MATTEI LEONARDO

MATTEI LEONARDO (1390 - 1469)

domenicano

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Il convento di S. Pietro Martire a Udine, del quale Leonardo Mattei fu vicario dal 1541 (Udine, Biblioteca civica, Principale, 1354, III/3).

Nacque a Udine, tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, presumibilmente nell’ultimo decennio del XIV secolo. Leandro Alberti (sec. XVI) è l’unico a collocare la nascita del M. non a Udine, ma a Belluno, senza però fornire altre indicazioni, sebbene la sua vicinanza cronologica al M., solo una generazione di scarto, possa far propendere per l’attendibilità della sua notizia. Nel 1424, rivestiva presso il convento di S. Domenico di Bologna la carica di maestro degli studenti, secondo quanto riporta l’explicit delle Recollectiones super libris de Anima (Bononiae 1424): «Explicit recollectiones super libros de Anima. Amen. Quas collegit sub fr. Leonardo de Utino, magistro studentium Bononiae 1424 ordinis Praedicatorum fr. Antonius de Sicilia […]» (Recolletiones super libris de Anima, Padova, Bibl. Univ., 1499, f. 148v). Normalmente si accedeva a tale carica quando ancora il frate era “studens”, cioè durante l’iter formativo, fra i venti e i venticinque anni. Inoltre, gli insegnamenti che spettavano al baccelliere non potevano essere svolti da chi avesse meno di trent’anni, per cui si può ipotizzare che il M. potrebbe aver vestito l’abito dei predicatori intorno ai quattordici anni, tra il 1413 e il 1414. Suo padre si chiamava Matteo ed era banditore del comune di Udine, secondo quanto attesta una nota dei Quaderni de’ camerari, riportata dal domenicano Agostino Bruni nelle sue annotazioni relative al convento di S. Pietro Martire di Udine, da lui raccolte intorno al 1760 (BAU, ms 485, Notizie spettanti al venerabile convento di S. Pietro Martire di Udine, p. 77), traendole dagli Annales cittadini e dai Quaderni de’ camerari di Commun di Udine. Nulla sappiamo di sua madre, se non che morì nel darlo alla luce, a causa delle considerevoli proporzioni del suo capo, secondo quanto afferma Antonio Belloni nella Vitae patriarcharum Aquileiensium, a proposito dell’elezione alla cattedra di Aquileia del vescovo di Firenze, il padovano Ludovico Scarampi, detto “Mezzarota”, avvenuta nel 1439. Per far fronte alle ingenti spese per il conseguimento del magistero, nel 1425 la comunità di Udine gli accordò «in subsidio sui studi» la somma di 4 ducati (BAU, ms 485, f. ... leggi 77r). Nel 1426, il capitolo generale di Bologna nominò il M. «lector Sententiarum», insieme a Giacomo da Acquamela, nel convento di S. Domenico di Bologna, per il biennio 1426-28 (Acta Capit. Gen. VIII, 188). In questo periodo si colloca l’insegnamento del M. in qualità di «lector sententiarum» presso il monastero dei Celestini di Bologna, come attesta la sua menzione ad un capitolo conventuale come «bachalarius celestinorum». Il 23 marzo 1427, il M. venne ricevuto dal consiglio cittadino per chiedere un altro sussidio economico per meriti di studio. Il consiglio gli accordò 5 ducati e gliene avrebbe accordati di più se le casse comunali non si fossero trovate in passivo, al momento della sua richiesta (BCU, Annales, XXIV, f. 245r). Dopo il conseguimento della “licentia ubique docendi” (il M. è menzionato nella «matricola degli addottorati, 1364-1500», al n. 201, cfr. EHRLE, I più antichi statuti, 112), fu nominato reggente della provincia di San Domenico al capitolo generale di Colonia del 1428, carica che gli fu riconfermata nel 1431 dal capitolo generale di Lione (Acta Capit. Gen. VIII, 207, 213). Il 30 marzo 1433, il M. portò a termine l’Epistola di Rabbi Samuele Iudeo a Rabbi Isaac, del Messia venuto, volgarizzamento dell’Epistula rabbi Samuel de Fez de adventu Messiae del domenicano spagnolo fra Alfonso Buenhombre del convento di Saint Jacques a Parigi, traduzione latina della lettera che nel 1339 il rabbino Samuele, ebreo di Fez, aveva inviato all’arcisinagogo di Subiulmesta (Marocco) con una dedica all’allora maestro dell’ordine, Ugo di Vaucemain. L’opera ci è pervenuta da due testimoni: il manoscritto Acquisti e doni 275 (a. 1500) della Biblioteca Medicea-laurenziana di Firenze e il manoscritto 21 (a. 1497), mutilo della parte iniziale, della Biblioteca Angelica di Roma. Per la Quaresima del 1434, il M. predicò in S. Maria Novella. Dal 1435 al 1445, il M. fu particolarmente attivo come predicatore, attività che sembra lo abbia portato anche in Germania, come lui stesso afferma nel panegirico di san Martino di Tours: «Obtinuit autem a Domino ut quicumque eius suffragia exposceret maxime morbo pestifero laborans, si in eius vigilia pane et aqua ieiunaret, perfectam sanitatem pro illo anno impetraret. Et ego magister Leonardus de Utino ordinis predicatorum, in Alemania experientia hoc didici fore verum, et in multis Italie civitatibus idem predicavi, unde, indicto ieiunio statim cessavit tempestas illa gravissima pestilentie» (Leonardi de Utino Sermones de sanctis. In festo sancti Martini episcopi et confessoris). Nel 1436, fu chiamato a Venezia a predicare per la quaresima dai suoi confratelli del convento dei SS. Giovanni e Paolo, dove ritornò di nuovo per la stessa ragione nel 1442, riscuotendo per il suo ministero un lauto compenso, 14 ducati (notizia trascritta da Bruni dai Diarii del convento veneziano, non pervenutici, cfr. BCU, ms 193, 7). A Ferrara, prima del trasferimento del concilio a Firenze, avvenuto negli ultimi mesi del 1439, il M. su richiesta dei padri conciliari redasse una confutazione di dodici proposizioni approvate dal concilio di Basilea. Dopo il trasferimento del concilio da Ferrara a Firenze, il M. ebbe modo di dar prova della sua abilità oratoria, predicando in varie occasioni dinanzi al papa e alla curia romana. Frutto di questa predicazione, sono i quarantotto Sermones floridi de dominicis et quibusdam festis, stampati a Lione nel 1496 e nel 1498. Secondo l’erudito udinese Antonio Bellone, in questo torno di tempo il M. avrebbe predicato a Roma, riportando alla fede alcuni eretici. La presenza del M. è attestata il primo giugno 1440 nel convento di S. Domenico di Cividale del Friuli, in qualità di vicario del Friuli e dell’Istria e di professore in sacra teologia, dall’inventario di libri da lui stesso redatto, testimonianza del rinnovato indirizzo pastorale assunto dai domenicani del Friuli, dopo la conquista veneta. Una nota di spesa dei Quaderni de’ camerari attesta l’acquisto di materiale librario e di vino come omaggio da parte della comunità di Udine all’ormai illustre concittadino (BAU, ms 485, f. 78r). Nel 1442 venne eletto priore del convento di Treviso (BCU, ms 193, p. 7). Il 28 gennaio 1445, il consiglio cittadino, su istanza del nobiluomo Agostino da Aquileia, assegnò al M. un salario di 28 ducati annui, per consentirgli di risiedere stabilmente nella sua città natale, affidandogli l’incarico di predicatore ufficiale (BCU, Annales, XXVIII, f. 108r-109r). In realtà, il M. percepì il salario solamente nel 1445 e nel 1446. Sempre nel 1445, concesse in prestito al decano della città, il celebre giurista nonché insigne predicatore Domenico Domenichi, che di lì a poco (1448) sarebbe stato eletto vescovo di Torcello, alcuni libri della biblioteca conventuale di Udine, dietro istanza dei canonici cividalesi che a tale scopo sollecitarono l’interessamento del comune. Risale al 1446, la composizione dei Sermones aurei de sanctis, quando il M. si trovava ad Udine, una raccolta di panegirici per le varie ricorrenze dell’anno, che venne stampata per la prima volta a Colonia nel 1473 e, sempre nello stesso anno, a Venezia. Nel 1447, fu riconfermato nella carica di vicario del Friuli e in tal veste è attestata per quell’anno la sua presenza nel convento veneziano dei SS. Giovanni e Paolo. Sempre in quell’anno, il M. predicò a Cividale il ciclo quaresimale. Il 10 maggio seguente, chiese udienza al consiglio comunale per avere il permesso di riesumare il corpo di Benvenuta Boiani, terziaria domenicana, morta in concetto di santità il 30 ottobre 1292; ottenutolo, il 27 maggio venne riesumato il corpo della Boiani, che non risultò incorrotto. Tuttavia, il M. si fece promotore della beatificazione della penitente friulana, convinto com’era della sua fama di santità. Il 18 giugno 1451, il M. dal Maestro dell’Ordine, Guido Flamochetti, venne nominato vicario dei conventi di S. Pietro Martire di Udine e di Capodistria, nonché del monastero di S. Maria di Cella, con piena autorità «tam in capitibus quam in membris» (Firenze, Bibl. Medicealaurenziana, San Marco 866, Reg. Mag. Ord. Guidonis Flamochetti, 1451, f. 36r). Il 20 giugno seguente, fu inviato in qualità di visitatore «cum auctoritate plenaria absolvendi, visitandi, incarcerandi, exortandi et alia similia faciendi que ipse generalis facere possit si presens adesset» nel convento di Padova e nel monastero di S. Anna, insieme al “magister” fra Antonio di Camerino, per risolvervi «ardua negocia» (Ibid., f. 36v). Secondo la testimonianza di Agostino da Aquileia, rappresentante dei maggiorenti della città friulana presso la Curia papale, il M. sarebbe stato convocato il 26 ottobre 1452 dal cardinale di S. Sisto, il domenicano Giovanni di Torquemada, vicecancelliere della Curia romana, per comunicargli l’intenzione di papa Niccolò V di nominarlo Maestro del Sacro palazzo, ma egli rifiutò, nonostante le ripetute insistenze (BCU, Annales, XXX, f. 190r; Arch. Gen. Ord. Praed, XIV, l. M, f. 226). Nel giugno del 1453, il M. venne interpellato per effettuare una perizia su alcuni libri greci che il francescano Ludovico da Strassoldo aveva venduto al vescovo Antonio di Fabriano, incaricato dell’acquisto dal bibliotecario papale Giovanni Tortelli. Si colloca nell’estate del 1453, la stesura del Tractatus de cambiis, tràdito da due manoscritti del sec. XV, il Vat. Chigi B. V. 86 (f. 30-33) e il VII. E. 21 (f. 220-223v) della Biblioteca nazionale di Napoli. Nel novembre di quell’anno, il M. portò a termine il Tractatus de inchoatione formarum, pervenutoci dal manoscritto J. 10.48 (sec. XV) della Biblioteca nazionale di Firenze. Nel dicembre di quello stesso anno, concluse il Tractatus de mixtione elementorum. Il 22 gennaio 1455, il M. porse le sue scuse al comune di Cividale per aver permesso la permuta di alcuni libri tra il convento del luogo e quello di Udine. Il domenicano, dopo aver ricordato che era prassi lo scambio librario tra i due conventi, si dichiara disponibile a rivedere la decisione, qualora fosse così deciso dal consiglio, che probabilmente considerava la biblioteca conventuale di Udine di pubblica utilità. Nel capitolo provinciale, celebratosi ad Ancona nel 1455, il M. venne eletto priore provinciale della Lombardia inferiore (BCU, 193, p. 7), stando a quanto riporta il Bruni, che potè attingere ai regesti dei documenti dell’Archivio della provincia domenicana della Lombardia inferiore o di San Domenico, mentre il Liruti colloca l’elezione del M. a priore provinciale al 1456. Il 15 novembre seguente, appena assurto alla carica di priore provinciale, la presenza del M. è attestata nel convento dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia, dove effettuò la sua prima visita canonica. Nel 1456, partecipò al capitolo generale di Montpellier, dove vennero presi provvedimenti per rendere più difficile il conseguimento dei gradi accademici, fonte di privilegi economici, e per impedire il ricorso al potere civile, come mezzo per introdurre l’osservanza nei conventi. In occasione di questo viaggio, il comune di Udine, dietro sua richiesta, gli accordò la somma di 15 ducati per l’acquisto di un cavallo (BCU, Annales, XXXI, f. 41v). A Ferrara, nel 1457, in qualità di priore provinciale, tenne l’orazione funebre per le esequie del suo illustre confratello, umanista e vescovo di Imola, Gaspare Sighicelli da San Giovanni in Persiceto, già incaricato nel 1449 da Niccolò V di riformare il convento fiorentino di S. Maria Novella (BERTELLI, Cronica, f. 204r; R. CREYTENS, S. Antonin, p. 326n). Al capitolo provinciale tenutosi a Forlì il 31 maggio di quell’anno, il M. dovette affrontare il problema dell’insolvenza di alcuni conventi della provincia della Lombardia inferiore nel versamento al priore provinciale delle contribuzioni dovute. Dal registro delle entrate spettanti alla provincia, tenuto diligentemente aggiornato dal M., si evince, ad esempio, che ancora nel 1460 il convento di Camerino, la cui contribuzione annua era stata fissata a 4 ducati, ne doveva alla provincia ventisei. Proprio nel 1460, il Maestro dell’Ordine Marziale Auribelli fu costretto, probabilmente dietro sollecitazione del M., ad indirizzare a tutti i conventi della provincia della Lombardia inferiore una lettera (BAU, ms 485, inserita nel codice), con la quale imponeva perentoriamente ai conventi insolventi il versamento delle contribuzioni, loro spettanti. Il M. nel 1457 fu al capezzale della nobile udinese Elena Valentinis, morta in concetto di santità, che gli richiese in punto di morte un consiglio spirituale. Nel 1458, il M. accompagnò l’Auribelli nella visita canonica del convento di S. Agostino di Padova, insieme al priore provinciale della Lombardia superiore, Antonio da Alessandria. Il 4 giugno di quell’anno, festa di san Pietro Martire, fu celebrato a Udine, con il sostegno economico del comune (BCU, Annales, XXXI, f. 151) il capitolo provinciale, che avrebbe dovuto celebrarsi nel 1457 e che affidò al M. il secondo mandato di priore provinciale. Grazie alla notizia riportata dal Liruti, che però sbaglia la datazione, sappiamo che nel refettorio del convento udinese esisteva una lapide commemorativa di questa elezione. Per la pentecoste del 1459, partecipò al capitolo generale di Nimega, dove fu letta la bolla di canonizzazione di Vincenzo Ferrer (Acta capit. Gen., VIII, p. 268). Il 15 novembre di quell’anno, il M. ottenne dal comune di Udine un contributo di 25 ducati per l’edificazione della nuova biblioteca che, in qualità di priore provinciale, si sarebbe impegnato ad erigere «in loco refectorii», con il sostegno economico del comune stesso. Nel 1463, il M. su richiesta del comune di Udine, compose il trattato De sanguine Christi, intervenendo nella disputa tra francescani e domenicani, scoppiata in seguito all’omelia tenuta da san Giacomo della Marca nella cattedrale di Brescia il 18 aprile 1462, domenica di Pasqua. Il francescano aveva sostenuto che il sangue versato sino all’ultima goccia da Gesù Cristo sulla croce avrebbe cessato di essere unito alla divinità nell’unione ipostatica, una volta separatosi dal suo corpo. Già nel 1351, sotto il pontificato di Clemente VI, per lo stesso motivo si erano scontrati a Barcellona il francescano Francesco Baiuli, guardiano dei frati minori e il domenicano Nicola Rosell, inquisitore d’Aragona e Catalogna. Di lì a poco, il santo francescano venne accusato di eresia dal domenicano Giacomo da Brescia, inquisitore generale di Lombardia, che lo convocava dinanzi al tribunale per il giorno seguente, sotto pena di scomunica. Dopo alterne vicende, il 31 maggio 1462 papa Pio II avocò a sé la questione, a causa dell’asperità dei toni che, da ambo le parti, stava assumendo la polemica. La disputa ebbe luogo dinanzi al pontefice e alla Curia romana dal 3 al 4 gennaio 1463, cui fece seguito un concistoro. Vi partecipò anche il vescovo di Torcello, Domenico Domenichi, autore a sua volta di un trattato De sanguine Christi, redatto nel 1463. Intervenne sulla spinosa questione anche il domenicano fiorentino Bartolomeo Lapacci de’ Rimbertini, già vescovo di Cortona, e di Argo e Corona, in Grecia, con il trattato De sanguinis pretiosissimi crucifixi divinitate, terminato proprio poco prima di morire (1466). Il primo agosto 1464, Pio II con la bolla Ineffabilis summa providentia Patris, interdiceva qualsiasi discussione in merito al sangue di Cristo effuso sulla croce, fintanto che il magistero non si fosse pronunciato definitivamente. Il trattato, che ci è stato tràdito dal manoscritto 96 (sec. XV) della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, unico testimone che attesta un legame tra il M. e l’umanista friulano Guarnerio d’Artegna, canonico di Aquileia e abbreviatore apostolico, che lo commissionò a Niccolino da Zuglio tra il 1463 e il 1466, e dal manoscritto 8 (mutilo) della Biblioteca comunale di Serra San Quirico, venne stampato a Venezia nel 1617. Terminato il mandato di provinciale, al M. fu affidata la cura del convento di S. Pietro Martire di Udine, in qualità di priore, dal capitolo della provincia di San Domenico tenutosi nel 1465 a Novara. L’affezione della città di Udine per questo suo illustre concittadino «vir scientia approbatissimus», ormai in età avanzata e prossimo alla morte, è dimostrata dall’assegnazione di 10 ducati per consentirgli di curarsi gli occhi (BAU, 485, f. 80r). Secondo il necrologio del convento udinese, il M. sarebbe morto il 26 maggio 1469, quasi settantenne, lasciando al convento «permaxime libros» (Bologna, Convento S. Domenico, Arch. Prov. Utr. Lomb., F. III, 11500, Liber vestitionum et ordinationum necnon defunctorum, c. 72r), data attestata anche dal notaio udinese Giovanni Vari, ma in contrasto con quella del 14 maggio, riportata sull’inventario dei libri trovati nella cella di M. alla sua morte, testimonianza della sua spiccata vocazione di bibliofilo. Oltre alle opere citate in precedenza, il M. fu autore di alcune opere di logica, quali una Logica, divisa in sei parti, un Tractatus de modis dicendi, una Regula de maximo et minimo, un De natura materiae et dimensionibus interminatis, e di una sintesi della filosofia tomista, la Tabula super s. Thomam de philosophia.

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Bibliografia

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