PERUZZI PIETRO

PERUZZI PIETRO (1767 - 1841)

ecclesiastico, poeta, erudito

Immagine del soggetto

Il sacerdote Pietro Peruzzi in una litografia di Berletti su disegno di F. Bello (Udine, Civici musei).

Nacque a Buttrio (Udine) il 18 ottobre 1767; studiò a Udine, dapprima presso l’istituto dei barnabiti, ove all’epoca, tra gli altri, insegnava Angelo Maria Cortenovis, storico celebrato per la sua «molta letteratura e molta pietà»; quindi, dal 1783, studiò presso il Seminario udinese, ove ebbe fra i suoi docenti Mattia Cappellari (per la rettorica), Giacomo Serafini (per l’umanità) e Giuseppe Beltrame (per la teologia). Fu ordinato sacerdote nel 1790 e già dall’anno scolastico 1791-1792 era maestro di umanità nello stesso Seminario udinese, succedendo a Giuseppe Degano. Agli anni 1794-1796 risale la sua corrispondenza con l’allora bibliotecario dell’Università di Padova Giuseppe Greatti, il quale avrebbe voluto che P. si trasferisse a Venezia come privato istitutore, cogliendo l’invito della famiglia Nani prima, e della famiglia Priuli dopo: P. rifiutò entrambe tali concrete e onorevoli prospettive, così rispettando la volontà materna e rimanendo fedele al ruolo assunto nel Seminario. La conquista del Friuli da parte francese nel 1797 e la successiva, immediata cessione all’Austria con il trattato di Campoformido, ispirarono alcune liriche di P., il quale, in toni che richiamano da vicino la contemporanea produzione di Vincenzo Monti, salutò il ritorno della pace sotto l’egida delle armate asburgiche, consapevole tuttavia che tale nuova condizione portava anche, irrimediabilmente, «auree catene». Intrattenne una fitta e continuativa corrispondenza con Angelo Dalmistro, arciprete di Maser e Coste d’Asolo, nonché valente e illustre letterato, il quale di P. sostenne e promosse le prove poetiche, facendo anche pubblicare, nel 1798, tre sonetti nel sesto tomo dell’«Anno poetico», periodico dallo stesso Dalmistro ideato e fondato. ... leggi Fu la sola occasione in cui poesie di P. ebbero l’onore di un’importante sede editoriale. Altre sue opere furono divulgate a stampa, ma in pubblicazioni occasionali (specie libelli per nozze) o in fogli volanti, dunque in tiratura limitata e con circolazione quasi esclusivamente locale. Nel 1793 era stato eletto alla guida dell’arcidiocesi udinese Pietro Antonio Zorzi, il quale, nonostante gli impegni del nuovo incarico, restò sempre appassionato cultore di poesia, autore prolifico di corone celebrative di santi e di religiosi; P., che ne aveva onorato l’elezione in un sonetto (poi edito dal Dalmistro nell’«Anno poetico»), intrattenne con Zorzi un rapporto di cordialità affettuosa e un cospicuo carteggio. P. assunse il ruolo di consigliere e revisore linguistico della produzione lirica del vescovo, in particolare in occasione dell’allestimento di una raccolta, uscita a Udine nel 1802, con titolo Lo specchio de’ penitenti, ovvero atti di Santa Margherita di Cortona poeticamente descritti da un prelato veneto. La pace di Presburgo (1805) consegnò il Friuli a Napoleone; P. cantò l’evento in un sonetto (L’Italia alla pace di Presburgo), che è giudicato tra le sue più riuscite liriche d’argomento storico-politico, e che si distingue per la sua sobrietà e compostezza, scevra dalle tante, contemporanee adulazioni indirizzate alla Francia. P., di fatto, in alcun modo avrebbe potuto condividere le istanze rivoluzionarie. Sua preoccupazione era invece l’ideale classicheggiante di pace e, per contrappeso, il sincero abominio della guerra, temi su cui è innervato un sonetto dedicato al fatidico anno 1814 (O tu, che fuor dall’Oceano immenso). Con la restaurazione il sentimento d’avversione nei confronti di Bonaparte si fece esplicito in una serie di liriche, rimaste inedite, che deprecano, anche in toni beffardi e sarcastici, il condottiero irrimediabilmente caduto (Bonaparte, ad esempio, è ritratto nel viaggio che lo conduce all’Elba come «corsico Ezzelin» che «digrigna e sbuffa»). Il tono della poesia peruzziana, negli anni successivi, fu univocamente improntato all’elogio di quei valori – giustizia, dovere, moderazione, pace – cui spontaneamente aderiva, e che bene si addicevano al clima culturale imposto dalla restaurazione. Di P. va ricordato il contributo storico-filologico all’allestimento della monumentale edizione vitruviana pubblicata a Udine dai fratelli Mattiuzzi (1825-1830), contributo la cui rilevanza non fu debitamente riconosciuta e dichiarata dal curatore dell’opera, Quirico Viviani, come dimostrò, quasi un secolo più tardi, Giuseppe Ellero (invece P. non sembra aver contribuito alla traduzione italiana del Vitruvio, edita sempre a Udine dai fratelli Mattiuzzi, 1830-1833, e anch’essa allestita dal Viviani). Notevoli furono inoltre l’impegno e la perizia con cui P. compose una serie di epigrafi, sia in latino che in italiano, le quali gli erano commissionate per le circostanze più varie, e di cui una raccolta cospicua, in gran parte autografa, è tuttora costodita nella Biblioteca del Seminario udinese. A cominciare dal 1821 fino al 1840 P. fu in contatto epistolare con Giovanni Giuseppe Cappellari, docente all’Università di Padova e poi vescovo di Vicenza. Nonostante queste relazioni molteplici e la notorietà di poeta e di erudito, al di fuori della sua consueta attività didattica nel Seminario ebbe incarichi o riconoscimenti rari, e di non speciale prestigio: fu, dal 1804, avvocato curiale per le cause ecclesiastiche civili e criminali; dal 1822, membro del concistoro del vescovo Emanuele Lodi; dal 1830, censore delle iscrizioni cimiteriali. Nei Cenni storici dedicati al Seminario udinese, della produzione latina peruzziana si pone in evidenza la «forbitezza nitida, semplice, senza fronzoli e senza caricatura, di una spontaneità mirabile»; tali doti, riconosciute egualmente dall’Ellero, si riscontrano anche nella lirica italiana; e tanto quella latina quanto l’italiana hanno il prevalente carattere d’omaggio occasionale e galante, sono spesso caratterizzate da brevità, e per entrambe il modello in assoluto prevalente è la lirica oraziana. Invece di impianto epico sono due componimenti latini di notevole estensione, De Iesu Christo in coelum ascendente (Venezia, Molinari, 1821, edito all’insaputa dell’autore e con la traduzione italiana di Francesco Driuzzo) e De Verbo Dei filio (postumo, Udine, Turchetto, 1853), entrambi fondati sulla tradizione umanistica del poema religioso e teologico. La lirica di P. è, nel suo complesso, sicuramente ascrivibile a un consapevole e ricercato classicismo, programmaticamente alieno da qualsiasi suggestione romantica. P. si spense a Udine nel 1841; gli fu dedicata un’epigrafe, che così lo celebrava: PETRO PERUZZIO / SACERDOTI PIISSIMO / ANIMI DOTIBUS ORNATISSIMO / LITTERARUM PERITISSIMO / AONIDUM AMICO / VITA FUNCTO / V KAL. MAIAS / MDCCCXLI.

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Bibliografia

BSAU, Archivio, Fondo Pietro Peruzzi (descrizione nell’inventario curato da Gabriella Cruciatti, custodito presso la medesima Biblioteca), suddiviso in 19 buste, contenenti documenti eterogenei, tra cui, di rilievo particolare: buste 5-10 (corrispondenza, in particolare: busta 6, lettere Greatti-P.; 7, lettere Dalmistro-P.; 8, lettere Zorzi-P.; 9, lettere Cappellari-P.); buste 13, 14 e 17, contenenti poesie e prose nella maggioranza inedite; busta 19, contenente epigrafi.

M. VITRUVII POLLIONIS Architectura, textu ex recensione codicum emendato cum exercitationibus novissimis JOANNIS POLENI et commentariis variorum, additis nunc primo studiis SIMONIS STRATICO, Utini, apud fratres Mattiuzzi, 1825-1830; Il seminario di Udine. Cenni storici pubblicati nel terzo centenario dalla fondazione, Udine, Tip. Pont. del Patronato, 1902, 446-449; G. ELLERO, Un classicista friulano (Pietro Peruzzi: 1767-1841), «AAU», s. III, 16 (1909-1910), 87-152; ID., L’edizione udinese dell’‘Architectura’ di Vitruvio e l’abate Pietro Peruzzi, «Bollettino della Civica biblioteca e del museo», 5/2 (1911), 45-62; DI MANZANO, Cenni, 159; VALENTINELLI, Bibliografia, indice; M. VENIER, Dal carteggio tra Giovanni Giuseppe Cappellari e Pietro Peruzzi, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», 44 (2011), 209-215.

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