MIONI DOMENICO

MIONI DOMENICO (1447 - 1507)

pittore, intagliatore

Immagine del soggetto

Polittico ligneo di Domenico Mioni proveniente dalla chiesa di S. Maria Maddalena a Invillino, 1488 (Udine, Museo diocesano e gallerie del Tiepolo).

Immagine del soggetto

Madonna con Bambino, particolare dell'altare ligneo di Domenico Mioni nella chiesa di S. Gottardo a Dilignidis di Socchieve, 1486.

Immagine del soggetto

San Martino dona il mantello al povero, scultura lignea di Domenico Mioni, fine del XV secolo (Ovaro, pieve di S. Maria di Gorto).

Figlio del calzolaio e pellicciaio Candussio Mioni, fratello di Martino, lui pure intagliatore ligneo, e zio di Vincenzo, Giovanni, Giacomo e Paolo, tutti pittori intagliatori, D. nacque a Tolmezzo intorno al 1447-48, ma venne da giovane ad abitare a Udine e nel 1462 fu messo a bottega per sei anni, per imparare l’arte, presso il pittore Giovanni di Francia, detto Francione, figlio di Simone barbiere, che nel 1457 abitava a Porcia e che i documenti ricordano aver lavorato, tra l’altro, per San Daniele, Pordenone, Vivaro. Morto il maestro nel 1467, l’anno seguente D. acquistò alcuni suoi quadri messi in vendita. Chiese anche l’emancipazione dalla patria potestà al fine di aprire bottega a proprio nome. Nel 1468 appare dunque nei documenti con la qualifica di maestro. Sposatosi con Romea Pollame nel 1469, ebbe da lei sei figli: Franceschina (che divenne moglie del pittore veneziano Marco Bello, discepolo di Giovanni Bellini), Susanna, Tommasa, Giovanni (intagliatore e pittore come il padre), Caterina e Girolamo. Ricoprì cariche pubbliche in Udine: negli anni 1496-1501 fece parte del consiglio della comunità e nel 1501 anche della convocazione (o consiglio minore), in qualità di deputato dell’ordine popolare. Nel 1505 e 1506 fu membro della confraternita di S. Cristoforo di Udine, città in cui morì nel novembre 1507. In un famoso processo che alla fine del secolo XV mise a soqquadro la città, rivelando gli inconfessabili comportamenti di artisti, sacerdoti e monache, D. testimoniò nel 1489 che Martino da Udine, cioè Pellegrino da San Daniele, allora sedicenne, era stato a bottega di Antonio da Firenze, e che la casa di Antonio era «una spelonca de sodomia». A parte la questione morale, la presenza di un pittore fiorentino in Udine sembra interessante per dimostrare come l’arte toscana esercitasse la sua influenza nella seconda metà del Quattrocento in zone così periferiche. ... leggi La attività artistica di D. fu quanto mai varia in quanto, oltre che intagliatore e pittore, egli fu cartografo e come tale stese nel 1481 il disegno prospettico, in quattro fogli, del monte San Simeone; come “architetto” o capomastro progettò nel 1497 il campanile della chiesa di S. Cristoforo in Udine. Iniziò però la sua carriera come pittore, eseguendo nel 1468 dipinti (perduti) nell’ospedale dei battuti di Udine e nel 1477 un ciclo di affreschi (ugualmente perduti) nella chiesa di S. Giorgio a Domegge di Cadore. Forse per questi motivi gli sono stati attribuiti nell’Ottocento anche gli affreschi delle chiese carniche di Forni di Sotto, Forni di Sopra, Colza, Liariis, Luint e Mione, affreschi che si sono poi rivelati opera di Gianfrancesco da Tolmezzo o Pietro Fuluto. Sono pochissime le opere di pittura tuttora esistenti: la più nota è la così detta Pala di S. Lucia (Madonna con Bambino e santa Lucia con sant’Ermacora, san Marco, il beato Bertrando, sant’Omobono, la Pietà e l’Annunciazione), dipinta nel 1479, su commissione della fraternita dei sartori, per la cattedrale di Udine, dove rimase fino al 1931, per essere poi collocata nella chiesa di S. Maria di Castello e nel 1939 concessa in deposito al museo cittadino dove ancora si trova. Porta la data di esecuzione e la firma OPUS DOMINICI| DE TUMETIO. È opera di notevole interesse per la comprensione della poetica di D. che qui racchiude le figure entro una struttura architettonica dipinta di tipo rinascimentale, una sorta di trittico con fregi lombardeschi negli stipiti e nella trabeazione derivati dall’altare della cappella Giustiniani in S. Francesco della Vigna a Venezia, ben diversi da quelli che in seguito avrebbe utilizzato nei polittici lignei (di Invillino, Zuglio, Illegio, Forni di Sopra, Carpeneto), e privi nel contempo di quella fastosa ornamentazione di tipo gotico fiammeggiante che ne caratterizzerà la produzione scultorea. Come pittore, D. mostra di rifarsi ai modi dei muranesi, dei Vivarini, anche del Mantegna, ma con marcati accenti provinciali. I personaggi, dalle espressioni ieratiche, ritagliati sul fondo oro che annulla ogni senso di profondità, sono bloccati entro gli spazi che li contengono, e sembrano quasi anticipare le severe statue che affolleranno i suoi altari lignei, costituendo una sorta di parata di immagini sacre. La prospettiva è incerta, i colori forti, la linea secca ed evidenziata. Ancora in pittura sono gli Angeli adoranti entro la nicchia che accoglie il gruppo statuario della Trinità nella chiesa della Santissima Trinità di Polcenigo; si può anche accettare l’attribuzione delle due tavolette dipinte con David penitente e un Angelo con la spada del Museo di Udine, e forse anche del trittico su tavola con il Battesimo di Cristo del duomo di Udine; mentre non si può esprimere un giudizio sugli affreschi della chiesa di S. Toscana in Verona che il Fiocco attribuì a D. avendo letto la scritta DOM […] TOL[…], ma che oggi sono ingiudicabili per il pessimo stato di conservazione. D. da Tolmezzo fu tuttavia soprattutto intagliatore, autore di ancone, polittici, statue. Per quanto riguarda le ricche cornici e le elaborate strutture architettoniche, si rifece largamente al mondo del tardo gotico veneziano, quello di Antonio e Bartolomeo Vivarini o Lodovico da Forlì e Giovanni d’Alemagna (o anche del veronese Bartolomeo Giolfino), dai quali desunse oltre all’elegante preziosità ornamentale dell’insieme, gli stessi motivi decorativi a foglie, pinnacoletti, fiamme, pilastrini, giungendo a soluzioni che sono peraltro presenti anche nei polittici di San Daniele del Friuli e Pola. Dai Vivarini si differenzia per l’uso di archetti a tutto sesto (laddove i veneziani usavano l’arco moresco) e per la diversa concezione dello spazio in cui inserire le statue: non più geometrica astrazione, ma spazio credibile, misurabile, rapportato felicemente alle figure. Queste però continuano a vivere in se stesse, in un isolamento austero, monumentale, suggestivo, perché una delle caratteristiche degli altari lignei friulani è rappresentata dal fatto che le statue sono isolate a tal punto l’una dall’altra, da sembrare quasi elementi di un’inerte esposizione. Niente a che vedere con le “sacre rappresentazioni” del Sacro Monte di Varallo e della Valsesia, con gli altari tirolesi, carinziani, tedeschi: le solide statue di D. vivono in una assorta individualità che esclude ogni forma di intimo colloquio. Nei volti dei personaggi, generalmente fissi e gravi, colpiscono gli occhi tondi che paiono guardare lontano, tanto da dare l’impressione di una misteriosa imperturbabilità. L’impianto costruttivo delle volumetriche figure è prettamente italiano, e quel tanto di realismo, del tutto particolare, cui D. giunge nella trattazione dei volti, dei quali ricerca la caratterizzazione, sembra dovuto non già, com’è stato detto, all’influsso dell’arte tirolese (presente peraltro nel panneggio delle vesti), ma ad una sorta di traduzione popolare di motivi desunti da artisti maggiori e ciò vale anche per la compostezza delle figure e la totale assenza di movimento. Numerose statue isolate, in gran parte resti di ancone andate parzialmente distrutte, si trovano in chiese e collezioni private. Tra queste, l’elegante gruppo della Madonna con Bambino, della parrocchiale di Madonna di Buia, prima opera documentata (il 6 agosto 1481 il vicario patriarcale intimò ai camerari della chiesa di pagare a D. il resto di un’ancona eseguita per quella chiesa), prototipo per numerosi altri esemplari a lui (Dilignidis, 1486; Cormons, 1489 circa), alla sua bottega (Palmanova) o ai suoi imitatori riconducibili. Altra statua in grado di dichiarare il livello qualitativo dell’intagliatore è quella che raffigura S. Martino e il povero, già nella chiesa di Pelos in Cadore ed ora scomparsa, gruppo splendido per vigoria plastica e perfetto equilibrio dei volumi, per il quale l’artista si rifà al Gattamelata donatelliano. Del S. Martino esiste una seconda versione in collezione privata ed una terza nella chiesa di S. Martino a Ovaro. Domenico mostra la sua statura, la sua capacità di dominare la materia e lo spazio nei grandi polittici, vere e proprie macchine d’altare, scenografiche ed affascinanti, oltremodo richieste dalla committenza nonostante il loro alto costo (dato soprattutto dal rivestimento aureo) anche in tempi di miseria quali erano quelli tra XV e XVI secolo (basti pensare che, come scriveva in una lettera del 1529 il luogotenente veneto nella Patria del Friuli Giovanni Basadonna, e come più tardi avrebbe ribadito Nicola Grassi nelle sue Notizie storiche della Provincia della Carnia, il raccolto della terra non bastava a sfamare gli abitanti che per un quarto dell’anno). Numerosi sono i grandi polittici e gli altaroli che vengono attribuiti a D. per via documentaria o per inconfutabili confronti stilistici. Il primo è il polittico della pieve di S. Pietro in Carnia a Zuglio (1481-84: le statue sono state rubate nel 1981 e sostituite con copie), con firma e data mutila, coloritura e doratura originali: lavoro notevole che può servire come termine di raffronto per l’attribuzione di altre opere del maestro, in quanto eseguita in un tempo in cui egli operava ancora senza scolari o aiuti, e pertanto tutto di sua mano. La struttura è quella tradizionale gotico fiammeggiante con fastoso coronamento a gugliette; conteneva diciotto statue disposte entro altrettante nicchie su tre piani. Del 1484 è anche il trittico con le statue della Madonna con Bambino tra i Ss. Rocco e Sebastiano, già nel castello di Filacciano (Roma) ed ora in collezione privata norditaliana, sobrio, misurato, lirico, elegantissimo nelle sue statue, intagliate con una raffinatezza non sempre presente nei grandi polittici. Altro trittico, di minor qualità stilistica, si conserva nella chiesa parrocchiale di Terzo di Tolmezzo. La poetica altalenante di D. spiega la più modesta esecuzione dell’ancona della pieve di S. Maria Maddalena a Invillino (1488; l’originale è conservato nel Museo diocesano di Udine, sostituito nella pieve da una copia intagliata da Engelbert Demetz) e quella invece di maggior qualità del polittico della pieve di S. Floriano a Illegio (1497: anche qui le statue, rubate nel 1969, sono state sostituite da copie) e di quello della parrocchiale di Forni di Sopra (fine sec. XV), ancora goticheggiante ma già permeato di una essenzialità di sapore rinascimentale e con statue di rara potenza espressiva. Per l’altare della chiesa di S. Michele di Carpeneto (inizio sec. XVI, oggi nella parrocchiale) che è ancora contenuto nel cassone originario, si presume un largo intervento della bottega: nell’architettura ricorda opere lombarde (ad esempio il polittico di Bongiovanni e Giovanni Bassiano Lupi), ad indicare quanto meno la vicinanza dell’arte di D. alla cultura figurativa italiana del periodo. Andrà infine ricordato che i documenti riportati principalmente da Joppi-Bampo e Quai-Bergamini ricordano numerose opere eseguite dall’artista, delle quali purtroppo non si trova più traccia. Lasciò due figlie e quattro figli. Di essi Giovanni ne ereditò la bottega e proseguì il lavoro del padre. Martino, fratello di D. a cinquant’anni abbandonò il mestiere di pellicciaio per cercare di imitarlo, anche nel successo economico, ma con scarsi risultati, com’è dato vedere nella tozza e sgraziata lignea Madonna con Bambino del 1498, proveniente da una chiesa di Orgnano ed ora al Museo di Udine.

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Bibliografia

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