GISCARDI GIACOMO

GISCARDI GIACOMO

ecclesiastico, giurista, vicario patriarcale

Immagine del soggetto

Papa Gregorio XII, qui raffigurato in una miniatura coeva, nel 1409 convocò a Cividale un concilio.

Originario di Arpino, dottore di decreti, G. G. nel 1396 si presentava in Friuli a prendere possesso della pieve di Tricesimo concessa in commenda al cameriere papale Felice Graziani napoletano. A parte le proteste sollevatesi a Udine per tale assegnazione, che sommava il pievanato di Tricesimo al decanato di Udine, la questione si complicò per l’opposizione del capitolo di questa città, benché alla fine dopo un paio d’anni il tribunale del patriarca desse ragione al Graziani. Nonostante l’esito positivo del processo, costui tuttavia rinunciò. Bonifacio IX poi nel maggio del 1400 assegnò pieve e decanato al cividalese abbreviatore apostolico Nicolò Rugi; ma qualche mese dopo si presentò un secondo pretendente nella persona del friulano Iacopino del Torso, che il patriarca e il G. appoggiarono. La vicenda della pieve metteva in luce un personaggio che ben presto assumeva una posizione di primo piano nella curia patriarcale, come ampiamente dimostra il Registrum della cancelleria del Caetani. Già l’8 aprile 1396 l’Arpinate con il titolo di vicario “in spiritualibus” – carica che egli ricoprì prima con Angelo Baglioni, poi solo – era presente all’investitura che il patriarca faceva dei castelli di Porcia e Brugnera e delle ville di Pozzo e Porcia a Guecello di Porcia. Ormai integrato nel nuovo ruolo, il canonista dovette rendere buoni servigi al Caetani, se nel novembre dell’anno successivo, quando già era canonico di Cividale, questo gli concedeva di adottare le insegne della sua famiglia e gli assegnava la pieve di Palazzolo, alla quale però ambiva anche Tommasino da Forlì preposito di S. Felice di Aquileia. ... leggi Il concorrente trovò un sostenitore in Febo della Torre, che sequestrò il quartese spettante alla pieve, si ignora se per appoggiare realmente il preposito o per dimostrare la sua opposizione al patriarca. Il Caetani giunse fino al punto di minacciare la scomunica; non si possiedono documenti sulla evoluzione del caso, tranne che sulla conclusione: la pieve di Palazzolo restò assegnata al G. Nella sua carriera nel patriarcato questo assommò pure un canonicato ad Aquileia e uno a Cividale. Come luogotenente del patriarca, assieme al collega Artico di Porcia, ricoprì vari uffici. Il primo naturalmente consisteva nell’amministrazione della giustizia, della quale è rimasta traccia soprattutto per mano del cancelliere Enrico Praytenrewter. Nell’aprile del 1400 fu compito dei vicari patriarcali annunciare alle comunità di Venzone e di Tolmezzo il mutamento della moneta. A metà maggio dello stesso anno nel consiglio della comunità di Udine il G. manifestava preoccupazione per gli ammassamenti di truppe contro la Patria da parte di Federico di Spilimbergo e colleghi. I sudditi del patriarcato si rivolgevano a lui come al responsabile della politica del signore. Gli Udinesi, nel timore di una guerra incombente, pochi giorni dopo il suo discorso al consiglio di quella città, gli chiedevano l’assegnazione di un capitano idoneo o di chi per lui, che potesse affrontare la situazione con competenza. Quando nel 1401 il patriarca Caetani si allontanò dal Friuli lasciandovi con Moschino della Torre il G. e il Porcia, questi ultimi due diramavano gli inviti al parlamento, investivano dei feudi e impartivano ordini di carattere politico, come al gastaldo di Cividale quello di metter pace tra i signori di Attimis. Non potevano tuttavia impedire che il parlamento volesse trattenere la parte della “talea” che in caso di guerra per tradizione il patriarca accantonava per le spese: essendo ormai costui in Puglia, i Friulani temevano che il suo canipario se ne sarebbe impossessato. Ma ormai il 27 febbraio 1402 il Caetani fu eletto cardinale e come patriarca fu nominato Antonio Pancera vescovo di Concordia. Il dottore arpinate si fermò in Friuli come procuratore del Caetani, tanto che in tale veste il 21 marzo 1403 in Aquileia fece proclamare la scomunica dell’ex tesoriere Alemanno de Medici. Il Pancera a sua volta utilizzò la sua esperienza creandolo suo vicario “in spiritualibus” l’11 settembre 1406. E quando nel maggio 1408 il patriarca fu convocato a Lucca da Gregorio XII per essere sottoposto a giudizio, la città di Cividale incaricò G. d’Arpino d’informare la curia gregoriana che la comunità sosteneva il patriarca. Nell’ingarbugliata situazione politica che vedeva schierate l’una contro l’altra Udine e Cividale, s’inserisce l’episodio del concilio di Cividale riunito da Gregorio XII. Anche dopo il suo fallimento la città ospitante continuò a sostenere quel papa. Probabilmente in questo contesto si può interpretare il documento del 20 settembre 1409 con il quale il Pancera intimava a una serie di “erroriani”, ossia di fautori di Gregorio XII, di presentarsi al suo tribunale entro sei giorni per mutare il proprio schieramento, pena la decadenza dal loro ufficio o beneficio. Il G. era incluso nell’elenco con il titolo di canonico di Aquileia e pievano di Palazzolo. L’Arpinate tuttavia sopravvisse a tale minaccia. Morì prima del 21 giugno 1411, giorno nel quale la sua prebenda aquileiese fu assegnata a Nicolò da Portogruaro. Si chiudeva in quel momento un’epoca nella quale la conoscenza del diritto canonico era stata fondamentale per la carriera nel patriarcato. In ogni modo, come si deduce dall’inventario autografo, compilato nell’aprile del 1407, della biblioteca del G., che comprendeva settantotto volumi, la cultura del personaggio si era ampliata ben oltre gl’interessi professionali, ai quali per altro non solo come canonista, ma anche come studioso di diritto civile concedeva ampio spazio. Vi aveva infatti accolto opere di carattere teologico, come le Sentenze, di Pietro Lombardo e testi patristici di Girolamo e Giovanni Damasceno. Vi trovavano posto pure le immancabili grammatiche di Prisciano e di Donato, i soliti classici (Stazio, le Heroides di Ovidio, l’Eneide, il Laelius di Cicerone). Brillavano per la loro singolarità una Pars Dantis «de manu Antonii bacillerii» e un Liber del poeta grammatico umanista Zanobi da Strada, nonché un’opera di Francesco da Maggio e un trattato sugli scacchi.

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Bibliografia

GLORIA, Monumenti, II, n° 2031, 335; ZAMBALDI, Monumenti, 207; LEICHT, Parlamento, I/2, CCCCXV, 393; CCCCLII, 422; PASCHINI, Il patriarca Antonio Caetani, 73, 79, 99, 101; ID., Prelati friulani in curia romana durante il grande scisma, «MSF», 41 (1954-1955), 95-113; PASCHINI, Vicari, 14; ZENAROLA PASTORE, Atti, 242, 243; SCALON, Produzione, 77; 94; 116-117, n° 173, 262-266; MASUTTI, Zecca, 45, 74, 108-109.

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