PALLADIO ANDREA

PALLADIO ANDREA (1508 - 1580)

architetto

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Ritratto di Andrea Palladio, olio su tela di Giambattista Maganza il Vecchio, 1576 (Vicenza, collezione privata).

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L’arco Bollani, ai piedi della salita che conduce al Castello di Udine, realizzato da Andrea Palladio nel 1556.

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Il palazzo Pretorio a Cividale, oggi sede del Museo archeologico nazionale, progettato dal Palladio e costruito a partire dal 1565.

A. di Pietro dalla Gondola nacque a Padova nel novembre del 1508 da una famiglia di artigiani e piccoli imprenditori e qui ricevette una prima formazione da scalpellino. Si trasferì, tuttavia, non ancora sedicenne a Vicenza, dove entrò nella qualificata bottega edile di Giovanni da Porlezza e Girolamo Pittoni, detta di Pedemuro dalla via dove aveva sede. Nella città berica si formò come architetto, assumendo dal 1540 circa il soprannome di Palladio, e qui visse ed operò per tutta la vita, alternando a partire dagli anni Sessanta lunghi soggiorni a Venezia. Morì, non si sa dove, il 19 agosto 1580 e venne sepolto nella chiesa di Santa Corona a Vicenza. La sua educazione si basò, oltre che su una solida pratica di cantiere, sullo studio di Vitruvio, cui lo avviò l’umanista, letterato e studioso di architettura vicentino Giangiorgio Trissino, suo grande promotore, e che egli proseguì collaborando con Daniele Barbaro per la sua edizione veneziana del 1556 dei Dieci libri dell’architettura, cui fornì parte delle illustrazioni. Fondamentale fu anche lo studio dei monumenti antichi (a partire dal 1541 compì almeno cinque viaggi a Roma) e delle opere dei protagonisti del Rinascimento romano, nonché degli architetti che avevano diffuso il nuovo linguaggio in Veneto e nell’Italia settentrionale. La sua capacità di fondere i diversi stimoli in un linguaggio assolutamente originale, di dare soluzione a problemi, di creare nuove tipologie, ne fa uno degli indiscussi protagonisti dell’architettura del Cinquecento e tra i più imitati al mondo. Il suo nome è legato a opere come il doppio loggiato marmoreo del Palazzo della Ragione o “Basilica” di Vicenza (1549), che segna la sua affermazione come architetto maturo e affidabile, preceduto, sempre nella stessa città, dai palazzi Thiene (1542) e Porto (1546) e seguito dai palazzi Chiericati (1550), Valmarana (1565), Barbarano (1569-70), dalla Loggia del capitaniato (1571-72), dal teatro Olimpico (1580), vera e propria trasposizione in uno spazio chiuso del teatro romano antico. ... leggi Si aggiungono le numerose ville sparse nel territorio veneto, caratterizzate dalla presenza di frontoni, pronai e porticati classici, in cui Palladio sperimentò nuove tipologie di residenze di campagna funzionali alle esigenze e agli ideali sia dell’aristocrazia vicentina come del patriziato veneziano: le ville suburbane Cornaro a Piombino Dese (1552), Pisani a Montagnana (1552), la Foscari a Mira (1554 circa), con l’imponente pronao esastilo, e la celebre Rotonda di Vicenza (1566-67), che di pronai ne ha quattro, uno su ciascun lato, ed è sigillata da una cupola; le ville progettate attorno alla metà degli anni Cinquanta per le grandi aziende agricole degli Emo a Fanzolo, dei Badoer a Fratta Polesine, dei fratelli Daniele e Marcantonio Barbaro a Maser, espressioni dell’integrazione funzionale e formale tra l’abitazione del proprietario e gli edifici rurali, uniti da braccia porticate che si distendono rettilinee o si incurvano ad arco di cerchio, concluse da torri colombare. Anche per quel che riguarda l’edilizia religiosa, quasi esclusivamente localizzata a Venezia, il contributo di P. è tra i più significativi, come nel convento della Carità (1560-61), il cui progetto è legato al tema della ricostruzione della casa romana antica, nella facciata a ordini intersecati della sansoviniana chiesa di S. Francesco della Vigna (1564-65), nel refettorio e nella chiesa di S. Giorgio Maggiore (1560 e 1565), nel Redentore (1576-77), dove raggiunge uno degli esiti più alti della sua creatività, nel tempietto Barbaro a Maser (1580). All’attività pratica egli affiancò anche una notevole attività teorica ed editoriale. Nel 1554 diede alle stampe due guide sui monumenti antichi e sulle chiese di Roma; nel 1575 un’edizione illustrata dei Commentari di Giulio Cesare, in cui mise a frutto i suoi studi sull’organizzazione tattica degli eserciti antichi e che avrebbe dovuto essere seguita da altra simile delle Storie di Polibio, rimasta incompiuta. Ma la sua opera più importante è senz’altro il trattato I Quattro libri dell’architettura, edito a Venezia nel 1570, che godette immediatamente grande diffusione, facendo conoscere anche fuori dei confini italiani le sue idee e i suoi edifici ed esercitando un’enorme influenza sulle generazioni successive di architetti. Nel corso della sua carriera, A. P. si trovò in più occasioni a operare nella Patria del Friuli, tanto che nella prima storiografia, a partire da Tommaso Temanza (1762) e fino alle smentite documentarie, venne ventilata una sua possibile origine friulana, dalla nobile famiglia Palladio degli Olivi, e un suo apprendistato udinese presso Giovanni Fontana, l’architetto veneziano che nel 1517 aveva iniziato, secondo un suo disegno intriso di cultura vitruviana e straordinariamente moderno per il tempo, la ricostruzione del Castello, sede del luogotenente. Sono in realtà documentati almeno tre viaggi del P. in Friuli e sei interventi progettuali di consistenza ed esito diversi. Il primo viaggio, testimoniato dall’umanista Fausto da Longiano, che nel suo volume sulle Orationi di Cicerone, stampato a Venezia nel 1556, fa riferimento al fatto che l’architetto gli aveva recapitato da Udine una lettera di Anastasio Monticolo assieme ai saluti di Iacopo Valvasone e del cognato Floriano Antonini, è collegato alla costruzione del palazzo di quest’ultimo personaggio, sito in borgo Gemona (1555-56, ora della Banca d’Italia) e dell’arco d’ingresso al colle del Castello, il cosiddetto arco Bollani, in piazza della Libertà (1556). Floriano Antonini, ambizioso esponente dell’aristocrazia locale, era il rappresentante di Udine a Venezia, dove frequentava ambienti culturali comuni ai principali committenti del P. Per lui l’architetto progettò un palazzo che esibisce un linguaggio all’antica e che, in conformità con la localizzazione in una zona allora ai margini del centro urbano, con ampi spazi aperti, è tipologicamente affine alle ville suburbane Cornaro a Piombino e Pisani a Montagnana. È impostato su due piani, con “sala a quattro colonne” al pianterreno e doppio loggiato al centro dei due fronti principali: chiuso verso la strada e a bugne rustiche al pianterreno, aperto verso il giardino. Rispetto al progetto originale, che apre la sezione dedicata alle dimore urbane nei Quattro libri, l’edificio ha subito diverse modifiche in fase costruttiva e in interventi successivi, come l’omissione del frontone, la sostituzione delle cornici delle finestre e dello scalone interno e l’apposizione di un tetto del tutto incongruo. La paternità palladiana dell’arco in piazza Libertà è testimoniata da personaggi autorevoli che conoscevano personalmente l’architetto, come Iacopo Valvasone di Maniago ed Emilio Candido. A bugne rustiche, inquadrato da un ordine dorico di semicolonne pure bugnate con bucrani e patere nel fregio e sovrastato dal leone alato di S. Marco, esso funge da accesso monumentale al colle, in asse con la ripida scalinata che punta verso l’atrio del Castello, centro del potere della Serenissima. Fu costruito tra aprile e luglio del 1556 su commissione del luogotenente Domenico Bollani, patrizio veneziano appartenente al gruppo di sostenitori del P., che, divenuto nel 1559 vescovo di Brescia, sarebbe stato uno dei protagonisti del concilio di Trento. All’arco Bollani è indirettamente connessa anche la seconda presenza documentata dell’architetto a Udine il 26 giugno 1563, quando egli sovrintese al tracciato del nuovo fronte edilizio nord-occidentale di piazza della Libertà, dopo che alcuni edifici pubblici erano stati demoliti per liberare la vista dell’arco e allargare la strada di accesso al Castello. Si conosce inoltre un suo progetto del 1576 per i lacunari lignei della sala del consiglio detta poi dell’Aiace, situata nel blocco di edifici comunali a sud della Loggia del Lionello sostituito nel secondo decennio del secolo scorso dal nuovo Municipio di Raimondo D’Aronco. Il disegno, che dovette essergli richiesto in via non ufficiale da Floriano Antonini, uno dei responsabili dell’opera, e che non dovette comportare un sopralluogo a Udine, fu però respinto il 18 febbraio perché i lacunari realizzati per prova erano risultati troppo ingombranti. È possibile che in questa occasione, o fin dal 1556, il P. abbia fornito anche il disegno della porta ionica in marmo nero collocata sulla parete di fondo della Loggia del Lionello ed eseguita probabilmente nello stesso 1576. Non sono emerse prove documentarie sulla sua autografia, ma, malgrado le sue attuali proporzioni risultino sfalsate per essere stata accorciata e ricollocata in posizione più elevata per adattarla alle variate quote dei solai del nuovo Municipio, la sequenza e l’eleganza delle sue modanature sono congruenti con l’interpretazione palladiana dell’edicola ionica. Il terzo viaggio documentato dell’architetto in Friuli avvenne nella primavera del 1565; non ebbe come meta Udine, bensì Cividale ed è Giorgio Vasari, nell’edizione delle Vite del 1568, a darne notizia, specificando che esso era avvenuto in compagnia del pittore Federico Zuccari, dopo aver concluso a Venezia il comune impegno dell’allestimento di un teatro di legname per la Compagnia della Calza degli Accesi, e che aveva avuto come scopo la fondazione del palazzo dei provveditori veneti (il palazzo Pretorio oggi sede del Museo archeologico) di cui il P. aveva già fatto il modello. L’erezione dell’edificio nella principale piazza cittadina, sul sito dell’antica sede patriarcale, pur decisa fin dal 1559, era divenuta operativa nell’ottobre del 1564 quando erano stati reperiti i fondi e presumibilmente commissionato il progetto al P. La posa della prima pietra avvenne il 20 marzo 1565, ma il cantiere si protrasse per oltre venticinque anni e questo, oltre al fatto che l’architetto non potè seguire di persona i lavori, spiega le incongruenze dell’edificio rispetto alle opere autografe dello stesso periodo. L’elemento che più colpisce sono le bugne rustiche di pietra alla base degli archi del portico, probabilmente derivate dagli studi sul teatro romano di Pola. L’ultimo intervento del P. in Friuli riguarda la porta settentrionale di San Daniele, in direzione di Gemona, situata sotto una torre urbica medievale e chiamata anche “il Portonat”. Il disegno gli venne richiesto nell’estate del 1579 da Giovanni Grimani, già suo committente per la facciata di S. Francesco della Vigna a Venezia e che in quanto patriarca di Aquileia aveva diretta giurisdizione su San Daniele, il quale era rimasto insoddisfatto del progetto scelto dalla comunità. L’ormai anziano architetto, che lavorò senza recarsi sul luogo, sulla base di un rilievo con le misure del sito, ripropose, con minime varianti, il disegno approntato più di vent’anni prima per l’arco Bollani a Udine.

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Bibliografia

La bibliografia sulla figura e le opere di Palladio è sterminata, ma per un orientamento generale fondamentali sono: A. MAGRINI, Memorie intorno la vita e le opere di Andrea Palladio, Padova, Tip. del Seminario, 1845; G.G. ZORZI, I disegni delle antichità di Andrea Palladio, Venezia, Neri Pozza, 1958; ID., Le opere pubbliche e i palazzi privati di Andrea Palladio, Venezia, Neri Pozza, 1965; ID., Le chiese e i ponti di Andrea Palladio, Venezia, Neri Pozza, 1966; ID., Le ville e i teatri di Andrea Palladio, Venezia, Neri Pozza, 1969; J.S. ACKERMAN, Palladio, Torino, Einaudi, 1972, e soprattutto L. PUPPI, Andrea Palladio [1973], edizione aggiornata a cura di D. BATTILOTTI, Milano, Electa, 1999 (con bibliografia precedente). Si vedano ora, anche per un aggiornamento bibliografico, Palladio. Catalogo della mostra (Vicenza, 20 settembre 2008-6 gennaio 2009), a cura di G. BELTRAMINI - H. BURNS, Venezia, Marsilio, 2008; Palladio 1508-2008. Il simposio del cinquecentenario, a cura di F. BARBIERI, Venezia, Marsilio, 2008. Sugli interventi di Palladio in Friuli si aggiungano: G.G. ZORZI, Andrea Palladio in Friuli, «Archivio Veneto-Tridentino», 20 (1924), 120-145; D.A. VALENTINO, Palazzo Pretorio: edificio palladiano di Cividale, «Forum Iulii», 14 (1990), 25-29; D. BATTILOTTI, Piazza Contarena a Udine: uno spazio veneziano per la Serenissima, in La piazza, la chiesa, il parco: saggi di storia dell’architettura (XV-XIX secolo), a cura di M. TAFURI, Milano, Electa, 1991, 9-55; L. ASQUINI - M. ASQUINI, Andrea Palladio e gli Antonini: un palazzo “romano” nella Udine del Cinquecento, Monfalcone, EdL, 1997; R. SAVOIA, Il palazzo dei Provveditori Veneti di Cividale del Friuli: nuovi documenti per la sua storia, «Forum Iulii», 25 (2001), 75-94; Palladio a Udine. Atti del convegno (Udine, 19 novembre 2008), in particolare i saggi di L. ASQUINI, su palazzo Antonini e di D. BATTILOTTI, L’arco del Castello e le opere pubbliche di Palladio a Udine.

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