TESSITORI TIZIANO

TESSITORI TIZIANO (1895 - 1973)

avvocato, politico

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Il senatore Tiziano Tessitori.

Nacque a Sedegliano (Udine) il 13 gennaio 1895. Per interessamento di don Antonio Sbailz, che vedeva nel giovinetto una intelligenza vivace, venne avviato a continuare gli studi, dopo le elementari, dapprima a Cividale e poi, dal 1909 al 1915, al Seminario arcivescovile di Udine. Era un passaggio quasi obbligatorio per chi proveniva da famiglia povera; suo padre era infatti un piccolo proprietario con numerosi figli. Nel primo scorcio del secolo quell’istituto diocesano godeva di un notevole prestigio per avere adunato un corpo docente di sacerdoti di prim’ordine: lo storico Pio Paschini, lo scrittore Giuseppe Ellero, lo scrittore, musico e filologo delle Valli del Natisone Ivan Trinko; Luigi Pellizzo, divenuto vescovo di Padova; Protasio Gori, sostenitore del movimento cattolico; Luigi Paulini, direttore de «Il Crociato», divenuto vescovo di Concordia. Tra tutti emergeva G. Ellero per l’ingegno brillante, per la versatilità degli interessi culturali, per l’aggiornamento europeo della sua vasta cultura, tanto che don Giuseppe De Luca lo considerava il sacerdote più aperto sulla situazione intellettuale del vecchio continente. Al di là degli egemoni positivismo e idealismo, sullo sfondo del panorama generale T. respirò questo clima di fermenti del moderno, che diventarono la componente fondamentale della sua formazione. Leone XIII con la sua enciclica Rerum Novarum (1891) portò una ondata di rinnovamento nei seminari, e la vecchia generazione di sacerdoti, che aveva vissuto il dilaceramento della presa di Roma (20 settembre 1870) e il conseguente anticlericalismo, venne superata. ... leggi Lo Stato pontificio era considerato anche dai cattolici friulani come una salvaguardia necessaria all’esercizio del magistero universale del papa. L’enciclica “delle cose nuove” spezzava il conservatorismo del Sillabo (1864) e stimolava per il nuovo clima la sensibilità di impegnarsi nella realtà sociale di un Friuli rurale dominato dalla mezzadria, dai ricchi proprietari, dal pauperismo e conseguente emigrazione nella Mitteleuropa o nelle Americhe, come ben descritto da padre David Maria Turoldo nel suo Friuli rurale di Mia infanzia d’oro (1991). In seminario si avvertiva il nuovo clima portato dal modernismo come spinta indistinta di una ricerca storica più libera, con la quale si potesse assumere il metodo critico anche nel campo delle discipline ecclesiastiche, della storia della chiesa in particolare e della esegesi. Questa attitudine alla ricerca, già acquisita oltralpe, trovava l’oppugnazione di buona parte del clero della diocesi udinese: si temeva che le ricerche di Paschini sulle origini cristiane, distruggendo la tradizione marciana di Aquileia, fossero il primo passo per scardinare il fondamento divino della fede. Non si avvertiva che il dato rivelato riposa su altre basi, che non sono necessariamente legate ad una veste esteriore che non resiste al vaglio critico. Ellero ben diceva che non bisogna «confondere la verità con l’immagine di cui è vestita». Nel Seminario arcivescovile di Udine si assumeva un atteggiamento – condiviso dall’allievo T. – di integrazione equilibrata tra cultura profana e cultura religiosa. L’enciclica di Pio X Pascendi (1907), condannando il modernismo, gettò il sospetto sugli elementi più validi del Seminario, e provocò ben tre visitatori apostolici (1906, 1908, 1911), di cui uno durante il periodo di permanenza di T. Da quella formazione egli ereditò l’amore per la classicità latina e un fervore particolare per le origini del cristianesimo, oltre a una notevole cultura umanistica, rilevabile nel suo narrare armonioso e solenne. L’interesse politico di T. all’indomani del primo conflitto mondiale fu quello di impegnarsi a fondo nel programma del Partito popolare, con la carica di un sindacalismo sensibile ai bisogni della classe più disagiata della società, i contadini. Negli articoli pubblicati sul settimanale cattolico «La nostra bandiera» si sentono la tempra dell’uomo di governo e il sindacalista: i lavoratori della terra andavano organizzati in maniera salda e consapevole per non lasciarli in preda ai “rossi”. Anche se il Partito popolare, con il dinamismo impresso da T., avanzò nel 1920 (voto amministrativo) e nel 1921 (voto politico), tuttavia esso entrò in crisi quando Pietro Pisenti, il suo leader, passò ai fasci di Mussolini. Di qui il delicato problema dei rapporti tra T. e il fascismo di fronte alla formazione del primo governo Mussolini: un atteggiamento possibilista di apertura che sembra prendere atto di una mutata posizione di Mussolini nei confronti del “fenomeno religioso”, ben lontano dal suo iniziale anticlericalismo. In ogni caso andava mantenuto integro il programma dei popolari; andavano considerate personali, e non del partito, le responsabilità dei popolari che parteciparono al primo governo Mussolini. Laureatosi in giurisprudenza a Urbino nel 1923, T. fu un brillante avvocato penalista durante il ventennio fascista. In quel periodo partecipò all’attività dell’associazione Scuola cattolica, nata nel 1928, quale antagonista al coevo Istituto fascista di cultura; una decina di sue conferenze mostrano che, al di fuori dei quadri politici, il mondo culturale d’ispirazione cattolica poteva in qualche maniera sopravvivere. Poté quindi scrivere sul settimanale cattolico diocesano «La Vita Cattolica» e sul quotidiano «Avvenire d’Italia» che solo il cristianesimo è stato capace di affermare un messaggio di giustizia, di verità, di bellezza, valori che sono il fondamento della civiltà occidentale. Mostrava così che, pur in assenza di libertà politica, il cattolico poteva approfondire le idee guida del suo credo religioso, divenendo in siffatta maniera la voce più prestigiosa e ascoltata del cattolicesimo friulano. Iscritto all’Azione cattolica, fu chiamato a tenere conferenze sia in diocesi di Udine che a Trieste; scrisse sul «Frontespizio» (rivista fondata da Papini, Giullotti e Bargellini), in cui si affermava una nozione di letteratura come vita, in antitesi all’estetismo dannunziano, o di derivazione crociana, secondo cui la bellezza formale prevaleva sul contenuto, e contro l’idealismo. Sulla scia di Ellero – suo professore in seminario – riteneva Fogazzaro il più valido scrittore d’Italia dopo Manzoni, poiché il romanziere vicentino disegnava un arazzo della sua epoca, con le sue crisi e le sue contraddizioni, con una intenzionalità che considerava la fede aggiornata un riferimento imprescindibile di vita («La Panarie», gennaio-febbraio 1932). Non tollerava che quello scrittore fosse analizzato con il solo criterio morale, come faceva la «La civiltà cattolica». Durante questo ventennio di fervore culturale il suo atteggiamento fu di equidistanza dal fascismo – fu persino minacciato e percosso da alcuni facinorosi – e strettamente armonizzato alla gerarchia ecclesiastica. Per quanto concerne la posizione assunta in merito all’idea dell’autonomia friulana – vista in un primo momento come entità storica a sé stante – T. considerava lo Stato come un organo politico e non amministrativo (contro lo Stato napoleonico accentratore); dell’amministrazione esso doveva assumere un ruolo di coordinamento, sintesi e integrazione. All’istituto regionale egli attribuiva poteri amministrativi, ma anche legislativi. Circa il quesito se tra le regioni storiche dovesse annoverarsi anche il Friuli, T. non aveva dubbi, poiché il suo territorio fu considerato una entità politica e militare dapprima dai romani, poi dai longobardi, quindi anche dai franchi, per diventare, infine, uno stato patriarcale vero e proprio fino al 1420. T. sostenne con scritti questa tesi e nel luglio 1945 fondò l’Associazione per la autonomia friulana, per farne riconoscere l’entità politica accanto a quella veneta. L’opera dell’Associazione, se si eccettua il Partito repubblicano, rimase opinione ristretta di circoli elitari, con l’opposizione di tutti i partiti facenti parte del Comitato di liberazione nazionale (CLN). La stessa Democrazia cristiana (DC), che aderiva ad una autonomia amministrativa del Friuli, era preoccupata di coinvolgere la regione nel delicato problema dei confini; era ancora vivo il ricordo dell’Adriatisches Küstenland, entro cui era compreso il Friuli, e i confini con la Jugoslavia nel corso del 1946-1947 erano ancora in fieri, oggetto di dolorosa trattativa. Su questo problema si formarono ben presto tre correnti: la prima era per l’autonomia amministrativa del Friuli, ma senza disgregare l’unità politica della nazione; la seconda proclamava con audacia una autonomia friulana sottolineando la propria identità, sganciata, comunque, da ogni supporto di partito; la terza, quella di T., sosteneva la riforma strutturale dello Stato, composto da regioni, insieme ad una autonomia amministrativa e legislativa del Friuli, così come si andava formando nelle altre regioni italiane a statuto ordinario. Con realismo, la posizione di T. fu quella di costituire una regione autonoma, ma non a statuto speciale, e già questo avrebbe rappresentato una notevole conquista. Vi aderirono la DC, gli azionisti e i repubblicani, i socialisti solo a titolo personale, mentre contrari si dichiararono i comunisti e i liberali per opposti motivi. Nell’ambito della discussione per la Costituzione risultavano quattro le regioni a statuto speciale; a sorpresa l’on. Fausto Pecorari di Trieste di propria iniziativa ne propose una quinta, denominata “Regione Giulio-Friulana e Zara”, sostenendo che, fino a che il trattato di pace con la Jugoslavia, già firmato, non fosse stato ratificato, l’Istria e Zara “de iure” erano ancora italiane. La posizione del costituente triestino si fondava su alcune argomentazioni: l’obbligo morale e politico di tutelare quelle popolazioni, che avevano subìto oltre mezzo milione di morti nel primo conflitto; l’atteggiamento della Repubblica democratica italiana, che non aveva alcuna mira snazionalizzatrice nel proporre un simile emendamento, anzi quelle popolazioni stavano pagando colpe morali ed errori politici non loro, ma del regime fascista. Renitente ad ogni ritiro dell’emendamento, fu T. a sbloccare la situazione, consapevole che, se fosse passato il criterio di ammettere solo le regioni storiche, il Friuli sarebbe stato incluso nel Veneto. Con felice intuizione, aiutato da Luigi Sturzo, tempestivamente propose una variante all’emendamento Pecorari: al posto di “Regione Giulio-Friulana e Zara” si mettesse “Regione Friuli-Venezia Giulia”. Argomentava con l’eloquenza che tutti gli riconoscevano: «Questa denominazione ha una duplice giustificazione: l’una di carattere obiettivo, in quanto l’attuale stato di fatto è tale che della Venezia Giulia rimane allo Stato Italiano soltanto una piccola parte, il mandamento di Monfalcone e la provincia di Gorizia; ora, in rapporto a questa situazione di diritto e di fatto, io propongo che l’emendamento Pecorari sia sostituito con la denominazione già proposta dalla commissione» (Tessitori, Discorsi parlamentari, 252-253). E così, togliendo all’emendamento Pecorari l’esplicita Zara e l’implicita Istria – denominazioni che sarebbero state viste dalla Jugoslavia come una provocazione –, si rendeva opportuno lo statuto speciale per dotarla di strumenti legislativi particolari atti a conferirle maggiore elasticità, in maniera che essa potesse diventare «un ponte di pacificazione con i popoli vicini». Ai timori che lo statuto speciale potesse favorire l’appetito nazionalista slavo, egli rispondeva che il nazionalismo non era nato certo con le regioni a statuto speciale. Sulla nozione del partito di ispirazione cristiana e sulla sua gestione interna, T. condivideva le intuizioni di Luigi Sturzo, che nel fondarlo (1919) lo prospettava come partito autonomo con proprio statuto, non dipendente nella propria attività dalla vigilanza della gerarchia ecclesiastica. Il 1° dicembre 1956 il vescovo Giuseppe Zaffonato convocò in Seminario a Udine i sindaci della DC di tutto il Friuli, con lo scopo di impartire «un conforto spirituale». Non si avvedeva di prendere un’iniziativa di carattere politico-amministrativo senza interpellare la segreteria. Prontamente T. replicò: «La Democrazia Cristiana è un partito autonomo e aconfessionale. Pur ispirando programma ed azione agli ideali cristiani non è un partito cattolico né partito dei cattolici. Pertanto non dipende dalla Chiesa, non è un’Associazione controllata o vigilata dalla gerarchia ecclesiastica. Perciò la condotta politico-amministrativa della DC, che si svolge nella piena autonomia, impegna unicamente la responsabilità del partito, è fissata dai suoi organi, è giudicata dalla pubblica opinione. Ne segue che tale condotta non può né deve impegnare l’Autorità ecclesiastica né può su questa ricadere: e ciò nell’interesse stesso della Chiesa e della sua attività religiosa». Mons. Zaffonato teneva una posizione affine a quella della «Civiltà cattolica» d’inizio secolo XX, secondo cui dalla figliolanza spirituale della Chiesa dipendeva la tutela sociale e politica del cattolico impegnato nella cosa pubblica. Posizione già superata all’indomani del primo conflitto da parte di Luigi Sturzo con il Partito popolare. T. superava “de facto” la posizione che i cattolici tenevano prima del grande conflitto, quando essi formavano un unico organismo con i parroci e questi costituivano l’elemento integrante dell’azione sociale a favore del popolo. Se la democrazia è disponibile ad una istanza trascendente, si fonda su una radice più duratura nell’ambito di una visione cristiana di rapporti sociali e politici. Sotto questo profilo la solidarietà diventa più universale e smorza l’accanimento della lotta di classe «nella bella e necessaria gradazione sociale» (G. Ellero). Per T. il politico d’ispirazione cattolica non era solo uomo autonomo nella gestione della “res publica”, ma anche “uomo di cultura”, capace di governare responsabilmente al fine di realizzare il bene comune. La religione, nel caso specifico il cristianesimo, non diventava ininfluente, ma offriva l’intuizione ispiratrice dell’azione politica globalmente intesa. In un discorso al parlamento nel 1958 egli lamentava che i vantaggi della rivoluzione francese fossero andati a favore di una sola classe sociale, la borghesia, lasciando le masse facile preda dell’ideologia marxista. I cattolici, a cominciare ufficialmente dalla Rerum Novarum, «hanno saputo elevarsi ad una categoria più universale della ‘fratellanza’ dell’89, poiché andavano oltre», infatti «la fratellanza postula la paternità unica, e la paternità unica non può essere affermata e sostenuta se non dall’afflato religioso». T. può essere considerato la figura politica più prestigiosa del mondo cattolico, impegnato a realizzare una felice sintesi tra fede e politica. T. morì a Udine il 19 aprile 1973.

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Bibliografia

Presso la Biblioteca comunale di Sedegliano si stanno raccogliendo tutte le pubblicazioni (articoli di giornale e di riviste culturali e scientifiche) e ordinando le carte dell’archivio privato di T. per metterle a disposizione degli studiosi.

Scritti di T. Tessitori: Albori di vita politica in Friuli (1866-1867), Udine, AGF, 1956; Cristo: processo, condanna, resurrezione, Milano, ITE, 1963; Storia del movimento cattolico in Friuli: 1858-1917, Udine, Del Bianco, 1963 (19892 a cura e con profilo dell’autore di P. ZOVATTO ); Il Friuli cent’anni fa, estratto da «Ateneo veneto», numero monografico per il centenario dell’unione del Veneto all’Italia, 1966, 189-211; Il Friuli nel 1866: Uomini e problemi, Udine, Del Bianco, 1966; Discorsi parlamentari, Milano, PAN, 1967 (= T. TESSITORI, Autonomia per il Friuli: scritti e discorsi parlamentari, Codroipo, Istitût Ladin Furlan Pre Checo Placerean, 2003); San Paolo, Milano, Ed. del Conciliatore, 1969; Indizi sull’evento: inedito, a cura di M. MELONI, Tricesimo, Vattori, 1993.

L. COMELLI, Tiziano Tessitori. Dalla fondazione del Partito Popolare alla lotta per l’autonomia friulana (1919-1947), Udine, La Nuova Base, 1983; La DC ricorda Tiziano Tessitori, il cattolico, l’uomo di cultura, il regionalista, il parlamentare. Atti del convegno (14 gennaio 1984), Fagagna, Graphis, 1984; P. ZOVATTO, Tiziano Tessitori, in TESSITORI, Storia del movimento cattolico, cit., VII-LXIV.

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