EDO (HAEDUS, CAPRETTO, DEL ZOCHUL) PIETRO

EDO (HAEDUS, CAPRETTO, DEL ZOCHUL) PIETRO (1426 - 1504)

ecclesiastico, letterato, poeta

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L'esordio del 'Rimedio amoroso', poema allegorico in volgare di Pietro Edo (Venezia, Biblioteca nazionale marciana, IX 96 [6636], f. 2r).

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Sottoscrizione di Pietro Edo, Pordenone, 1493 (Udine, Biblioteca civica, Joppi, 96, f. 257r).

Figlio del “magister” Benvenuto del Zochul e di Fiordalisa, nacque probabilmente nel 1426 a Pordenone. La data di nascita non è certa, ma si può derivare dal manoscritto IX, 305 (6078) della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia che riporta il giorno della sua morte: 22 gennaio 1504. In calce un verso di un epigramma funebre tetrastico precisa che il decesso avvenne «ter quinum lustrum dimidiumque ferens» cioè all’età di settantasette anni e mezzo. Nel corso della sua vita si firmò in modi diversi, alternando il cognome paterno di schietto timbro friulano alla versione latina Haedus e a quella volgare Capretto, con molteplici varianti grafiche: Edo, Cavretto, Del Zocholo, Çocholo, Giocholo, e anche Cryshaedus. Quest’ultimo appellativo alluderebbe a un capretto dorato posto al centro dello stemma di cui la famiglia forse si fregiava. Mancano in ogni modo riscontri circa le sue origini aristocratiche: si sa che nel 1486 venne incluso con il nipote Alessandro tra la nobiltà di Gemona e che nel 1494 lo stesso parente divenne podestà di Pordenone proprio in quanto aggregato alla nobiltà di consiglio di quella città. Anche gli anni della formazione dell’E. rimangono oscuri: la profondità della sua preparazione e l’ecletticità dei suoi interessi potrebbero indurre a pensare a un soggiorno di studio a Padova o in qualche altro centro lontano dal Friuli ma, in mancanza di conferme, si ipotizza un’incidenza significativa delle scuole pordenonesi, soprattutto di quella della cattedrale, sia sulla sua educazione religiosa sia sulla sua crescita culturale. ... leggi Nel 1447 già era prete e nel 1456 ricopriva un ruolo di rilievo nella confraternita di S. Maria dei Battuti di Pordenone. Nel contempo era stato nominato vicario della chiesa parrocchiale di Gemona e godeva, all’interno della stessa, della prebenda degli altari dei Tre Magi e di S. Tommaso. I documenti segnalano – pur con molti vuoti – un suo regolare avvicendarsi tra la città natale e il borgo pedemontano per oltre un quarantennio, almeno fino al 1495, quando, sembra, si ritirò definitivamente a Pordenone, dove era titolare di altri benefici ecclesiastici e nel biennio 1475-77 aveva ricoperto il ruolo di vicario nel duomo di S. Marco. Fu una vita, la sua, priva di avvenimenti straordinari, tutta concentrata tra l’impegno pastorale, lo studio e la scrittura, e tuttavia animata da relazioni e amicizie con maestri, poeti, canonici, mecenati e stampatori: intellettuali che, come lui, gravitavano tra Pordenone, Gemona e altre località della regione e che, in qualche caso, facevano da tramite tra la Patria del Friuli e centri più vitali. I nomi di questi suoi amici, quali Emiliano Cimbriaco, Iacopo di Porcia, Antonio Filermo, Antonio Peonio, Cornelio Paolo Amalteo, Iacopo Gordino, Leonello Chiericati, Giovanni da San Foca, Gerardo di Fiandra, Daniele Crescendulo, si leggono tra quelli dei protagonisti dei suoi trattati in forma di dialogo oppure si ricavano da epistole, dediche e prefazioni di opere sue o di altri. L’impegno letterario e culturale dell’E., sullo sfondo di una Pordenone che apriva i primi circoli umanistici (come quello del già ricordato Iacopo di Porcia e quello della famiglia Mantica) e di una Gemona (periferica sì, ma non del tutto priva di attrattive, collocata com’era lungo la strada per l’Austria) è testimoniato da una ricca messe di opere in volgare e in latino, importanti volgarizzamenti e una ragguardevole produzione musicale che contribuì al rinnovamento della polifonia. Agli interessi umanistici egli affiancò un ministero sacerdotale sempre assolto con rigore e consapevolezza del proprio ruolo. Non si sottrasse pertanto alle attività ordinarie connesse con il proprio status, attività che lo videro cimentarsi in qualità di cantore, istruire novelli sacerdoti, copiare messali, predisporre la stesura o il riordino accurato di scritture di carattere pratico a vantaggio delle comunità ecclesiali tra le quali si trovò ad operare. Esemplari in tal senso, sono il Liber memorialis defunctorum ‘reformatus’ per presbyterum Petrum Edum, cioè riordinato dall’E. nel 1474, e il Liber de redditibus su cui scrisse a più riprese delle annotazioni per la congregazione di S. Marco (manoscritti, rispettivamente, 1325 e 1326/2 della Biblioteca civica di Udine). Da segnalare, anche, i Capitula scholae venerandae Sanctae Mariae Battutorum, la riscrittura in volgare degli statuti riformati della confraternita pordenonese con un sermone introduttivo «ad exhortatione de li fratelli» (il manoscritto, datato 1495, è conservato nella Biblioteca comunale di Pordenone, mentre una stampa, giustificata da aggiunte ed emendamenti, fu allestita nel 1683 a Udine dalla tipografia Schiratti). I numerosi documenti d’archivio (gemonesi e pordenonesi) che riportano il nome dell’umanista ci restituiscono l’immagine di un uomo che godeva di stima e prestigio presso i contemporanei: la sua autorevolezza morale e la sua superiore cultura venivano avvertite sia dai concittadini che lo richiedevano spesso come testimone o arbitro davanti a notaio, sia dalla comunità di Gemona che gli affidava, a volte, anche delicati incarichi di mediazione con le autorità patriarcali. Forse già prima del 1453 l’E. compose i suoi primi lavori letterari per la confraternita dei Battuti di Pordenone: Festum Resurrectionis e Ordo festi Assumptionis, due sacre rappresentazioni in volgare (solo la seconda tuttavia è firmata). Esse sono tramandate da un codice composito della Biblioteca nazionale centrale di Roma, il quale testimonia la presenza, nella Pordenone di quegli anni, di più autori di sacre rappresentazioni. L’Assunzione, in particolare, è la rielaborazione di un testo precedentemente abraso. L’E. conserva la struttura originaria, ma interviene con un intenso “labor limae”: sostituisce, per esempio, forme venete con altre più propriamente toscane, introduce nel lessico corrispondenze dotte e latinismi, corregge incongruenze metriche. Per evidenziare la presenza di parti cantate inserisce annotazioni sceniche a margine. La contaminazione, la parafrasi, la volgarizzazione più o meno libera di modelli, nonché lo scrupolo dell’intervento correttivo e chiarificatore sono una costante nella produzione dell’E., cifra identificativa del suo metodo di lavoro: si ritrovano in una serie di laude con accompagnamento musicale che egli compose basandosi su testi liturgici tradizionali e sviluppando i temi usuali della Passione, del Natale, dell’Ascensione di Cristo, della Pentecoste ecc. Esse sono trasmesse da due codici autografi: un palinsesto della Biblioteca comunale di Udine, 165 del fondo Joppi, e il 2104 della Bibliothéque nationale di Parigi. (All’E. viene attribuita anche la lauda Verbum caro factum est a due voci conservata nel manoscritto della Bodleian Library di Oxford). Il manoscritto udinese, su cui l’E. scrisse a più riprese dal 1494 al 1501, contiene tredici laude, di undici delle quali sono riportate solo le strofe iniziali con la musica. Il codice parigino, invece, accoglie il testo completo di quattro. Il confronto tra le due fonti attesta un’elaborazione complessa e una ricerca non sempre facile, da parte dell’artista, di superare le incertezze relative alle modalità di esecuzione a più voci. Sia le laude sia le sacre rappresentazioni dell’E. si collocano nel solco di una tradizione ben radicata in Friuli ma, in quanto prodotto di un autore colto, risultano innovative e concorrono alla circolazione, dapprima tra il pubblico degli iscritti alla «Fradaya de li Battuti» e poi anche tra il complesso della comunità dei fedeli, di un codice linguistico non più municipale e di nuovi stilemi letterariamente raffinati. Tra le opere di carattere devozionale che si avvalgono di suggestioni musicali vi sono tre inni sacri in latino (trasmessi dal codice autografo 1198/11 della Biblioteca comunale di Udine datato 1489), composti per essere cantati in occasione delle processioni di Gemona. Modellati sulla tradizione innografica ambrosiana, sono scritti in un latino non particolarmente ricercato. Due di essi furono ispirati dalle epidemie di peste che nella seconda metà del Quattrocento flagellarono a più riprese il Friuli: un inno in onore di san Rocco, In die sancti Roci, edito da G. Marchetti nel 1932, e un inno in onore di san Sebastiano (anepigrafo) inedito. Il terzo inno, dedicato a san Tommaso apostolo protettore di Gemona (In festo sancti Tomae apostoli) venne pubblicato dal Baldissera nel 1894. In questo spiccano alcuni versi in cui l’E. rievoca un drammatico assedio subito dai Gemonesi in un lontano passato per opera di un «vir ortus a Carinthia», forse Ulrico di Carinzia o un suo vassallo, e risoltosi felicemente per i Friulani, grazie all’intercessione del santo, un 21 dicembre, giorno a lui intitolato secondo il calendario aquileiese. Nel 1486 l’E. predispose il volgarizzamento delle preghiere e dei salmi che compongono l’ufficio della Madonna, un testo polimetro trasmesso dal già citato manoscritto autografo IX, 305 (6078) della Biblioteca Marciana di Venezia e dal manoscritto 117 della Biblioteca comunale di Udine (copia incompleta del precedente), edito da F. De Nicola nel 1977 con il titolo di Officio de Nostra Donna. Nel sonetto introduttivo l’autore palesa il proposito di risultare comprensibile «non sol da quelli che ‘l latino intende | ma ancora da quei che nol comprende». Nel sonetto di chiusura rivolto allo stampatore fiammingo Gerardo di Fiandra (il quale poi, inspiegabilmente, non diede corso alla pubblicazione dell’opera), l’E. non nasconde le difficoltà dell’impresa: «[] non legiermente se expone | le profezie […]», e mostra piena consapevolezza, anche teorica, del problema linguistico che ha dovuto affrontare: «[] né senza reguardo | ho posto il dir toscano col lombardo | in questa nova mia translatione; | ho l’un parlar con l’altro temperato, | seguendo il dir toscano tuttavia, pur che non sia oscuro o poco usato, | aciò che più intelligibil sia | quel che se dice e, ben pronunciato, | piacqua e delette ad ogni mente pia, | benché più volte mi costringe il verso | dir sì ch’appresso molti il dir è perso». Dichiara dunque di aver adottato il “dir toscano” mitigato, intenzionalmente, col “lombardo”, ovvero depurato da quelle caratteristiche (fonetiche, lessicali, e non solo) che un orecchio settentrionale (e friulano in particolare) avrebbe potuto sentire come estranee. La mescidanza linguistica di “toscano” e “lombardo” è presentata come una necessità, una regola cui il volgarizzatore deve sottostare per ottemperare sia alle esigenze del pubblico («ogni mente pia»), sia alle caratteristiche specifiche del genere letterario della poesia («mi costringe il verso»). Insiste poi, ricorrendo a un motivo all’epoca molto diffuso, sull’utilità del volgarizzamento per coloro che non sono in grado di capire il latino. A un pubblico essenzialmente friulano è rivolto il volgarizzamento delle Constitutioni de la Patria de Friuoli, gli statuti emanati dal patriarca Marquardo nel 1366 e ancora in vigore, con parziali integrazioni e modifiche, sotto la dominazione veneziana. Il testo venne dato alle stampe – primo incunabolo impresso nella città di Udine – nel 1484 da Gerardo di Fiandra. L’Epistola introduttiva indirizzata al tipografo, pur non esente da qualche dubbio interpretativo, comprova una straordinaria attenzione dell’E. nei confronti delle questioni linguistiche. La traduzione, afferma, risulterà «utilissima e necessaria e specialmente a quelli che hanno pocha o nessuna cognitione de littere latine […] aciò che se sappiano governare nel litigare e defendersi da molte astutie e cavillationi de li soi adversarii». In relazione ai possibili fruitori, non manca di accennare alle finalità educative e sociali che il ruolo sacerdotale comporta: «l’officio del prette è a sovegnire a le miserabile persone, le quale, molte volte, per non saver dir et exponer le sue rasone […] over più tosto per esser poveri et impotenti […] perdeno le casone e lite […] Le qual incommoditade non dubito che molti de loro molte volte sciveranno havendo noticia alguna de tal lezze e constitutioni». Egli avverte l’incertezza e la complessità allora esistente a livello linguistico nella penisola: alla «varietà de li paesi» corrisponde una varietà di «lingue italiane». Quale idioma utilizzare, dunque, per tradurre un testo di grande rilievo ufficiale ma destinato a circolare soprattutto in Friuli? Se E. non ritiene adatta l’eleganza della «toschana lengua, per esser troppo oscura a li populi furlani», respinge anche l’utilizzo della «furlana», «tra perché non è universale in tutto il Friule e tra perché mal se può scrivere e pezo, lezendo, pronunciare, e specialmente da chi non è praticho ne li vocabuli et accenti furlani». Si accosterà, dice, alla «lengua trivisana», preferita perché «expedita e chiara et intellegibile da tutti» e perché, «segondo il mio giudicio, participa in molti vocabuli con tutte lingue italiane». L’espressione «lengua trivisana» non si lega a un ambito geografico ben definito e circoscritto, ad una specifica realtà cittadina, ma rimanda a un’entità fluida e sfumata, a un modello sovraregionale. Nei fatti, il volgare delle Costituzioni è una lingua piuttosto sorvegliata che muove nella direzione di una koinè veneto-settentrionale, con permanenze toscane, inserti di latinismi e di tecnicismi del gergo giuridico-legislativo, dove affiorano anche rare ma significative tessere lessicali friulane. Le acute osservazioni espresse nell’Epistola a Gerardo trovano la loro radice nella particolare complessità della realtà linguistica del Friuli, ma rappresentano anche un documento esemplare di una delicata e travagliata fase della storia della lingua italiana: quella che di poco precede il passaggio, negli usi scritti, dalla koinè settentrionale al definitivo trionfo del toscano. In volgare l’E. compose anche, primo in Friuli, un poema allegorico di diciannove canti in terzine trasmesso anepigrafo e senza data da un codice della Biblioteca Marciana di Venezia e pubblicato nel 1978 a cura di F. De Nicola col titolo Il rimedio amoroso. L’opera si rifà al genere della visione (sulla scia dell’Amorosa visione di Boccaccio e dei Trionfi del Petrarca) e utilizza un procedimento dialogico. Ne è protagonista lo stesso autore che, prima «del fren del sacerdozio», viene assalito dagli strali di Cupido. L’amata non ricambia il suo amore e Pietro, profondamente prostrato, otterrà conforto da altri che prima di lui erano stati vinti da Amore: Ovidio, innanzitutto, e poi Boezio che, dopo la morte della donna, secondo il paradigma dantesco, gli farà da guida spirituale. Alla fine, posto sulla strada del vero bene, il protagonista abbraccerà la vita sacerdotale. Al di là dell’esito letterario, l’opera è notevole per il ricco amalgama di fonti e di cultura, antica e coeva, di cui è intessuta: il dialogo con Ovidio e quello con Boezio sono l’occasione per assemblare il volgarizzamento di ampi passi dei Remedia Amoris e del De consolatione philosophiae. Le scelte linguistiche e formali risentono dell’influsso dantesco ma presuppongono anche un’approfondita conoscenza del Petrarca. La tematica antiamorosa viene ripresa dall’E. (a conferma della propagazione e dell’assorbimento di questo topos letterario anche in un’area marginale come quella del Friuli), nel De amoris generibus (o Anterotica), un trattato latino in forma di dialogo pubblicato a Treviso da Gerardo di Fiandra nel 1492. L’opera, in tre libri, è preceduta da un proemio dedicato al nipote Alessandro studente a Padova e ha come protagonisti, oltre allo stesso E., Emiliano Cimbriaco e Antonio Filermo. Lo scopo è quello di mettere in guardia il giovane contro i pericoli della superbia e della lussuria. I dialoghi si svolgono in tre luoghi diversi della città di Pordenone: nella dimora del Cimbriaco, nel giardino della casa dell’E. e nel chiostro della chiesa di S. Marco. Un quadro che fa bella mostra di sé nella biblioteca di Emiliano e che raffigura un’immagine di Cupido «eleganter picta» avvia la discussione sulla natura di Eros e del suo gemello Anteros. Il dibattito è arricchito da un cospicuo ed erudito commento degli interlocutori sugli aspetti iconografici di Cupido tramandati dalla tradizione poetico-letteraria e artistico-pittorica. Il De amoris generibus fu, tra le opere dell’E., quella che ottenne maggior successo: ben nota ai contemporanei (secondo Carlo Dionisotti non l’avrebbe ignorata il Bembo quando scrisse Gli Asolani), fu ristampata a Lipsia nel 1503 e a Colonia nel 1608. Il corpus – particolarmente vasto – delle opere latine dell’E. è ancora in gran parte da indagare e in qualche caso, proprio per il carattere disperso dei materiali (edizioni antiche, manoscritti di non facile reperimento o smarriti), ancora da ricercare. Tra le opere pubblicate, il Liber de mundanorum hominum temeritate atque stultitia, stampato a Venezia nel 1502, è un breve dialogo tra l’E. e Iacopo Gordino, la cui materia, secondo A. Benedetti, sarebbe di ispirazione petrarchesca. Nell’epistola introduttiva il destinatario, l’amico Iacopo di Porcia, viene pregato di provvedere alla stampa dell’opuscolo. E questi, in effetti, si prodigò in tal senso: ne è conferma una lettera (conservata, priva di data, nel suo Epistolario) mediante la quale, rivolgendosi al patrizio veneziano Giovanni Zorzi, cercò di promuovere la pubblicazione a Venezia presso Aldo Manuzio di tutte le opere dell’E. Redatto secondo il modello petrarchesco dovrebbe essere anche il De concordia pacisque dulcedine suavitateque salutari, un trattato forse perduto: stando al Liruti risalirebbe all’anno 1500 e sarebbe stato stampato senza data e senza indicazione della tipografia. Un’altra dissertazione, De miseria humana, venne pubblicata, postuma, nel 1553 a Venezia, per cura dell’Accademia Veneta. Un’edizione seguì nel 1566 a Colonia. Il titolo richiama un celebre testo dell’ascetismo medievale, il De miseria humanae vitae scritto da Innocenzo III ai primi del Duecento. Il contenuto è esemplato sulle Tusculanae disputationes di Cicerone: Emiliano Cimbriaco, che aveva da poco perduto il figlioletto Elio, trova conforto nel dialogo con il medico Antonio Peonio. Tra gli inediti spiccano due opuscoli derivati forse dalle discussioni e dai convincimenti allora invalsi nell’ambiente della curia vescovile concordiese: Antidotum in libellum Vallae, dedicato a Leonello Chiericato, e In Laurentii Valllae famosum libellum quemdam Apologia, con lettera di prefazione ad Alessandro VI, datati rispettivamente 1496 e 1501. Con essi l’E. interviene nella polemica in difesa del potere temporale della chiesa, schierandosi risolutamente contro la De falso credita et ementita Constantini donatione del Valla. Entrambi i testi sono tramandati da un manoscritto della Biblioteca comunale di Assisi; una copia del secondo è trascritta, di seguito all’Invectiva in donationem Constantini dello stesso Lorenzo Valla, in un codice della Natio nalbibliothek di Vienna. L’E. si dimostra irremovibile nella sua intransigenza e cerca di replicare punto per punto a tutte le argomentazioni del Valla. Porta la data del 1493 un inedito dialogo De quibusdam miraculorum quaestionibus libellus, conservato in un codice parzialmente autografo della Österreichische Nationalbibliothek di Vienna: il codex unicus 3510 (rec. 1097). Ambientato a Pordenone in casa del delegato imperiale Giorgio Elacher, ha come interlocutori lo stesso autore e Iacopo Gordino. Il testo è preceduto da un’epistola di dedica a Giovanni da San Foca. Allarmati per gli strani prodigi che si stanno verificando davanti a un’edicola della Madonna, non lontano dal castello di Fanna (Pordenone), i protagonisti ragionano sul rapporto tra miracolo e magia. La fama di guarigioni improvvise avvenute in quel luogo richiamava numerosi pellegrini, tanto che qualcuno aveva messo in moto un vero e proprio apparato organizzativo per sfruttare anche economicamente tale afflusso: si distribuiva una bevanda “miracolosa”, si vendevano ceri e immagini sacre. La discussione è supportata da frequenti citazioni, parafrasi o esegesi di passi delle Sacre Scritture e di testi di padri della Chiesa (da Agostino a Gerolamo e Gregorio Magno). Alla fine si arriva ad affermare che i fenomeni di Fanna non possono essere considerati miracoli, ma atti di magia messi in opera dal demonio e da stregoni a lui strettamente legati. L’opera riveste un singolare interesse antropologico e fornisce utili materiali sui fenomeni della devozione popolare, del pellegrinaggio e dei riti ad esso collegati, nonché sulla diffusione dell’idea di stregoneria diabolica nell’area friulana nella seconda metà del Quattrocento. Il De rei uxoriae conditione statuve è un trattato sul tema del matrimonio: pur collocandosi entro un frequentato filone misogino, spicca per l’ampiezza e la varietà dei temi trattati. Attraverso le voci dei due dialoganti, Giovanni di Colloredo e suo cugino Gerolamo, uno sposato e l’altro celibe, si passano in rassegna, in una prospettiva morale ma anche didascalica, i vari aspetti del rapporto coniugale, compresi quelli più intimi e delicati e si affrontano anche questioni pratiche come la gestione del patrimonio, la dote, i rapporti suocera-nuora. L’opera, datata 1497, è conservata nel codex Gottwicensis 508 (450) del monastero benedettino di Göttweig (Austria), che include altre due composizioni inedite dell’E.: De clericorum conditione et statu e De rei militaris. Affronta il tema della vecchiaia il De christiani hominis senectute, un saggio completato a Gemona nel 1491 e modellato sulla fonte ciceroniana Cato maior de senectute: esso precede un De pestifero sedicionis malo huiusque remedio nel codice Rossiano 371 della Biblioteca vaticana. Quest’ultimo testo, datato 1495, ricorda A. Benedetti, «tratta del problema delle lotte civili, traendo spunto da avvenimenti di storia locale, con agganci alla storia antica». Il manoscritto 96, fondo Joppi, della Biblioteca comunale di Udine, Expositio in davidicos Psalmos, è datato 1493 e riporta un commento di carattere erudito ai singoli versicoli dei centocinquanta salmi del salterio. Alcuni fascicoli del codice furono interpolati nel Seicento per mano del notaio pordenonese Osvaldo Ravenna che allestì un’impaginazione assai simile all’originale, avventurandosi anche in una curiosa imitazione della grafia dell’umanista. Il Liruti ricordava anche altri lavori dell’E.: De regni conditione statuve, In ecclesiasticos hymnos commentarius seu glossa e De plani cantus praeceptis quibusdam et observationibus libellum (a conferma, questi ultimi, dell’interesse dell’E. per la musica). Nel manoscritto XI 62 (6793) della Marciana, al foglio 168r compaiono effettivamente i titoli di queste opere con l’attribuzione all’E., oltre ai già citati De concordia pacisque dulcedine suavitateque salutari e De mundanorum hominum temeritate atque stultitia. Manoscritte sono anche due orazioni d’occasione scritte probabilmente prima del 1468: la prima intitolata Petri Haedi presbiteri oratio a Zacharia diacono in convivio habita, la seconda Oratio pro Dominico Lintignio novello sacerdote Serravalli habita. Quest’ultima sviluppa l’argomento della dignità del sacerdozio, tema particolarmente caro all’E. I due testi sono conservati in un codice cartaceo della Biblioteca civica di Trieste (segnato R. P. manoscritto 2-27) che riporta anche copia della lettera di Lombardo Della Seta al Petrarca «de dispositione vitae suae», importante testimonianza dell’espansione del culto del poeta toscano in Friuli. Ulteriori informazioni sulle fonti, le letture e la biblioteca dell’E. si ricavano dai suoi testamenti (del 1467, del 1475 – con un codicillo dell’anno successivo – e del 1501, tutti redatti dal notaio Frescolini di Pordenone). In essi i libri ecclesiastici, ma anche i classici greci e latini, sono parte preponderante dell’eredità. Nell’ultima disposizione, in particolare, l’E. destina i suoi volumi parte alla chiesa di S. Marco di Pordenone e parte alla cappella di S. Tommaso del duomo di Gemona: qui, prescrive, saranno riposti in sacristia, «[…] ad instructionem legere volentium», per l’istruzione di coloro che vorranno leggerli. Le ultime volontà rivelano affetto per entrambe le città e suggellano un’esistenza improntata ad una forte tensione morale ed educativa.

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Bibliografia

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