ARCANO (D’) GIAN MAURO

ARCANO (D’) GIAN MAURO (1450 - 1536)

poeta

Immagine del soggetto

Frontespizio di 'Tutte le terze rime' di Gian Mauro d'Arcano, edite a Venezia nel 1538.

Nacque da Giovanni Nicolò conte di Arcano e da Regina figlia di Venceslao della famiglia dei conti di Polcenigo e marchesi di Fanna. Non si conosce l’anno esatto della sua nascita. Tenendo conto che il d’A., meglio conosciuto semplicemente come «il Mauro», morì nel 1536 e che in un suo capitolo scrive di avere raggiunto l’età di trentacinque anni: «Hor che trentacinque anni il mondo ho visto» (Capitolo dei frati, v. 189), possiamo fissare come termine “ante quem” della sua nascita il 1500-01. Il d’A. fu il secondogenito di una famiglia numerosa: a parte un primogenito non identificato, ne fecero parte Giulio, uno dei migliori giureconsulti del XVI secolo, docente di diritto canonico e feudale all’Università di Padova tra il 1530 e il 1578; Alfonso, cavaliere di Rodi che si distinse per imprese di grande coraggio; Giovanni Antonio, morto nel 1550; Tranquillo e Morando, di cui non ci sono rimaste notizie. Il d’A. trascorse la prima giovinezza in Friuli nel castello di famiglia; lui stesso fornisce l’immagine di uno dei suoi primi precettori, un maestro severo da cui riconosce di aver imparato molto e soprattutto di aver appreso l’amore per la poesia, amore che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita (Capitolo II del disonor, vv. 66-84). In seguito proseguì la sua formazione nelle scuole pubbliche della vicina San Daniele dove insegnava il maestro di letteratura “amena” Bernardo da Bergamo, sotto la cui guida il d’A. fece progressi nell’eloquenza italiana e latina: «Un Bergamasco già mi fu maestro / ond’io vo dietro a tutti li poeti / come a tutti li santi san Silvestro» (Capitolo alla signora Violante Torniella, vv. 82-84). Ulteriori notizie sulla sua giovinezza si ricavano da un poemetto intitolato Predica Amorosa, in cui a più riprese il d’A. ricorda le prime esperienze amorose. ... leggi Lasciò il Friuli attorno al 1520. Non sembra plausibile, infatti, l’ipotesi che vorrebbe far coincidere la partenza del poeta con i tristi eventi che in rapida successione sconvolsero la sua patria nel 1511 (la rivolta contadina del giovedì grasso, il terremoto, l’invasione delle truppe imperiali, la peste) anche perché a quell’epoca il Mauro doveva essere poco più che un bambino. Dopo una prima tappa a Bologna, il d’A. proseguì il suo viaggio in direzione di Roma, dove in precedenza lo zio Rizzardo era stato segretario del cardinal Giovanni Battista Zeno. Nella città papale entrò a far parte della cerchia del cardinale veneziano Domenico Grimani: secondo il Liruti, il 17 gennaio del 1521 il poeta si trovava insieme al Grimani a Ceneda (Vittorio Veneto), notizia che lo studioso friulano ricava da una lettera inviata da Marino Grimani, patriarca di Aquileia e nipote del cardinale, al segretario dello zio, Girolamo Aleandro il Vecchio. Nel 1522, in seguito alla morte del padre Giovanni Nicolò, il d’A. rientrò in Friuli, dove rimase almeno dal 20 giugno 1522, giorno dell’investitura dei feudi paterni, al luglio dell’anno successivo: a questo periodo, infatti, risalgono quattro lettere autografe che il d’A. inviò da diverse località friulane (Udine, Colloredo di Monte Albano e della Brunelde nei pressi di Fagagna). Molto probabilmente il poeta fu richiamato a Roma dopo la morte improvvisa del cardinale Grimani (27 agosto 1523). Secondo alcuni studiosi, il Mauro entrò in seguito alle dipendenze del datario di Clemente VII, Gian Matteo Giberti, e qui conobbe e frequentò Achille della Volta e, soprattutto, Francesco Berni. Questo presunto servizio presso il vescovo di Verona, appare tuttavia privo di fondamento anche alla luce dei numerosi studi che hanno esplorato la corte che si muoveva nell’orbita del Giberti e dove del nostro poeta non si fa mai menzione. Certamente durante il Sacco di Roma del 1527 il d’A. si trovava lontano dalla città eterna; di questo periodo, infatti, ci rimane una lettera inviata da L’Aquila e datata ottobre 1527, in cui il poeta informa il suo interlocutore, forse il cardinale Alessandro Cesarini, della morte del Viceré di Napoli e di come questo evento avrebbe allungato i tempi per la liberazione di papa Clemente VII. Nel marzo del 1530 il d’A. era già segretario del cardinal Cesarini, come risulta da una missiva di Pietro Bembo a Carlo Gualterruzzi da Fano dove si legge di alcune sue lettere da consegnare a «M. Mauro del Cardinal Cesarino». Il 27 maggio 1531, partecipò alle nozze di Giuliano Cesarini, figlio di Gian Giorgio con Giulia Colonna; in questa occasione durante i tre giorni di festeggiamenti, furono rappresentate due commedie: le Bacchidi di Plauto e una commedia «volgare, faceta et bella» del poeta friulano. Al seguito del cardinal Cesarini fu a Bologna nel 1532 per assistere al secondo incontro di Clemente VII con l’imperatore Carlo V. La presenza del d’A. nella città felsinea è ricordata anche in una lettera, in parte autografa, di Vittoria Colonna del 20 aprile 1532. L’ultima lettera del d’A., di cui ci informa il Liruti, risalirebbe al 24 marzo 1535: era indirizzata a Pietro Aleandro il Giovane, canonico di Aquileia, al quale faceva pervenire alcune bolle scusandosi per il ritardo imputato al fatto che il Cesarini l’aveva inviato fuori Roma per qualche giorno. Oltre alla poesia, una delle più grandi passioni del poeta fu senza dubbio la caccia; più volte nei suoi scritti dedica a questo tema parole cariche di sentimento, come nel ternario intitolato Capitolo della caccia in cui scrive: «Questo piacere è infin sincero et sodo / Ch’io il voglio seguitar mentre ch’io vivo, / E morir cacciatore in ogni modo» (vv. 61-63). Proprio durante una battuta di caccia negli ultimi giorni del luglio 1536, mentre era all’inseguimento di un cervo, egli cadde dentro un profondo vallone, dal quale non riuscì ad uscire per la rottura di una gamba. Allarmato per il prolungarsi della sua assenza, lo stesso cardinale Cesarini si mise alla ricerca del segretario; ricondotto a palazzo il poeta fu colto da febbre acuta che lo condusse alla morte il primo agosto del medesimo anno. Durante la sua breve vita il d’A. ebbe modo di frequentare e intrattenere rapporti con personaggi di spicco della cultura del tempo come Vittoria Colonna, Isabella d’Este, Giulia Gonzaga, Pietro Cerne secchi e Giambattista Giraldi Cinzio. Molto intensa fu l’amicizia che lo legò all’umanista Aonio Paleario (Antonio della Paglia): i due si erano conosciuti probabilmente intorno alla prima metà degli anni Venti. Di questa profonda intesa e frequentazione ci resta la testimonianza di sei lettere indirizzate al d’A. e conservate nell’epistolario del Paleario. Il d’A. fu uno dei protagonisti dell’Accademia dei Vignaiuoli, nata a Roma all’inizio degli anni Trenta intorno al gentiluomo mantovano Uberto Strozzi. Tra gli altri, appartenevano a questo gruppo di letterati Francesco Berni, Giovanni Della Casa, Agnolo Firenzuola, Giovan Francesco Bini e Francesco Maria Molza. La diffusione del modello poetico proposto dal Berni all’inizio degli anni Venti del Cinquecento è dovuta in gran parte agli scrittori che ruotarono intorno all’Accademia, insieme ai quali il poeta fiorentino instaurò un rapporto di reciproca influenza. Il d’A. contese al Berni il primato nella poesia burlesca, costruendo i suoi capitoli con un linguaggio semplice e spesso decisamente “spinto”, giocando inequivocabilmente sul doppio senso; rispetto ai capitoli del poeta fiorentino le sue composizioni denotano una maggiore tendenza alla prolissità, alle digressioni e alle note di carattere personale. Il d’A. fu il maggior poeta friulano del primo Cinquecento; della sua produzione ci rimangono ventuno capitoli burleschi in terza rima alcuni dei quali furono pubblicati per la prima volta nel 1537 in due distinte edizioni contenenti anche composizioni del Berni e di altri berneschi (Le terze rime del Berna et del Mauro e I capitoli del Mauro e del Bernia et altri authori). Nel 1538 venne pubblicata una nuova edizione dei capitoli (Tutte le terze rime del Mauro) che attribuiva al poeta friulano ventidue composizioni, mentre nel 1548 uscì a Firenze un’edizione rivista da Anton Francesco Grazzini (il Lasca) che raccoglieva i ternari del Berni, del d’A. e degli altri poeti burleschi (Il primo libro delle opere burlesche di m. Francesco Berni, di m. Gio. Della Casa, del Varchi, del Mauro, di m. Bino, del Molza, del Dolce e del Firenzuola). Nelle stampe del 1537, 1538 e in una pubblicazione anonima veneziana del 1542 viene assegnato al d’A. un ventiduesimo capitolo intitolato Contra una cortigiana che per ragioni stilistiche risulta di assai dubbia attribuzione. Oltre ai capitoli burleschi il poeta è autore di una canzone di novantadue versi in lode del cardinale Alessandro Cesarini (Perché, signor, non è salita ancora), e di un poemetto di 1225 versi intitolato Predica amorosa.

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Bibliografia

Alcune lettere autografe del d’Arcano si trovano a Fagagna, archivio d’Arcano Grattoni, Lettere, VI, n. 1, 2, 3; nello stesso archivio si trovano le lettere di Vittoria Colonna, Giulia Gonzaga Colonna e Laura Sanvitale Rangoni, Lettere, IX, n. 1, 2, 3; ms BNMV, It., IX, 211, Prov. Apostolo Zeno 359, coll. 6994.

G.M. D ’ARCANO, Predica amorosa. Le terze rime del Berna et del Mauro, Venezia, Navò, 1537; I capitoli del Mauro e del Bernia et altri authori, Venezia, Navò, 1537; G.M. D ’ARCANO, Tutte le Terze Rime del Mauro, nuovamente raccolte et stampate, Venezia, Navò, 1538; Il primo libro delle opere burlesche di m. Francesco Berni, di m. Gio. Della Casa, del Varchi, del Mauro, di m. Bino, del Molza, del Dolce e del Firenzuola, Firenze, Giunta, 1548; La canzone dedicata al Cesarini si trova in D. ATANAGI, De le rime di diversi nobili poeti toscani […] Libro primo, Venezia, Avanzo, 1565, c. 148.

LIRUTI, Notizie delle vite, II, 78-89; L. DI LENARDO, Mauro d’Arcano, Giovanni, in DBI, (in corso di stampa); A. PALEARIO, Epistolarum libri III, Basilea, Oporinus, 1567; M. D ’ARCANO GRATTONI, Lettere inedite di Vittoria Colonna, Giulia Gonzaga e Laura Sanvitale Rangoni a Gian Mauro d’Arcano, «Ce fastu?», 2 (1982), 291-313; S. LONGHI, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Antenore, 1983; D. ROMEI, Berni e berneschi del Cinquecento, Firenze, Centro 2P, 1984; M.L. VENEZIANO, Giovanni Mauro d’Arcano e i suoi «Capitoli faceti»: alcune linee interpretative, t. ... leggil., Università degli studi di Trieste, a.a. 1985-1986; E. GALLINA, Aonio Paleario, I, Sora, Centro di studi sorani “Vincenzo Patriarca”, 1989, 253, 333-334; E. MIRMINA, Erasmo di Valvasone e Gian Mauro d’Arcano: due poeti innamorati della caccia, in Un tema letterario dell’età di Erasmo di Valvasone: la caccia. Relazioni presentate al convegno regionale di Glaunicco (15 maggio 1993), Udine, Centro friulano di studi “Ippolito Nievo”, 1993, 7-24; S. RIGO, La vita e le opere di Giovanni Mauro d’Arcano, poeta friulano del Cinquecento, t.l., Università degli studi di Udine, a.a. 1993-1994; L. DI LENARDO, La biblioteca e i libri di Gian Mauro d’Arcano, t.l., Università degli studi di Udine, a.a. 2000-2001; A. BARBIERI, I carmi e il pane: chierici convitati a Roma nella prima metà del Cinquecento, «Giornale storico della letteratura italiana», 581 (2001), 57-63; S. LONGHI, Giovanni Mauro, in Poeti lirici, burleschi, satirici e didascalici, a cura di G. GORNI - M. DANZI - S. LONGHI, Milano, Ricciardi, [2001], 893-919; E. SAVONA, Appunti sui Capitoli di Giovanni Mauro d’Arcano, «Metodi e ricerche», 2 (2003), 69-79; G.M. D ’ARCANO, Predica amorosa, [a cura di M. D ’ARCANO GRATTONI], s.l., s.n., 2005 (nozze d’Arcano Grattoni-Trinco); D. ROMEI, Il Berni e i berneschi tra poesia e non poesia, in Gli “irregolari” nella letteratura. Eterodossi, parodisti, funamboli della parola. Atti del convegno (Catania, 31 ottobre-2 novembre 2005), Roma, Salerno, 2007, 157 n., 158, 159, 162 e n.

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