MANIN ROMANELLO

MANIN ROMANELLO (1672 - 1726)

storico

Nacque a Udine il 15 agosto 1672, figlio di Filippo e di Aurelia Caiselli, nobildonna discendente di una famiglia di recente acquisizione cittadina che, originaria del Bergamasco, era arrivata in Friuli tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, entrando a far parte delle famiglie del patriziato udinese. Il ramo della famiglia Manin al quale R. appartiene è un ramo minore rispetto a quello che avrebbe espresso l’ultimo doge della Repubblica; iniziò con Filippo, suo bisnonno, il quale venne investito nel 1607 dalla Repubblica di Venezia del feudo di Polcenigo e Fanna che detenevano come consorti con i Manin del ramo principale e che valse a lui e ai suoi discendenti il titolo di conte. Le notizie che riguardano la vita di R. sono lacunose e comunque ricostruibili a partire da scritti autobiografici. La famiglia risiedeva a Udine, nell’antica contrada di Santo Stefano, nel palazzo oggi Strassoldo-Gallici e R. rimase l’unico discendente della sua casa quando il fratello Francesco, l’altro solo maschio della sua generazione, morì in giovane età. Non si hanno informazioni precise sulla sua formazione; tuttavia sia le poche notizie biografiche sia gli interessi eruditi che avrebbe coltivato in età avanzata e che sarebbero ruotati intorno all’ideale dell’onore nobiliare, concorrono a immaginare un suo interesse giovanile per la carriera delle armi. Nel 1693, racconta infatti nelle sue Memorie familiari, fu al servizio del doge Francesco Morosini, come cavallerizzo maggiore. Ma nel 1697, nuovamente a Udine, fece il suo esordio nella vita pubblica cittadina, come priore dell’ospedale di San Lazzaro. Allo stesso anno risale anche il suo coinvolgimento in un episodio dai contorni non chiari. Come si desume dagli atti processuali, egli fu protagonista di un’aggressione compiuta sotto la loggia della città durante un’occasione pubblica di gioco, ai danni di Andrea Temporini che prima ingiuriò e poi ferì gravemente. ... leggi La sentenza del processo stabilì di bandirlo per vent’anni dai domini della Repubblica. Probabilmente intervenne una riduzione o commutazione della pena che giustifica la presenza del M. a diverso titolo nella vita della città già nei primi anni del Settecento. Nel 1702 era membro dell’Accademia degli Sventati; nel 1706 protettore della compagnia dei bombardieri e bombisti della città che la Serenissima aveva istituito negli anni Trenta del Cinquecento; nel 1709 membro del consiglio cittadino, dove in più occasioni sostenne la committenza artistica dei Manin del ramo principale, come nel caso delle opere da loro promosse nel duomo di Udine e venne nominato anche provveditore sopra i confini; l’anno seguente eletto deputato e provveditore alla sanità. Dalla fine del primo decennio del Settecento non si trovano altre testimonianze della sua presenza nelle cariche pubbliche. Il diradarsi dei suoi incarichi nella vita politica, peraltro non particolarmente intensa e comunque macchiata dalla condanna penale, coincise con il maggiore impegno nell’attività intellettuale e con l’avvio della sua produzione erudita. All’inizio del secolo risale la sua prima raccolta storica che, come le altre, costituisce materiale preparatorio all’elaborazione delle sue opere maggiori e in particolare dei Dialoghi. Si tratta del Blasonario recante gli stemmi dei patriarchi, capitani, luogotenenti, provveditori di Palma che raccoglie la riproduzione delle insegne di personaggi della storia friulana: patriarchi, luogotenenti ma anche gastaldi e cavalieri. A questo va aggiunta un’altra raccolta di stemmi, compilata nel 1720, la Serie di stemmi dei luogotenenti, podestà e capitani di Sacile che copre all’incirca l’arco di tempo della dominazione veneziana, dal Quattrocento al Settecento. L’anno seguente si applicò a copiare documenti della storia friulana in una serie che inizia con la registrazione della concessione ottoniana alla Chiesa aquileiese del 978, si interrompe nel 1622 e si intitola Scritture ossia codice diplomatico del 1721. Altri codici documentari approntati dal M., e non databili con esattezza, testimoniano del lavoro di scavo erudito che lo preparava alla stesura della sua opera letteraria, lavoro necessario a documentarsi sulla struttura socio politica del Friuli, sulle famiglie storiche che la abitavano e sulle figure maggiori del potere ecclesiastico e civile. In questa prospettiva vanno intese anche le due raccolte di stemmi che si aggiungono alle precedenti: il Blasonario friulano delle famiglie nobili udinesi, gastaldi e vescovi e il Blasonario friulano, comunità, famiglie, clero nobili, sovrani; quest’ultimo è corredato anche di annotazioni storiche e di un’elencazione di cariche. Più corpose risultano altre tre opere di compilazione e appunti storici che lasciano intravedere quella che sarebbe stata la tematica dei Dialoghi imperniata sulla contrapposizione tra la città di Udine e il parlamento della Patria del Friuli, tra il patriziato cittadino e la nobiltà feudale. Tra il 1722 e il 1726 il M. redasse una più completa cronologia di avvenimenti storici che riguardano la comunità udinese e il territorio friulano dall’Ottocento fino al 1722, estendendo dunque e integrando il codice diplomatico del 1721. La registrazione degli episodi delle Note storiche udinesi è ordinata per anno e riporta l’annotazione della fonte dalla quale è tratta; dato molto importante, quest’ultimo, per conoscere le sue fonti storiche. Egli, infatti, trasse le notizie da archivi pubblici e privati, ma altrettanto si appoggiò ai maggiori storici e cronisti dei secoli passati: da Iacopo Valvasone di Maniago a Gian Francesco Palladio degli Olivi, da Antonio Belloni a Gregorio Amaseo, da Giovanni Ailino di Maniago a Giovanni Giuseppe Capodagli, per ricordarne solo alcuni. Più specificamente interessato a ricostruire la fisionomia del patriziato cittadino e la storia della sua composizione è invece l’elenco che va sotto il titolo di Nomi delle famiglie nobili della città di Udine con l’anno della loro aggregazione e che ricostruisce la serie secondo l’anno nel quale queste vennero a far parte del consiglio cittadino attraverso le informazioni tratte da archivi notarili, della cancelleria cittadina, ma anche dai principali storiografi della città come Nicolò Monticoli, Pietro Passerini, Vincenzo Giusti e Antonio Belloni. Le ricerche più recenti gli attribuiscono con certezza anche un testo anonimo, Diverse croniche e notizie della Provincia del Friuli che sulla falsariga dei precedenti accumula annotazioni storiche: in questo caso ad essere avvicinate, sono trascrizioni dei registri della cancelleria di Fabio della Forza e sunti delle più importanti cronache dei secoli precedenti (Monticoli, Ugolini, Locatelli). Dunque il M. dimostra di avere conoscenza approfondita e documentata dell’evoluzione storica della Patria del Friuli in età moderna e del ruolo politico che ebbe, in questo quadro, il maggiore centro urbano; conoscenza basata sulla storiografia ma anche su un attento spoglio delle carte prodotte da uffici e notai soprattutto della città. Va considerato tuttavia, nella messa a fuoco delle tematiche che tratterà ampiamente nei Dialoghi, anche l’apporto fondamentale di sollecitazioni culturali più ampie che giungono al M. dalla trattatistica europea sulla nobiltà. L’attenzione che egli rivolge alla nobiltà civica e al tema dell’onore, così importante per la sua definizione concettuale gli derivano dalla conoscenza della più importante letteratura dedicata a questo tema a partire dal Cinquecento. Nel 1722 il M., nella sua qualità di accademico, si applica a tradurre uno dei testi che ritiene più efficaci per affrontare il tema dell’onore alla luce di un rinnovato concetto di nobiltà che gli sta a cuore sostenere: quello basato sulle virtù individuali e sulla preminenza della nobiltà civica in opposizione alle posizioni della nobiltà di spada e alla sua arcaica difesa delle ragioni del sangue. Si tratta del Traité du veritable point d’honneur, ou la science du monde, contenant les règles et les maximes de prudence, nécessaire pour le bien conduire dans la societé civile et bien vivre avec tout le monde del nobile, diplomatico e fertile autore francese di trattati sul comportamento, Antoine de Courtin (1622-1685). Il M. dedica la traduzione di quest’opera alla «nobiltà della città e provincia del Friuli» con l’intenzione di proporre coralmente, all’intero corpo nobiliare, quel modello di comportamento e di cultura aristocratica che Courtin individuava nei principi religiosi cattolici, nel valore delle virtù individuali, nel rispetto delle leggi sovrane. Il discorso intorno alla nobiltà civile, che nel corso dei primi decenni del Settecento si afferma nella trattatistica italiana ed europea, viene ripreso nei suoi termini più aggiornati dal M. che ne fa il fulcro della sua proposta, senza che questa ancora, in tale fase, assuma i toni di quella polemica contrapposizione che verrà invece connotando la sua opera maggiore e successiva. Nel 1726, arrivato al termine della sua vita, il M. portò a compimento il testo in cui le problematiche etiche e culturali che erano l’evidente riflesso di una situazione di perdurante conflittualità tra i due corpi nobiliari della Patria del Friuli, quello parlamentare e quello cittadino, e cui egli aveva guardato sempre con attenzione, trovano sistemazione compiuta. Riprendendo i temi di una contesa mai risolta e di durata ormai secolare intorno alla preminenza sociale e politica dei due corpi territoriali, lo scritto risentì del riaccendersi della contrapposizione tra la città di Udine e il parlamento che si scontravano sulle rispettive competenze per il governo della cruciale congiuntura sanitaria: abbandonato il tono conciliatorio che veicolava la proposta di Courtin, il M. ora si schiera apertamente in difesa delle ragioni della città e mette in scena un idealtipo negativo e caricaturale a rappresentare la nobiltà feudale e le sue posizioni storiche, culturali e politiche. In uno dei testi più articolati e importanti della lunga tradizione storiografica cittadina, R. veniva così dando voce alle posizioni antifeudali di Udine, costruendo un’apologia del governo veneziano di cui la città era convinta sostenitrice e costruendo una compiuta ideologia per il suo ceto dirigente. Dialoghi tre. I. Sulla città di Udine, II. De’ Castellani, III, Duello e briga è l’intitolazione che è stata attribuita da Giuseppe Bragato nell’inventario del fondo Joppi della Biblioteca civica udinese al testo manoscritto autografo, sul quale si è basata la recente edizione a stampa. Il M. non attribuisce infatti al suo scritto alcuna intitolazione generale, ma segnala solo la divisione in giornate e argomenti corrispondenti; altre intitolazioni similari, declinazioni della sostanza del testo, sono state utilizzate in altri manoscritti e dalla storiografia che ne ha parlato. Il titolo è logicamente desunto dalla struttura oltre che dall’oggetto del testo: si tratta di un dialogo che si sviluppa tra un cittadino e un castellano lungo l’arco di tre giornate intorno a tre argomenti. Il primo giorno i due interlocutori immaginari, stereotipi di un cittadino e di un feudatario caricati rispettivamente e senza equità di tutte le “virtù” e di tutti i “vizi”, discutono intorno al ruolo di Udine nella storia della Patria friulana, della sua progressiva acquisizione di centralità rispetto al territorio. Il secondo giorno, dopo aver sostenuto la posizione di Udine, il cittadino si applica a demolire il peso e la rilevanza della nobiltà castellana e feudale che non si è mai assimilata, né economicamente né culturalmente, alla dimensione cittadina e a delegittimare il ruolo del parlamento, sua roccaforte istituzionale. L’ultimo tema – che segue cronologicamente e logicamente nel discorso dell’autore – è quello del duello, tema centrale sul quale mettere a confronto le posizioni della vecchia nobiltà di spada e della nuova nobiltà municipale intorno al concetto di onore. Sulla scorta della trattatistica sull’argomento che soprattutto a partire dalla metà del Cinquecento legava a questo concetto la ridefinizione dell’ideologia nobiliare – che il M. dimostra di conoscere perfettamente: da Girolamo Muzio a Fabio Albergati fino alla recente Scienza cavalleresca di Scipione Maffei – l’autore conduce la discussione più ampia sulle categorie e fornisce al cittadino le argomentazioni che definitivamente convincono il castellano, mettendone a nudo subalternità culturale e inadeguatezza politica. La produzione storica e letteraria del M. – se si esclude la recente edizione a stampa dei Dialoghi – è manoscritta e nonostante la presenza di diverse copie di questo scritto che ne attestano un qualche interesse, non è facile trovare le ragioni per le quali essa non abbia ricevuto attenzione né tra i contemporanei né in seguito. Probabilmente la sua morte, avvenuta proprio nel 1726, senza lasciare eredi diretti del suo patrimonio materiale, ma anche intellettuale ne può spiegare la mancata visibilità. Egli non si era mai sposato e aveva finito i suoi giorni nella casa del conte Ludovico Manin dopo che una delle sue sorelle si era sposata con Orazio Marchi, «casa nuova ma comoda» e anche l’altra sorella si era trasferita nello stesso edificio. Il ramo si estinse con R. e quello principale della casa fu dunque «l’erede di quasi tutta la roba, abbenché poca perché condizionata».

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Bibliografia

Mss BCU, Principale, 651, R. Manin, Diverse croniche e notizie della Provincia del Friuli; ivi, 878, R. Manin, Nomi delle famiglie nobili della città di Udine con l’anno della loro aggregazione; ivi, 1201, R. Manin, Blasonario friulano delle famiglie nobili udinesi, gastaldi e vescovi; ivi, 1202, R. Manin, Blasonario friulano, comunità, famiglie, clero nobili, sovrani; ivi, 1305, G.D. Ciconi, Elenco delle famiglie nobili di Udine. Famiglie ascritte alla nobiltà di Udine. Famiglie nobili di Udine estinte affatto o in parte nel Settecento; Ibid., Joppi, 57, R. Manin, Scritture ossia codice diplomatico del 1721; ivi, 69, R. Manin, Memorie familiari; ivi, 594, R. Manin, Blasonario recante gi stemmi dei patriarchi, capitani, luogotenenti, provveditori di Palma; ivi, 181, R. Manin, Trattato del vero punto d’onore o sia la scienza del mondo contenente le regole e le massime delle prudenze necessarie per ben condursi nella società civile e ben vivere con tutti (traduzione del trattato di A. Courtin); ivi, 420, R. Manin, Note storiche udinesi; ivi, 595, R. Manin, Serie di stemmi dei luogotenenti, podestà e capitani di Sacile; ivi, 716, A. e V. Joppi, Genealogie. Famiglia Manin. Alcune copie manoscritte dei Dialoghi, trascrizioni più o meno fedeli dell’originale in ivi, 182 e con intitolazioni diverse in mss BCU, Joppi, 70, 622, 623 e Principale 1567; copia non integrale è quella conservata in ASU, Liruti, 71/3.

L’edizione critica dei Dialoghi è contenuta nel volume Le due nobiltà. Cultura nobiliare e società friulana nei Dialoghi di Romanello Manin (1726), a cura di L. CASELLA ai cui saggi introduttivi si rimanda anche per un approfondimento e contestualizzione dell’opera del M. Nello stesso volume, la Nota bio-bibliografica di C. PEDERODA, 121-126.

M. FRANK, Virtù e fortuna. Il mecenatismo e le committenze artistiche della famiglia Manin tra Friuli e Venezia nel XVII e XVIII secolo, Venezia, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 1986, 27, 28, 30, 77, 85; A. STEFANUTTI, Il Dialogo tra un nobile cittadino udinese e un castellano della Patria’: appunti e note, ora in EAD., Saggi di storia friulana, a cura di L. CASELLA - M. KNAPTON, Udine, Forum, 2006, 93-103.

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