MODENA GUSTAVO

MODENA GUSTAVO (1803 - 1861)

attore teatrale, patriota

Immagine del soggetto

Il patriota e attore Gustavo Modena (Udine, Biblioteca civica, Album fotografici).

Nacque a Venezia il 13 febbraio 1803. Nonostante i genitori (attori entrambi, Giacomo e Maria Luisa Bernaroli Lancetti) avessero cercato di avviarlo alla tranquillità della professione legale – effettivamente si laureò in giurisprudenza nel 1821 a Bologna e poi fu dichiarato avvocato nel 1824 –, in quello stesso anno il ventunenne M. preferì invece essere “figlio d’arte”, esordendo subito alla grande nella compagnia di Salvatore Fabbrichesi nella parte di David del Saul alfieriano. Già allora, come poi da “primo attore” nel 1829, nel complesso di Antonio Rafstopulo e poi del padre e di Carlotta Polvaro (quest’ultima, tra l’altro, di origini friulanissime), il giovane M. aveva dalla sua la marcia in più di una «persona prestante» e di una «voce forte e molto estesa», tutti «eccellenti mezzi fisici» (Vito Pandolfi) che in scena egli piegava anche ad accentuare i risvolti civili delle sue interpretazioni suggestive, capaci tanto di attirargli il favore crescente del pubblico, quanto di procurargli non poche noie con la censura. Già mazziniano nell’animo, conobbe Mazzini nel 1831. Nello stesso anno avvenne la prima brusca cesura della professione, quando, ricercato dalla polizia austriaca per la sua attiva partecipazione da combattente ai moti a Rimini, Ancona, Cesena, dovette riparare avventurosamente all’estero, da cui sarebbe rientrato solo nel 1839. Negli anni di quell’esilio fu impegnato dapprima, in Francia, al fianco della Giovine Italia; poi, dopo essere stato allontanato sia dal territorio elvetico che da Parigi, si rifugiò nel 1835 in Belgio, dove visse di stenti e di umili mestieri insieme a Giulia Calame, la fedele compagna che, conosciuta e sposata in Svizzera (era figlia di un banchiere di Berna), condivise fino in fondo gli stessi ideali del marito; infine poté recarsi a Londra, dove, tornato a recitare al Queen’s Theatre, suscitava l’entusiasmo degli inglesi con la recitazione “politica” di alcuni brani della Divina Commedia. ... leggi Quell’effetto poteva essere ottenuto grazie all’invenzione, a suo modo straniante, di un Dante in costume d’epoca, immaginato mentre dettava i suoi versi ad un amanuense e così, con una calcolata strategia d’attore tramata di pause, sospensioni e intonazioni varie di voce, poteva introdurre nel poema insinuazioni critiche senza veli. Scelte di vita così coerenti non dovevano esaurirsi nemmeno con il ritorno in patria e nonostante il sicuro traguardo di una compiuta maturità di grande artista e di guida magistrale di attori. Quel culmine avvenne particolarmente tra il 1843 e il 1845, quando M. costituì la celebre e presto acclamata Compagnia dei giovani, in cui mise in atto la sua “riforma” genialmente all’avanguardia e ammaestrò ai suoi intendimenti un gruppo di futuri grandissimi artisti: Fanny Sadowski, Gaetano Vestri, Luigi Bellotti Bon e, su tutti, Tommaso Salvini. Con essi, ma in seguito anche con un nuovo complesso (1847) in cui recitava Ernesto Rossi, M. registrò i suoi più gloriosi successi, sulla base di un repertorio collaudato da veri cavalli di battaglia: soprattutto Saul di Alfieri e Luigi XI di Casimir Delavigne, come anche Il Fornaretto di Venezia di Francesco Dall’Ongaro, che di M. fu intimo amico. Ma poi venne il vento del 1848 e l’attore libertario fu di nuovo sulle barricate. Infatti, tradizionalmente rubricato come l’attore patriota per antonomasia, M. è ben assestato dentro quella vistosa partecipazione alla “primavera dei popoli” che, tra il 1848-1849, vide in prima linea un fior fiore di comici e capocomici: tra gli altri, Luigi Bellotti Bon, Giuseppe Moncalvo, Ernesto Rossi, Tommaso Salvini, perfino la Ristori, convertita in infermiera per i feriti della Repubblica romana. Fu allora un generale impulso libertario della microsocietà degli attori che, in quanto emarginata ma anche nomade, libera e in maggior contatto con la vita, era evidentemente incline allo spirito sovversivo, per la conquista dell’emancipazione e del riscatto di un mestiere e di una patria. M. interpretò tuttavia quel clima contestativo con un radicalismo politico solo suo, tanto da configurarsi semmai come un’inconfondibile incarnazione di rivoluzionario consapevole, intransigente nella vita e nell’arte e, in entrambe, refrattario ad ogni logica di compromesso. L’impegno patriottico, in lui supportato da saldezza mai scalfita di ideali repubblicani e democratici, ne interruppe e ne compromise la stessa carriera di teatrante. Abbandonate ancora una volta le tavole del palcoscenico, M. si arruolò «come semplice soldato, tra i volontari veneziani comandati dal settantenne generale Zucchi» (Nico Pepe) e in aprile si precipitò con la moglie in soccorso del Friuli in rivolta, minacciato dall’incombente invasione austriaca. Accolto a Udine con festose attestazioni di ammirazione al Teatro Sociale, in cui aveva già recitato con la sua compagnia, M. combatté poi attivamente a Palmanova che ben presto, rimasta senza rinforzi dopo la capitolazione del capoluogo friulano e in più boicottata dal villaggio filo-austriaco di Visco, fu costretta alla resa. Dopo la definitiva sconfitta dei moti repubblicani (M. fu anche a Firenze e nella Roma di Mazzini), espulso da tutti gli Stati italiani, M. poté trovare riparo nel Piemonte sabaudo, dove, isolato, minato nel fisico e soprattutto amareggiato per la piega moderata e monarchica presa sempre più dalla soluzione nazionale, morì, a Torino, il 20 febbraio 1861. Gli ultimi anni furono intristiti, punteggiati da recite sporadiche e sia pur osannate, come in un ultimo giro cui acconsentì nel 1859, ma sempre all’insegna di una inflessibile coerenza ai propri convincimenti, anche a costo di rifiutare vantaggiose offerte, come quella di unirsi alla Ristori, la “marchesana” diceva M. (Angela Felice), per le sue recite in Francia o di dirigere a Milano una compagnia appoggiata dall’arciduca Massimiliano. Il medesimo rigore improntò anche la coscienza e il modo con cui M. concepì e praticò l’arte dell’attore, da lui investito di coscienza “estetica” e di responsabilità civile, con straordinaria anticipazione di tante future teorizzazioni del primo Novecento. Al di là del repertorio, certamente selezionato secondo l’efficacia “politica” dei contenuti, M. fu soprattutto il geniale pioniere dell’autonomia artistica dell’interprete, sganciato dalla ripetizione dei moduli stereotipati del “bello” neoclassico e dell’enfasi sentimentale del basso romanticismo, come pure dalla piatta esecuzione subalterna al testo, e stimolato invece a studiare e ricreare forme di verità psicologica credibile. Su quei presupposti M. costruiva personaggi intrisi di tragico e di caratterizzazione comico-popolare, convinto (lo scrisse Luigi Bonazzi, attore e primo biografo di M.) che «dal sublime al ridicolo non vi è che un passo». A questa libertà dell’attore-creatore M. informò anche i giovani della sua gloriosa compagnia, che – anche qui in anticipo – avrebbe voluto stanziale e sovvenzionata. Con loro M., quasi regista ante litteram, puntava alla coesione dell’insieme, alla partecipazione attiva degli attori alle indicazioni della loro guida e alla distribuzione delle parti non più secondo il rigido meccanismo gerarchico dei “ruoli”, ma secondo le attitudini individuali. Autonomia della recitazione e dello spettacolo, naturalismo dello stile, arte educatrice di attori e di pubblico: sono i puntelli della “riforma” di M. per un teatro nuovo, che nel primo Ottocento non poteva che sconfinare nell’utopia. M., pur acclamato, non fu compreso e gli stessi eccellenti allievi della sua “scuola” stravolsero il principio dell’autonomia dell’interprete in supremazia mattatoriale da “Grandi Attori”. Ma M., col suo estremismo rivoluzionario anche per la scena, appartiene a buon diritto alla razza pura degli «artisti della modernità costretti a vivere fuori di chiave col proprio tempo» (Gigi Livio). La città di Palmanova ha titolato all’illustre attore combattente il suo teatro, già sorto come Teatro di Società intorno al 1841 per iniziativa di un gruppo di cittadini benestanti, guidati dagli avvocati Antonio Simoni e Antonio Monte Rumici, su progetto e successiva realizzazione affidata all’architetto Giovambattista Bassi.

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Bibliografia

L. BONAZZI, Gustavo Modena e l’arte sua, Perugia, Stabilimento tipo-litografico in San Severo, 1865, 95; V. PANDOLFI, Modena Gustavo, in Enciclopedia dello spettacolo, 7, Roma, Le Maschere, 1960, 671; N. PEPE, Teatri e teatranti friulani dal ’400 ai primi del ’900, Udine, AGF, 1978, 110; G. LIVIO, La scena italiana. Materiali per una storia dello spettacolo dell’Otto e Novecento, Milano, Mursia, 1989, 33; L’attrice marchesa. Verso nuove visioni di Adelaide Ristori, a cura di A. FELICE, Venezia, Marsilio, 2006, 14.

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