SCARAMUZZA SEBASTIANO

SCARAMUZZA SEBASTIANO (1829 - 1913)

insegnante, poeta, scrittore, studioso, patriota

Immagine del soggetto

Il poeta Sebastiano Scaramuzza.

Nacque a Grado il 12 gennaio 1829 da Giacomo, figlio di un gradese e di una friulana, e da Maria Degrassi. Dal nonno materno Giovanni, «l’ultimo di quegli Ufficiali del Serenissimo Doge, che erano detti dal veneziano ‘Comandadori’, dal gradese ‘Comandaúri’», S. ricorda di aver ricevuto «le prime lezioni di storia gradense», iniziando fin dalla scuola elementare anche a interessarsi con passione al dialetto della propria città natale, a confrontarlo con la lingua italiana e a progettare la stesura di una grammatica: «Fin da que’ giorni miei puerili, io guardai alla parlata gradese come a qualche cosa da conquistare. Erano le cognizioni attinenti a quella, che io, senza accorgermi, volevo far mie». Frequentò il ginnasio a Udine, dove, nel tempo libero, ebbe modo di consolidare la conoscenza del friulano («un linguaggio a me dilettissimo, con cui dovevo raffrontare il ‘graïsan’») e di assecondare un’inclinazione che andava ben al di là dello studio delle lingue: «La filosofia della parola mi dominò, prima ch’io sapessi ciò che ella era». Secondo la sua testimonianza, fu prima dell’inizio degli studi liceali che incominciò anche a poetare, con un sonetto A ’l Signor che zé da-per-duto e che fa duto [A Dio onnipresente e onnipossente]. Durante le vacanze estive, invece, era solito annotare in un quaderno le parole, le frasi, le espressioni e i modi di dire popolari più usati dai pescatori, che utilizzavano una forma arcaica del dialetto gradese, suscitando per questa abitudine la divertita e scettica curiosità di coloro che lo consideravano un “maturlo” [eccentrico]. Nel 1854 sposò la concittadina Giovanna Vio. Dei loro quattro figli sopravvisse soltanto l’ultima, Maria, mentre i primi tre furono sepolti a Grado; la moglie sarebbe morta nel 1892 a Vicenza, e due anni dopo il poeta le dedicò due accorati sonetti. ... leggi Verso la fine degli anni Cinquanta, mentre si trovava a Padova, incontrò l’avvocato friulano Z. Leonarduzzi, il quale lo confermò nei suoi sentimenti di italianità e fece maturare in lui l’idea di trasferirsi nel Regno, e precisamente a Torino, sede del Comitato politico centrale dell’emigrazione veneta (i rapporti di tale Comitato con i moti del Friuli sarebbero stati esaminati da S. in una relazione del 1864). Dopo essere fuoriuscito dall’Austria, in una data imprecisata all’inizio degli anni Sessanta, S. risiedette prima a Torino e poi a Moncalieri. Sono questi gli anni di maggiore impegno per l’unità d’Italia; tra i numerosi articoli e i libri di carattere scientifico e patriottico, si ricorda il ponderoso volume intitolato La volontà d’Italia ed il re pontefice al tribunale della coscienza e della ragione. Polemica di un cattolico veneto dedicata al popolo d’Italia, comparso anonimo nel 1861 e volto a sostenere la causa di Roma capitale e la separazione del potere temporale da quello spirituale. L’opera, che venne sottoposta ancora manoscritta all’esame di Cavour, valse a S. l’apprezzamento e il sostegno del governo di Torino, della stampa, dei ministri F. De Sanctis e V. Miglietti, e perfino di alcuni uomini di chiesa. Oltre ai triumviri del Comitato politico, G.B. Giustiniani, A. Meneghini e A. Cavalletto, a Torino S. conobbe e frequentò il dotto abate e patriota J. Bernardi, l’astronomo p.F. Denza, il conte udinese Prospero Antonini – su un’opera del quale avrebbe scritto: Il Friuli orientale di Prospero Antonini. Cenno criticofilosofico (Firenze, 1866) – e altri numerosi uomini illustri del suo tempo, come testimoniano diverse poesie a essi dedicate. Tra i propositi sottesi alla permanenza di S. in Piemonte c’era, da parte sua, anche la volontà di frequentare le Facoltà di lettere e filosofia e di giurisprudenza. Dopo aver ottenuto presso la prima il diploma di professore, ricevette una cattedra a Catania, dove si recò nel novembre 1862, abbandonando il progetto di una seconda laurea. Nella città siciliana entrò in contatto con S. Majorana Calatabiano, in seguito ministro di Agricoltura, industria e commercio, e con il patriota vicentino B. Bressan, che a Vicenza sarebbe stato suo preside al Liceo Pigafetta. Dopo l’anno trascorso a Catania, S. fu destinato prima a Moncalieri e poi a Senigallia, ma quando il Veneto passò dall’Austria al Regno d’Italia, S. richiese il trasferimento a Venezia, città in cui sperava di poter consultare numerosi archivi al fine di compilare una grande storia di Grado. L’atteso decreto giunse nel dicembre 1866, ma lo assegnava al Liceo di Vicenza, facendo così svanire il progetto di ricerca a lungo cullato; tuttavia nel 1890, quando Giuseppe Caprin pubblicò il suo libro Lagune di Grado, S. manifestò la propria ammirazione e dedicò all’autore un sonetto di elogio. A Vicenza S. strinse amicizia con la famiglia Fogazzaro, in un appartamento della quale visse per quasi cinque lustri, dal 1869 al 1894. Alla morte della moglie di S., il poeta e romanziere Antonio accordò volentieri che venisse temporaneamente sepolta nella tomba di famiglia. Anche questi legami sono documentati da alcuni componimenti e soprattutto dall’opuscolo Domesticae res (Vicenza, 1888), allestito per le nozze di Gina Fogazzaro (figlia di Antonio) e Giuseppe Roi; vi compaiono saggi di poesia in gradese (struggenti i versi di A Gravo mio [A Grado mia]), fra cui traduzioni libere dal latino e dal greco, prose e poesie in lingua italiana e due sonetti in friulano. La lontananza non impedì a S. di intrattenere significativi rapporti con la sua terra d’origine e con i suoi letterati, o di intervenire nel vivace dibattito politico. Su «L’Isonzo», e in seguito in estratto, comparivano nel 1872 gli Appunti di filosofia civile. Della nazionalità italiana nell’Impero austro-ungherese e dei mezzi per promuovere l’incremento, per i quali S. dovette essere difeso nel foro goriziano dall’avvocato G. Verzegnassi; pochi anni dopo, pubblicò l’opuscolo Vittorio Emanuele e i patriotti tergestini, goriziesi e istriani. Dal 1848 al 1878 (Vicenza, 1879). Se la relazione con Graziadio I. Ascoli rimase mediata dall’amico P. Ercole, in una visita del settembre 1894, in occasione dell’Esposizione artistica, S. ebbe l’opportunità di incontrare a Gorizia persone in precedenza conosciute e stimate soltanto attraverso gli scritti: Carolina Luzzatto, della quale aveva letto e apprezzato gli articoli redatti per «Il Corriere di Gorizia», il podestà avvocato C. Venuti e infine il letterato Alberto Michelstaedter. Alla Luzzatto venne in seguito dedicato il corposo zibaldone delle Italicae res (in Austria). Divagamenti nell’oscura vita letteraria di uno studioso e nomade gradense (Vicenza, 1895-1896), puntualmente recensito dalla scrittrice sulla stampa locale («Il Corriere di Gorizia», 2 febbraio 1897). L’uscita della miscellanea, nel 1896, coincise con il sofferto pensionamento di S., dopo trentaquattro anni di fatiche spese su numerosi fronti: dal 1876, infatti, era stato abilitato dal Ministero anche alla libera docenza di filosofia teoretica e morale nell’Università di Padova, dove aveva insegnato negli anni accademici 1876-1877 e 1877-1878; dal 1877 fu membro della commissione esaminatrice negli esami di licenza e laurea nella Facoltà di lettere e filosofia della stessa Università; dal 1876, per due anni, insegnò anche etica civile e diritto nell’Istituto tecnico di Vicenza, e per due volte rinunciò al posto di preside nell’Italia meridionale. Inoltre S. era dal 1872 accademico ordinario dell’Accademia olimpica di scienze, lettere ed arti di Vicenza, e dal 1890 socio corrispondente dell’Accademia di scienze, lettere ed arti di Udine. Non erano mancate neppure le onorificenze: il 4 giugno 1868 il re lo aveva nominato cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia; il 14 marzo 1878 divenne cavaliere dell’ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro in quanto benemerito dell’istruzione, e infine, il 16 febbraio 1897, ricevette il titolo di ufficiale della Corona d’Italia. Tuttavia il sussidio di pensione si dimostrò ben presto insufficiente e lo costrinse a limitare le spese di vitto, alloggio e studio. Le ristrettezze e la cieca generosità gli impedirono anche di portare a compimento la pubblicazione del secondo tomo delle Italicae res, per il quale aveva scelto materiali fra gli oltre cinquanta volumi manoscritti inediti di storia della parlata gradese e di studi di filosofia razionale, morale e civile. Anche il suo profondo desiderio di ritornare definitivamente nella terra natale per trascorrervi gli ultimi anni di vita non poté essere realizzato: in povertà e solitudine, infatti, S. rimase a Vicenza fino alla morte, avvenuta il 4 agosto 1913, e venne sepolto nel cimitero cittadino. Al suo esecutore testamentario, l’amico L. Cavalli, aveva in precedenza ordinato la distruzione di tutti i manoscritti. Oltre al secondo volume delle Italicae res, comparso postumo nel 1914, lo ricorda come «anima semplice pia / mente colta cuor grande / all’Italia devotissimo» una lapide collocata nel cortile del Liceo ginnasio Pigafetta di Vicenza dai «discepoli / che l’ebbero maestro padre amico». Soprattutto nei decenni di permanenza di S. nella città veneta, la sua attività di scrittore, insegnante e poeta fu intensa e produsse una cospicua mole di scritti. Le sue convinzioni di cattolico liberale lo spinsero a indagare in alcune opere la delicata questione del rapporto tra Chiesa e Stato (Difesa del clero liberale veneto per un laico. Lettera all’abate mitrato Pietro Pianton, Torino, 1862; Sullo insegnamento teologico nelle reali università d’Italia. Lettera a Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione, Catania, 1863; Patria e pietà. Lettera a Nicola Gaetani Tamburini, Brescia, 1866). Altri opuscoli tracciano invece profili e commemorazioni di personaggi pubblici (Vittorio Emanuele II, S. Pellico, G. Garibaldi, B. Bressan, A. Meneghini, L. de Luzenberger Milnersheim) o di parenti e amici. Alla storia della filosofia sono dedicati gli appunti Sul movimento del pensiero filosofico nell’Italia orientale dall’anno 1815 al 1866 (Vicenza, 1872), esposti all’Accademia olimpica di Vicenza nella seduta del 18 agosto 1872. Tra le memorie che richiamano la città natale, rivestono una particolare importanza Le vicende e le conclusioni del mio studio giovanile della parlata gradese. Ricordi intimi, storici e filologici (Udine, 1894); il volume, dedicato allo storico Caprin, venne composto in occasione dell’Esposizione artistica di Gorizia del 1894. In un foglio volante che funge da premessa (Agli amici miei, austriaci e italiani, cultori dell’italica filologia dialettale), S. accenna brevemente e sinteticamente al nome, alle origini, al popolo e alla parlata di Grado, a quella città che – sottolinea romanticamente – «con i suoi fratelli friulesi-goriziani, tergestini, istriani, trentini e dalmati della costiera ex veneta, conserva la nazionalità italiana per effetto del destino – di quel destino di Dio, onde si producono e si conservano immutate le nazionalità nelle forme di Stato mutabili». Ma S. è consapevole che contro la parlata gradese, «un monumento», «una lapide importante, su cui stanno scritte le parole dei nepoti de’ Romani Aquilejesi», «precipita l’irruzione delle parlate dei popoli confinanti; ed esse vanno confondendosi, rammescolandosi, cancellandosi…». Come prevenire tale perdita? «Coll’imprigionare, col chiudere la parola gradese. Dove, come? Le lingue moriture s’imprigionano, si chiudono ne’ musei delle ‘grammatiche’, dei ‘dizionari’, delle ‘raccolte di componimenti’. E così dee farsi della parlata venetica, moritura, di Grado. Questo pensiero mi condusse a verseggiare in gradese», in quella «nobele e zintil favela» [nobile e gentile favella] alla quale sono dedicati diversi componimenti: A’l beletissimo favelà graizan [Alla bellissima parlata gradese], A’la pizzinina lengua graisana [Alla piccola lingua gradese], A’la favela graisana (la só zenealozia) [Alla favella gradese (la sua genealogia)]. Le opere poetiche di S. sono disseminate non soltanto in questo volume, ma anche nei due interessanti tomi delle Italicae res, che danno seguito ai componimenti apparsi negli opuscoli per nozze, nel periodico letterario «Pro Patria» diretto a Trieste da G. Martinuzzi (1888-1889), e soprattutto nelle «Pagine friulane» di D. Del Bianco; dal 1888, infatti, il rapporto con l’editore udinese gli offrì la possibilità di avvicinare il pubblico friulano ai propri versi, commentati, come di consueto, con traboccanti riflessioni e ricordi in prosa. Quella di S. è espressamente poesia d’occasione, caratterizzata da toni mutevoli e argomenti disparati: la storia, l’attualità, le innovazioni, gli affetti e le amicizie, il ricordo dei defunti, l’amor patrio, la nostalgia della propria terra d’origine e la predilezione per essa, gli addii nei fugaci ritorni… Sono invero assai significativi i versi che toccano la corda della fratellanza universale (e che talvolta offrono a S. anche l’occasione di deprecare l’antisemitismo). Introducendo Duta el’ humanitae zé una famégia de frèli (famegia spirtuàl) [Tutta l’umanità è una famiglia di fratelli (famiglia spirituale)], il poeta avverte: «I’ vaga’ ’sti sédeze Versi a dute le zénte’ che ha cuor, e, prima, a ’i protestanti Anglisi, che conbàte’ la ‘tratta’ de ’i Nigri, e che se mòstra’, ’cussi, più christiani de quìi catholegùni, ricuni, paruni de sùchero, cafè, bonbazo, che s’engràssa’ in Ameriga – la scoverta de ’la qual zé stàgia una desgrassia pei poveri Nigri (sensa colpa de ’l taliàn Cristofolo Colonbo e de ’la relizion, che insegna ben e zè osservagià mal)» [Vadano questi sedici versi a tutta la gente che ha cuore, e, innanzitutto, ai protestanti inglesi, che combattono la tratta dei neri, e che si mostrano così più cristiani di quei cattoliconi, ricconi, padroni di zucchero, caffè, cotone, che ingrassano in America – la scoperta della quale è stata una disgrazia per i poveri neri (senza colpa dell’italiano Cristoforo Colombo e della religione, che insegna bene ed è osservata male)]. E nel sonetto ribadisce: «Un solo el lume de razón, un solo / zé ’l volê human, dé l’un a l’òltro polo, / se bén le zènte’ sia’ deseparàe» [Uno solo (nella essenza) è il lume di ragione, un solo il libero arbitrio degli uomini, dal polo artico al polo antartico – benché le genti siano separate l’una dall’altra]. Non ultimo, fra i poliedrici interessi di S., è quello che riguarda il friulano, «che dei langaz si pó dîlu ’l sovran» [che delle lingue può essere detta la sovrana]: «De’ miei studî perseveranti di comparazione fra il gradese e gli altri parlari italici del Veneto e del Goriziano, quello di comparazione fra il gradese e il friulano delle precipue parlate della Patria, e specialmente della parlata delle ‘Basse’, tenne più impegnata l’anima mia; e giunsi, in fine, a conclusioni che, da principio, non avevo neppur sospettate», con riferimento al fatto che il gradese sarebbe «una sostanza glossica forojolana (vestita veneticamente)». Da tale interesse, rinvigorito dalle discussioni con un «parroco A. Z.» della Bassa («‘friulanista’ di valore» e apprezzato predicatore in friulano, oltre che attento lettore della letteratura italiana e di Rosmini), ebbero origine alcuni sonetti e perfino una prosa filosofica «nel furlan (avventizio o mobile) di quell’Isola Gorga […] della laguna gradense»: La mê filosofie moral tes operis buinis contrastadis [La mia filosofia morale nelle opere buone contrastate]. Alla scrittura si affianca l’apprezzamento per gli scrittori friulani: Pietro Zorutti («Mé preferisso a ’sta ’ristocrassia / Zorutt, cantor de la democrassia» [A tanta aristocrazia (poetica) io preferisco Zorutti, poeta della democrazia), Pietro Bonini (di cui traduce in gradese L’«Angelus»: «Cara chïete de ’sto bel’ momento!» [Cara quiete di questo bel momento]), Caterina Percoto (rimpianta in una saffica ispirata ai versi di Paolino d’Aquileia: «Pianzi, Frïùl, chè t’ha’ perdùo la bela / ànema dolze, in cu’ tu palpitivi; / pianzi, Frïùl, chè t’ha’ perdùo la stela / in cu’ tu risplendivi […]. Timào, Lisonso, Tagiamento, Tore, / che gagiardi vigniva’ zó e continti / débuli ancùo ’parisse’, e inte ’l so scóre’ / ’l gno cuor sente laminti» [Piangi, o Friuli, dacché tu hai perduto l’Anima bella e soave, nella quale il cuor tuo palpitava; piangi, o Friuli, dacché hai perduto l’Astro nel quale l’onor tuo risplendeva… Il Timavo, l’Isonzo, il Tagliamento, il Torre che discendevano gagliardi e lieti, oggi si mostrano fiacchi, e nei loro corsi il cuore mio sente un lamento]). La fortuna critica di S. è stata assai limitata, a dispetto dei molteplici motivi di interesse offerti dalla sua opera. Sono rimasti inesauditi anche gli auspici formulati da Francesco Spessot nell’ampio medaglione tracciato negli anni Cinquanta in merito a questa nobile figura, così devota alle proprie origini: «Mé son nassùo cathòlego-roman; / la gnó fede no vogio sbandonâ. / ’Nté la gnó tera son nassùo furlan: / e ’l gnò Friúl no vogio descordà. // ’Nté ’l gno Friúl Mé són nassùo ’talian; / la gnó nassión no vogio renegâ. / Plebèo ’l Signor me féva e graïsan; / ’l gnó sangue e la gnó cuna vogìo amâ» [Io sono nato cattolico romano; la mia fede non voglio abbandonare. Nella mia terra sono nato friulano: e il mio Friuli non voglio dimenticare. Nel mio Friuli sono nato italiano; la mia nazione non voglio rinnegare. Plebeo mi faceva il Signore, e gradese; il mio sangue e la mia culla voglio amare].

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Bibliografia

Numerose informazioni sulla vita e sul pensiero si ricavano da: S. SCARAMUZZA, Le vicende e le conclusioni del mio studio giovanile della parlata gradese. Ricordi intimi, storici e filologici, Udine, Del Bianco, 1894; Italicae res (in Austria). Divagamenti nell’oscura vita letteraria di uno studioso e nomade gradense, 1, Vicenza, Tip. G. Rumor, 1895-1896; 2, Vicenza, Tip. G. Rumor, 1914.

DBF, 728-729; La morte di un illustre friulano, «La Patria del Friuli», 5 agosto 1913; F. LANZA, Un profilo di Sebastiano Scaramuccia, ibid., 11 agosto 1913; A. TELLINI, Poesiis in lengàc di Graŭ, «Il Te∫àŭr de lenghe furlane», 1 (1° novembre 1919), 82-94; F. SPESSOT, Il Gradese Sebastiano Scaramuzza patriota, poeta, professore (1829-1913), «Studi Goriziani», 18/2 (1955), 136-176; Sebastiano Scaramuzza, in Gravo. 57n Congrès, a cura di L. CICERI, Udine, SFF, 1980, 343-345. [Giorgio T.]

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