SFORZA DANIELLO

SFORZA DANIELLO

giurista, poeta

D. S., dottore in leggi, nel 1626 è nominato avvocato della città di Udine e in seguito sostiene le principali magistrature civiche. La morte è forse da assegnare al 1638 (così un appunto di Vincenzo Joppi nel manoscritto 435 del fondo omonimo della Biblioteca comunale di Udine). La cosiddetta Brigata udinese lo registra con lo pseudonimo di “Nator” e il manoscritto 575/b del fondo Joppi della Biblioteca civica di Udine («tutto di mano di Paolo Fistulario», Comelli), Compositions in furlan di trops queiettis par man di Turus, che dell’attività della Brigata traccia un prospetto a suo modo ufficiale, ne accoglie tre sonetti, una canzone e due madrigali. Gli pseudonimi degli affiliati alla Brigata (“Lambin”, Girolamo Missio, prete e organista del duomo, “Mitit”, Brunellesco Brunelleschi, notaio, “Nator”, Daniello Sforza, avvocato, “Ritit”, Giovanni Pietro Fabiaro, pittore, “Ritur”, Francesco di Cucagna, magistrato, “Rumtot”, Gasparo Carabello, notaio, “Ruptum”, Plutarco Sporeno, prete del duomo, “Turus”, Paolo Fistulario, avvocato) dichiarano la stravaganza della piccola accademia, il gusto del gruppo separato, la circolazione tutta interna dei versi, secondo paradigmi associativi e principi di poetica che il Seicento condivide largamente. ... leggi Del solo Fabiaro il manoscritto 575/b, mutilo in fine, non trasmette versi, ma anche per D. S. i testi conservati sono magra cosa. Si segnala un madrigale, un genere che il Seicento coltiva con felice abbondanza per l’intreccio di poesia e musica, per la funzionalità mondana, per le risorse di facile socievolezza, ma che ha scarse fortune in friulano (emerge in Eusebio Stella, ma non in Ermes di Colloredo), con l’eccezione della Brigata. Anche la scrittura dello S. gioca su un vocabolario collaudato («fuuch», immagine chiave del componimento), su un italianismo vistoso e consapevole («caloor vitaal»), scosso appena dalla manomissione fonomorfologica, che procura il brivido della piccola sorpresa: «S’al no fos ch’io ben spes / nudris lu fuuch d’Amoor / chu l’eschie dal doloor / za studaat al sares, / e parimentri s’al no fos lu fuuch / chu mi manten in luuch / dal mio caloor vitaal / de vitte io sares priif. / Cus’io nudris lu fuuch e pal fuuch viif» [Se non fosse che io ben spesso nutro il fuoco d’amore con l’esca del dolore già sarebbe spento, e ugualmente se non fosse il fuoco che mi conserva invece del mio calore vitale della vita io sarei privo. Così io nutro il fuoco e per mezzo del fuoco vivo]. Una antitesi canonica, eco comunque di incertezze psicologiche nuove, di un franare di convincimenti saldi, premessa di una sensibilità tutta moderna.

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Bibliografia

Mss BCU, Joppi, 575/b, Compositions in furlan di trops queiettis par man di Turus; ivi, 435; Ibid., Principale, 346, Rime friulane del secolo XVII (copia di Jacopo Pirona).

G. MARCHETTI, Gli pseudonimi sibillini della «Brigata udinese», «Sot la Nape», 13 (1961), 3, 43-44; G. COMELLI, Il canzoniere friulano Joppi 575b, «Ce fastu?», 24-25 (1948-1949), 37-49; R. PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 169-177.

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