò in tutti i momenti, lieti e travagliati, della sua vita. Partecipò attivamente al movimento ceciliano, a cui contribuì con le proprie competenze musicali e musicologiche – divenne pure direttore della cappella del duomo di Bergamo –, e si inserì pienamente nella fervente compagine sociale cattolica del centro lombardo, durante i difficili anni dell’episcopato di mons. Radini Tedeschi, prestando servizio in qualità di insegnante presso la locale Università popolare. Strinse una duratura amicizia con l’allora segretario vescovile, don Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, con il quale condivise le premure per una corretta applicazione della riforma ceciliana, impresa che U. abbracciò con zelante abnegazione. Nell’ottobre 1910 lasciò il centro lombardo per rientrare in Austria, stabilendosi a Trento, dove assunse l’incarico di caporedattore del foglio cattolico «Il Trentino», di recente costituzione, diretto da Alcide De Gasperi. I rapporti tra i due conobbero qualche momento di attrito, allorché il futuro statista trentino, sensibile alle posizioni filonazionali, affidò temporaneamente la direzione del foglio a U., il cui carattere mite ed alieno dall’agone politico, di fronte all’aperta polemica con i liberali, rischiò di compromettere l’impostazione socio-politica voluta dallo stesso De Gasperi. Accanto all’attività puramente giornalistica, U. rivelò la propria versatilità cimentandosi con successo in molteplici settori: mediatore culturale per vocazione, si occupò di traduzioni letterarie dal francese e dal tedesco, mentre trattò con erudizione anche argomenti storico-artistici (I ritratti di Irene ed Emilia di Spilimbergo erroneamente attribuiti a Tiziano, 1910). Da Bergamo, e successivamente da Trento, egli mantenne i rapporti con la patria d’origine, scrivendo recensioni per «L’eco del Litorale», il periodico cattolico goriziano, soprattutto su temi di critica musicale: si ricordano, in particolare, la sua intelligente attività divulgativa a favore della produzione wagneriana (Lohegrin, nel 1905, il centenario di Wagner nel 1913 ed il Parsifal l’anno seguente), materia allora ancora poco nota al pubblico italiano, estraneo alle proposte estetiche e formali d’oltralpe; redasse una positiva analisi dell’oratorio composto da don Lorenzo Perosi – maestro perpetuo del coro della Cappella Sistina –, La Risurrezione di Cristo, che fu pubblicata con il consenso dell’autore (1909). La dedica ad U. da parte del sacerdote tortonese di un mottetto O salutaris nostra pubblicato in quegli stessi anni dall’editore milanese Bertarelli, testimonia l’amicizia fra i due. Sul versante della musica sacra, egli si occupò dello studio delle fonti liturgiche, analizzando il canto della tradizione aquileiese (1913), ipotizzando l’esistenza di una certa influenza di alcuni echi delle modalità patriarchine nell’opera del grande polifonista romano Giovanni Pierluigi da Palestrina (1913), oggetto anche in seguito delle sue attenzioni, quale punto di riferimento imprescindibile dell’età aurea della polifonia classica, come annotò in calce all’edizione di alcune messe palestriniane curata dall’amico Giovanni Pagella, salesiano e compositore piemontese (1914). Nella convinta adesione alle indicazioni pontificie emanate con il motu proprio di papa Pio X (1903), attuate con le successive versioni ufficiali dei libri liturgici, U. sostenne la riforma e la diffusione popolare del canto gregoriano nella redazione solesmense, ispirata ad un recupero filologico dell’originaria purezza delle monodie del “cantus firmus”, in polemica con le teorie, ritenute antiquate, legate alla Scuola di musica sacra di Ratisbona. Nel 1912, in occasione del congresso eucaristico internazionale di Vienna, egli prese parte ai lavori della sezione italiana, composta da circa un migliaio di connazionali accorsi dal Regno nella capitale austriaca, assieme a mons. Padovani, vescovo ausiliare di Cremona, di lì a poco primo presidente del comitato per i congressi eucaristici nazionali, al conte Gentiloni e ad altre personalità di spicco del cattolicesimo italiano. La sua dedizione produsse i migliori esiti nel settore della critica artistico-musicale, mentre i timidi tentativi di interessarsi pure «delle cose nostre politiche ed economico-sociali», già manifestati a De Gasperi, si tradussero nella improvvisata campagna elettorale alle elezioni anticipate per il parlamento di Vienna del giugno 1911, quando U. fu candidato per la città di Gorizia nelle file del Partito popolare friulano di mons. Luigi Faidutti, ma conseguì appena l’ultimo posto dopo gli altri cinque candidati delle liste avversarie, con sole 120 preferenze su 3.755 votanti. Il clamoroso insuccesso lo allontanò per sempre dalla politica attiva. Al momento dello scoppio della guerra italo-austriaca la pubblicazione de «Il Trentino» fu interrotta e U. si trasferì a Mezzolombardo, dove collaborò con il Segretariato per l’assistenza ai richiamati, promosso dall’Associazione universitaria cattolica trentina; anche in questo difficile contesto la musica gli funse da fidata compagna: fondò un coro femminile (Le Sinforose), che sostituì il coro liturgico virile della chiesa decanale di Mezzolombardo, mancando gli uomini impegnati al fronte. Nonostante le difficoltà create dal contesto bellico, U. proseguì nell’opera di riforma del canto liturgico: riuscì a farsi inviare dal Belgio, allora occupato dai tedeschi, il Liber Usualis prodotto dalla Scuola gregoriana di Solesmes, in modo da avviare la diffusione, nella diocesi tridentina, di una nuova fase del canto gregoriano, conforme agli intendimenti delle direttive pontificie. Arruolato nel 1916, fu destinato a Radkersburg, in Stiria, dove riuscì ad allestire «un tresette musicale più che intonato» insieme con i musicisti triestini Angelo Kessissoglu, Bruno Pellegrini e Francesco Sinico. La breve parentesi tra le file dell’esercito austro-ungarico non fu facile: incappò nelle maglie della giustizia militare in quel di Graz, con l’accusa di non aver osservato l’ordine della chiamata alle armi, ma beneficiò di un’amnistia nell’agosto del 1917. R. Lunelli riferisce la malcelata esultanza di U. alla notizia dell’entrata delle truppe italiane a Gorizia. Fu poi congedato per malattia e, dopo Caporetto, fece ritorno nella terra natia, senza però poter più godere degli affetti della famiglia e degli amici: condusse quindi gli ultimi mesi di vita in povertà e solitudine, collaborando con la redazione triestina dell’«Eco del Litorale», prima come redattore capo, in seguito nella veste di corrispondente speciale da Gorizia, allora ridotta ad un cumulo di macerie. Convalescente all’ospedale di S. Maria Maddalena di Trieste per aver contratto una malattia infettiva, vi morì il 10 luglio 1918. Dimentico degli antichi dissapori, Alcide De Gasperi pianse la sua scomparsa e tracciò un commovente ritratto di U., «che tutti amavamo per la squisita nobiltà d’animo e per […] la vastità della sua cultura letteraria ed artistica cui una naturale modestia poteva velare ma non nascondere» (La fine di un giornalista profugo, «Bollettino» del Comitato di soccorso per i profughi del mezzogiorno del 27 luglio 1918). Molti anni dopo, lo stesso Giovanni XXIII, nel corso di un’udienza accordata ai seminaristi trentini, ricordò espressamente l’amico scomparso definendolo «un ingegnaccio, insigne musicista, bravissimo scrittore che si fermò prima di essere sacerdote, ma non […] nella statura!» (27 aprile 1960).