OTTOCARI (DEGLI) POPPONE

OTTOCARI (DEGLI) POPPONE (? - 1042)

patriarca di Aquileia

Immagine del soggetto

Il patriarca Poppone, affresco absidale della basilica di Aquileia.

Il patriarca di Aquileia P. (1019-1042), appartenente a una famiglia dell’alta aristocrazia altobavarese, gli Ottocari, fu uno dei prelati più in vista nell’alto medioevo ed è passato alla storia come ricostruttore della monumentale basilica che tuttora porta il suo nome, non meno che per aver consolidato il suo grande possesso ecclesiastico: nei suoi ventitré anni di governo infatti, egli si adoperò con straordinaria energia per il pieno riconoscimento dei diritti della sua sede su quella antagonista di Grado e per il rilancio di Aquileia, da troppo tempo trascurata. Convinto sostenitore della politica imperiale, ebbe personale consuetudine con Enrico II di Sassonia (973-1024), con Corrado II il Salico della casa di Franconia (990 ca.-1039) e col figlio Enrico III (1017-1056), dai quali fu largamente favorito. La vita e l’attività del patriarca P. sono state ampiamente illustrate all’inizio del XX secolo da Pio Paschini, mentre ultimamente Heinz Dopsch, con riferimento alle moderne edizioni di fonti pubblicate negli ultimi decenni, ha tratteggiato sinteticamente un quadro critico del personaggio, rilevandone l’importanza per la Chiesa imperiale e per gli imperatori sassoni e salici del Sacro Romano Impero e rettificando errori inveterati della storiografia, come quello che collegava l’origine di P. ai conti di Treffen già smentita dal Paschini. Le indicazioni più autorevoli per stabilire l’origine di P. vengono dal monastero di Ossiach, fondato dalla sua famiglia sulla riva occidentale del lago omonimo, a nord di Villaco, sul territorio della diocesi di Salisburgo. Figlio minore del conte Ozi della nobile famiglia degli Ottocari di Stiria e di Irenburga, crebbe in Baviera, dove ricevette la sua educazione. Una fonte dell’epoca lo descrive come uomo di origine bavarese, di nobile discendenza, ricco di potere, ma ancora più ricco di saggezza, istruito in tutte le scienze, ma notevolmente esperto anche nelle altre discipline. ... leggi Alla morte del patriarca Giovanni avvenuta il 19 giugno 1019, l’assegnazione della sede di Aquileia a P. fu discussa e decisa probabilmente da Enrico II nella dieta di Strasburgo tenuta nel settembre dello stesso anno, mentre la sua candidatura deve essere stata sostenuta dai parenti allora in posizioni ecclesiastiche di rilievo, come lo zio S. Meinwerk (1009-1036), vescovo di Paderborn. La decisione dell’imperatore si rivelò fortunata nel corso dei decenni successivi, perché il giovane prelato tutelava con grande energia gli interessi imperiali in Italia non meno di quelli della sua Chiesa. Egli infatti si mostrò particolarmente abile nel farsi ricompensare dall’imperatore per la propria fedeltà con ricche donazioni e privilegi a favore del patriarcato di Aquileia e, sostenuto dall’imperatore, riuscì anche ad affermarsi contro il patriarca Orso di Grado, creando le basi per lo stato patriarcale nel Friuli, che però avrebbe assunto contorni più duraturi solo nel 1077. Poco tempo dopo la sua nomina, nell’aprile del 1020, egli si fece confermare da Enrico II un diritto di immunità così esteso e generale per la Chiesa di Aquileia che nessuno dei predecessori poteva vantare. Egli fu anche uno dei primi vescovi italiani ad ottenere da Corrado II il diritto di zecca, escluso ormai ogni dubbio sull’autenticità del diploma imperiale dell’11 settembre 1028 e dell’unico denaro di P. finora trovato (Dopsch): l’immagine di Corrado con la corona sulla faccia anteriore della moneta attesta lo stretto legame con l’impero, mentre il luogo del rinvenimento in Polonia dimostra i notevoli rapporti commerciali del patriarcato, che proprio da quel paese importava pellicce. Subito dopo la sua nomina, P. si adoperò per risolvere la secolare controversia con Grado: infatti, per le resistenze di Venezia, erano state disattese le decisioni del concilio di Mantova dell’827, che aveva riconosciuto ad Aquileia la funzione metropolitica in Istria e aveva tentato di riunificare il patriarcato subordinandole anche Grado, mentre il sinodo romano del 967-968, tenendo conto degli effettivi rapporti di potere, aveva confermato Grado come patriarcato e sede metropolitica per Venezia. Così all’inizio del 1024, alcuni mesi prima della morte dell’imperatore Enrico II, P., convinto del proprio diritto su quella Chiesa, approfittò di una rivolta dei Veneziani contro il patriarca gradese Orso e suo fratello, il doge Ottone Orseolo, per passare a vie di fatto e conquistare Grado con l’inganno e con le armi: le fonti raccontano di terribili devastazioni e atrocità commesse dai soldati di P., che rubarono i tesori e le reliquie delle chiese, distrussero altari, profanarono tombe, violentarono monache e uccisero monaci. Ma si trattò di un successo effimero, perché, al ritorno del doge e del patriarca Orso, P. dovette abbandonare l’isola sotto la pressione militare di Venezia, mentre, nel dicembre dello stesso anno, Orso riuscì a far valere le proprie ragioni al sinodo del Laterano presieduto dal papa Giovanni XIX (1024-1033), dove P. fu chiamato col titolo di patriarca “del Friuli”, anziché “di Aquileia”. P., perduto il favore del papa, puntò su Corrado II, sceso allora in Italia per l’incoronazione regale a Milano e poi per quella imperiale a Roma nella pasqua del 1027. Con l’aiuto dell’imperatore, P. riuscì ad imporre la propria linea in un successivo sinodo convocato per l’occasione a Roma (1027), anche se non poté mai entrare effettivamente in possesso di Grado. Forte di un diploma (oggi perduto) emesso nel 1040 da Enrico III a suo favore, P. fece un altro tentativo per impossessarsi dell’isola e, quando non riuscì nell’intento con le trattative, nel 1042 scelse nuovamente la via della violenza. Questo secondo assalto è registrato solo in un privilegio emesso da papa Benedetto IX (1033-1048) in favore di Orso di Grado, sostenuto dal doge Domenico Contarini, due anni dopo la morte di P. Nel documento, per il quale il pontefice dispone solo della testimonianza di Orso, le malefatte del bellicoso e agguerrito patriarca aquileiese sono descritte a tinte fosche, mentre la sua stessa morte senza gli estremi conforti della religione è interpretata dal papa come punizione divina. Leone IX (1048-1054) confermò Grado come “Aquileia Nova” e sede metropolitica per tutto il Veneto e l’Istria, mentre il patriarca di Aquileia, definito col titolo di “Foroiuliensis antistes”, doveva limitare i suoi possedimenti al territorio già longobardo e quindi al Friuli. «È una lunga storia – commenta Vittorio Peri – di interessi clericali ed economici, in cui emerge il contrastato sforzo dei protagonisti di adattare i termini canonici e giurisdizionali all’altalena delle vicende e delle convenienze politiche, servendosi volentieri delle sollecitate mediazioni papali». Ma è anche la testimonianza di una secolare e comune difficoltà a rassegnarsi allo smembramento della primitiva unità della Chiesa regionale. Anche l’iscrizione sepolcrale, purtroppo dispersa e giunta solo attraverso la tradizione manoscritta, può essere considerata una fonte non trascurabile di notizie per conoscere la personalità di Poppone e la valutazione che ne hanno dato i suoi subito dopo la sua morte. Il carme consta di sei distici che, imitano i versi quantitativi della poesia classica, ma con parecchie infrazioni nella prosodia. Dopo un primo elogio di P., esaltato come «sacerdotum lux, decus ecclesiarum», gloria e speranza del romano impero, e dopo l’amaro rilievo sui limiti dell’umana condizione che lo costringe a diventare cenere nel sepolcro, il carme presenta il defunto patriarca zelante nella carità, tanto da applicare a lui l’espressione paolina «omnibus omnia factus» (I Cor. 9, 22) e da presentarlo come servitore fedele, pronto a restituire al Signore i talenti raddoppiati («ferre studens Domino dupla talenta suo»), con chiara allusione alla parabola di Mt. 25, 14-30. E, a conferma della sua multiforme attività, l’epigrafe ricorda unicamente la costruzione della prestigiosa basilica. Segue la data della morte calcolata secondo l’anno zodiacale, che dovrebbe corrispondere al 28 settembre del 1042 indicato puntualmente da altri documenti. L’ultimo verso contiene una preghiera per il defunto. Questa epigrafe, compilata alla morte di P., andò dispersa e fu più tardi sostituita da un’altra, ritenuta composizione del Rinascimento. La potente personalità di P., raffigurato ancora vivente nell’affresco absidale della sua basilica con l’aureola quadrata in onore della sua alta dignità e in segno della venerabilità delle sue gesta, fu tale che non poteva non lasciare memoria di sé e perciò a lui furono attribuite volentieri azioni e imprese i cui autori erano rimasti ignoti. Del resto anche sulla “pietas” riconosciutagli dal primo epitaffio potrebbe sorgere qualche legittimo sospetto, se, dopo la sua morte, la bolla di Benedetto IX dell’aprile 1044 ricorda le violenze da lui perpetrate a danno di Grado e rileva che non si fece in tempo a punirlo per tanto ardire perché colto da morte improvvisa («divino iudicio, sine confessione et viatico ab hac luce subtractus est»). Volto ad aumentare febbrilmente l’autorità e la potenza della sua Chiesa, egli si creò molte inimicizie da parte di Venezia e di Grado, che suscitarono negli storici e nei cronisti giudizi disparatissimi sulla sua condotta e sulla sua attività. Cionondimeno, nel singolare clima dell’epoca, egli fu ritenuto un grande patriarca proprio perché guerriero e statista illustre, principe potente, ecclesiastico e secolare. Ma, a prescindere dal giudizio sull’uomo che non poteva non essere lusinghiero da parte dei suoi, può stupire che di lui, ritenuto l’autore di quanto Aquileia patriarcale ostenta, il primo epitaffio non tramandi altro che il rifacimento della basilica («fundaverat aulam»), mentre l’iscrizione più tarda, dedicatagli quando la sua figura poteva presentarsi ormai con i contorni del mito, gli attribuisce anche le mura, la torre, le donazioni e la facoltà di battere moneta. Pare dunque legittima l’esigenza di ricercare, da parte dello storico, conferme e appoggi per tali attribuzioni. Se per i privilegi e per le ampie immunità acquisite non mancano documenti d’archivio, per la “restitutio” della basilica ci soccorrono, oltre al ricordato ritratto absidale di P. col modellino della chiesa, opera di artisti coevi, anche alcune epigrafi, più tarde ma quasi sicuramente trascritte da originali perduti. Oltre alla magnificenza dell’edificio destinato al culto, P. pensò anche a riorganizzare il clero destinato al servizio nella basilica rinnovata, più che istituendo “ex novo” un capitolo – cosa ritenuta assolutamente improbabile dal Paschini – dandogli un nuovo assetto, arricchendone le entrate e aumentando il numero degli officianti. Nella prima metà del Cinquecento, il Candido attribuiva a P. l’autorità di battere moneta, «la spianata muraglia», il sontuoso tempio con «una mirabile torre», forse anche sulla base del secondo epitaffio a lui noto. Egli però aveva raccolto anche altre tradizioni incontrollate, come la costruzione di «un palagio regalmente ornato» e di «un munistero per la monache di san Benedetto». Nel secolo XVIII, il de Rubeis sosteneva, senza portare documenti al riguardo, che P., avvantaggiandosi dei privilegi a lui concessi, «elegantissimum Aquileiae templum cum pulcherrima turri aedibusque magnificis erigi curabat». Per quanto riguarda lo torre campanaria, la prima notizia certa è data da un documento del patriarca Folchero del 1211. Nella pittura absidale, P. reca in mano la chiesa col campanile, ma, secondo il Paschini, sarebbe «da vedere se quello che oggi rimane sia stato costruito da lui o non sia una ricostruzione posteriore». Gian Carlo Menis, convinto di potergli attribuire il consolidamento delle mura, ritiene molto probabile che egli abbia eretto, accanto alla basilica, anche il maestoso campanile e il palazzo patriarcale. Sergio Tavano non s’impegna per il palazzo, ma inclina a ritenere attendibile la tradizione, confluita nel secondo epitaffio, che attribuiva a P. anche il campanile. Luisa Bertacchi infine, in un’attenta indagine sulla torre campanaria, ha messo in rilievo alcuni dati a conforto della paternità popponiana, confermando che la torre non può essere più antica dell’età di P. sia per il livello delle fondazioni che per il reimpiego in una feritoia di una lastra ritenuta carolingia, mentre l’ipotesi che sia più tarda sembra contraddetta dal tipo molto antico delle feritoie a strombatura unica e stretta. Quanto alle origini del monastero benedettino femminile di S. Maria di Aquileia, va rilevato che, nel silenzio delle fonti fino alla donazione e alla riorganizzazione popponiana, occorre usare molta cautela critica per non lasciarsi fuorviare dalle forti suggestioni archeologiche e letterarie su cui si vorrebbe fondare una troppo alta antichità della nostra istituzione. Viceversa, grazie all’analisi di alcune copie medievali della donazione popponiana del 1036 conservate nel Museo archeologico nazionale di Cividale e nell’archivio Frangipane a Joannis, Reinhard Härtel ha ritenuto di poter riferire con ogni probabilità la fondazione del monastero aquileiese a P., escludendo così ogni ipotesi di origini molto più antiche: vi si trova infatti una disposizione che non pare ammettere l’ipotesi di un monastero preesistente quando si legge: «Perciò voglio, stabilisco e con questa mia attestazione confermo che nella chiesa ci sia ogni giorno una abbadessa ordinata e monache e fanciulle che vivano sotto la santa regola e ogni giorno cantino il mattutino e il vespero e gli altri uffici divini…». Inoltre va anche rilevato che nel necrologio del monastero studiato da Cesare Scalon non compare nessun patriarca anteriore a P. Rispetto alla costruzione generalmente più tarda delle mura cittadine nell’Italia padana, l’attribuzione di un circuito a P. sembra creare un certo imbarazzo: secondo Maurizio Buora, negli ambienti colti del periodo rinascimentale che hanno prodotto il più tardo epitaffio del nostro patriarca, sarebbero state considerate opera sua mura visibilmente non romane, prive di precisa documentazione storica. Purtroppo l’esame della tecnica muraria per i tratti superstiti non offre elementi di giudizio, perché spesso si tratta di rifacimenti moderni. Stando così le cose, dunque, questa sembra la notizia più debole accreditata dal secondo epitaffio di P.

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Bibliografia

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